La Cueva de las Manos e Perito Moreno: nel cuore preistorico della Patagonia
Nascosta tra i canyon del Río Pinturas, nel nord-ovest della provincia di Santa Cruz, la Cueva de las Manos custodisce oltre ottocento pitture rupestri di oltre novemila anni fa. Un viaggio sulla mitica Ruta 40, tra la cittadina di Perito Moreno, i ciliegi di Los Antiguos e i silenzi della steppa, per raggiungere una delle più antiche testimonianze artistiche del Sud America.
Oltre novemila anni di silenzio
Dopo parecchi chilometri di ripio, cioè di ghiaia sterrata, attraverso una steppa senza confini, il terreno si apre in un crepaccio e compare il cañadón del Río Pinturas, che scorre attraverso "il Gran Canyon argentino": pareti basaltiche alte trecento metri, striature di rosso e ocra, e in basso il filo d’acqua del fiume che ha scavato questo canyon in milioni di anni.
La Cueva de las Manos si trova incassata tra queste pareti, protetta da una visiera di roccia che l’ha preservata dal sole e dal vento per millenni. La grotta vera e propria misura 24 metri di profondità, 15 di larghezza all’ingresso e circa 10 di altezza, ma le pitture si estendono anche lungo gli aleros e le pareti esterne del canyon con oltre ottocento immagini che raccontano la vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori che abitarono questa porzione di Patagonia. Sono datate principalmente tra circa 13.000 e 9.500 anni fa e nel 1999 l’UNESCO ha dichiarato il sito Patrimonio dell’Umanità, riconoscendone l’unicità per antichità, continuità e stato di conservazione.
Mani al negativo e scene di caccia
Lo spettacolo più celebre sono ovviamente le mani. Centinaia di impronte in negativo – la maggior parte sinistre – stese sulle pareti con una tecnica sorprendente: l’artista appoggiava la mano sulla roccia e soffiava il pigmento attraverso un tubicino d’osso cavo, creando un’aureola di colore attorno alle dita. I pigmenti sono di origine minerale: ematite per il rosso, calcare per il bianco, manganese o carbone vegetale per il nero, limonite per il giallo. Sono questi materiali a rendere possibile la datazione, visto che gli inchiostri non contengono sostanze organiche.
Ma le mani non sono tutto. Sulle pareti compaiono scene di caccia straordinariamente vivide: gruppi di cacciatori che inseguono branchi di guanachi in composizioni dinamiche, dipinte in rosso, viola e ocra. Ci sono figure di nandù (gli struzzi sudamericani), motivi astratti e geometrici risalenti a epoche più recenti, e una mano con sei dita, che da sola basterebbe a giustificare il viaggio.
Gli studiosi hanno identificato tre livelli culturali distinti, che testimoniano come generazioni diverse di popoli abbiano utilizzato questo stesso luogo sacro per quasi ottomila anni. Una continuità che non ha eguali in tutto il Sud America e che gli archeologi considerano come una finestra unica sulle tecniche di caccia e la vita sociale dei primi abitanti della Patagonia, probabilmente antenati dei Tehuelche.
Perito Moreno: la capitale dell’arte rupestre
La cittadina di Perito Moreno non c’entra nulla con il celebre ghiacciaio omonimo, che si trova cinquecento chilometri più a sud, nel Parco Nazionale Los Glaciares. Qui siamo nel nord-ovest della provincia di Santa Cruz, all’incrocio fra le rutas 40, 43 e 41, in una cittadina di poche migliaia di anime che si è guadagnata il titolo ufficiale di Capital Arqueológica de Santa Cruz. E con ragione: è il punto di partenza obbligato per raggiungere la Cueva de las Manos, distante quasi due ore di macchina.
La vita qui scorre con i ritmi della steppa. Sull’Avenida San Martín – come in ogni paesino della Patagonia – si trovano un paio di ristoranti che servono il classico cordero al asador, qualche alloggio semplice e funzionale, una stazione di servizio e il Museo de Arqueología Carlos Gradin, dedicato al patrimonio preistorico della regione. Da non perdere la Laguna de los Cisnes, un’area naturale protetta appena fuori città, dove si possono osservare cigni dal collo nero e decine di altre specie di uccelli. Per chi ha tempo, il Paseo Histórico attraversa i luoghi simbolo del paese, dalla Parroquia María Inmaculada al Salón Iturrioz.
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Come visitare la Cueva de las Manos
Il sito è aperto tutti i giorni dell’anno (salvo condizioni meteo avverse), con visite guidate ogni ora dalle 9 alle 19, in gruppi di massimo venti persone. Non si prenota: si arriva e ci si mette in fila, il che nell’alta stagione estiva (dicembre-marzo) può significare un po’ di attesa. L’ingresso include la guida, che accompagna lungo un sentiero di passerelle di circa un chilometro e mezzo fino alla grotta vera e propria. La visita dura all’incirca un’ora e mezza e si paga solo in contanti.
Dal 2021 le vecchie grate che proteggevano le pitture sono state rimosse e sostituite da un sistema meno invasivo, che permette di ammirare le opere rupestri senza barriere visive. Un cambiamento che ha trasformato l’esperienza: stare davanti a quelle mani senza nulla in mezzo, con il silenzio del canyon e il profumo della steppa addosso, è qualcosa che non si dimentica.
Chi vuole prolungare l’avventura può esplorare i sentieri del Portal Cañadón Pinturas, una riserva privata ad accesso gratuito con oltre cinquanta chilometri di percorsi di diversa difficoltà. Il sentiero La Guanaca sale fino alla cima del Cerro Amarillo, da dove nelle giornate limpide si scorge il Cerro San Lorenzo (3.706 m), la vetta più alta della provincia. Il sentiero Koi attraversa la steppa dove pascolano i guanachi, mentre il percorso Tierra de Colores svela formazioni geologiche dai toni surreali. Con un po’ di fortuna si avvistano condor, cincillà arancioni e, per i più fortunati, qualche puma.
Oltre la grotta: la Ruta 40 e Los Antiguos
La Cueva de las Manos è spesso una tappa lungo la Ruta Nacional 40, la leggendaria strada che percorre l’Argentina da nord a sud per oltre 5.000 chilometri, parallela alle Ande. In questa zona il suo tratto è quasi interamente asfaltato (cosa non scontata più a sud, dove il ripio diventa padrone), e collega destinazioni che da sole valgono il viaggio.
A sessanta chilometri a ovest di Perito Moreno, sulla riva del Lago Buenos Aires – il secondo lago più grande del Sud America – si trova Los Antiguos, un paesino grazioso con un microclima sorprendentemente mite grazie alla protezione del lago e della cordillera. Il nome, secondo la leggenda tehuelche, deriverebbe dal fatto che gli anziani della tribù scegliessero questo luogo come ultima dimora, attratti dalla dolcezza del clima. Oggi Los Antiguos è la Capital Nacional de la Cereza: tra novembre e febbraio le chacras familiari si aprono ai visitatori per la raccolta delle ciliegie, e a gennaio si celebra la festa nazionale dedicata al frutto. Si trovano anche fragole, lamponi e frutti di bosco.
Da qui si può raggiungere il confine cileno attraverso il Paso Los Antiguos-Chile Chico, porta d’accesso al lago General Carrera e alle celebri Catedrales de Mármol.
Scendendo verso sud lungo la Ruta 40, per chi ha spirito d’avventura e un veicolo adatto, la Ruta Provincial 41 (percorribile da dicembre ad aprile) è una traversata spettacolare di 152 chilometri fra Los Antiguos e Lago Posadas, attraverso foreste di lengas, mesete basaltiche e il Paso El Portezuelo a 1.520 metri di quota. Più avanti si raggiunge il Parque Nacional Patagonia, creato nel 2014 grazie alla donazione di terre di estancias private, dove la fauna selvatica e i paesaggi di meseta vulcanica compongono uno degli scenari più incontaminati della regione.
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Sulle tracce di Chatwin
Impossibile viaggiare in questa porzione di Patagonia senza pensare a Bruce Chatwin e al suo In Patagonia (1977), il libro che ha trasformato questi spazi sterminati in un mito letterario. Chatwin non scrisse specificamente della Cueva de las Manos, ma percorse proprio queste strade, queste stesse distanze impossibili, questi stessi silenzi. Il regista Werner Herzog, nel documentario Nomad – In cammino con Bruce Chatwin (2019), ha dedicato un capitolo all’arte rupestre del Río Pinturas, collegandola alla riflessione di Chatwin sui cacciatori-raccoglitori e sull’alternativa nomade come forma di esistenza.