Risalire il Mekong in Laos, da Luang Prabang a Huay Xai
Fin dalla prima volta che ho incontrato il Mekong – così grande e così selvaggio – in una cittadina nel nord-est della Thailandia, ho desiderato poterlo navigare. L’occasione si è presentata anni dopo, a Luang Prabang, in Laos. Di solito, il classico viaggio in slowboat si fa nella direzione opposta, scendendo da Huay Xai fino ad arrivare poi nella “città dei templi e dei monaci”. È più comodo e lineare ma forse, proprio per questo, ai miei occhi meno interessante. E così, seguendo quella stessa ironia con cui Robert Frost dice di aver scelto la strada meno battuta, ho deciso di risalire il Mekong invece di seguire la corrente.
Le slowboat sono attraccate nel piccolo porticciolo fluviale a qualche chilometro dal centro di Luang Prabang. Ce ne sono solo un paio. È mattina presto, il sole ha già squarciato il cielo regalandoci una giornata senza nuvole. Non c’è praticamente ancora nessuno all’imbarcadero dove andiamo a ritirare il biglietto per Huay Xai che avevamo pre-acquistato qualche giorno prima. Ci vorranno circa 9 ore per arrivare a Pak Beng, tappa obbligata dove si trascorre la notte e si cambia barca, e poi altrettante per concludere il viaggio. Il tempo di navigazione dipende da diversi fattori tra cui il livello del fiume – fuori dalla stagione delle piogge è facile rimanere imbrigliati in qualche secca – e il numero di fermate che la slowboat deciderà di fare.
Queste imbarcazioni sono usate da tutti. Si tratta di lunghe barche in legno dotate di un rumorosissimo motore a scoppio che, come suggerisce il nome, solcano le acque del Mekong a una velocità disarmante (e proprio per questo bellissima). Dentro sono dotate di sedili come quelli che si trovano sui pullman e di tavolini in legno. Sono coperte da un tetto per proteggere i passeggeri dalle frequenti piogge e per lo stesso motivo hanno un ingegnoso sistema di tende di plastica da tirare su e giù all’occorrenza. La slowboat in cui siamo saliti è a conduzione familiare: il marito guida, la moglie gestisce chi sale, chi scende e un piccolo spaccio di cibo dove si può acquistare acqua, caffè solubile, noodles istantanei e qualche sacchetto di patatine.
Quando partiamo la nostra slowboat è piena a metà. Ci sono intere famiglie, persone sole, pacchi consegnati a mano che viaggiano senza accompagnatore, un paio di scooter posizionati a prua. Fa caldo ma il vento della navigazione è piacevole sporgendosi appena fuori dalla struttura lignea della barca. Lo spettacolo del Mekong che scorre sotto gli occhi toglie le parole di bocca. Qui il corso del fiume si allarga e si restringe, curva e procede dritto, ed è sempre contornato da una quantità di verdi diversi che si fa fatica a nominare. Le scure sembrano tranquille ma la corrente è più forte di quanto immaginassi guardandolo dalla riva. Serve una grande maestria per navigare questo fiume. Ci sono secche e rocce che affiorano sotto lo scorrere delle acque, e diversi mulinelli che in qualche caso si allargano diventando dei veri e propri gorghi. Guardandoli il pensiero non può che andare ai Naga, i guardiani dei templi buddhisti del Sud-est asiatico. Si dice che il Phaya Naga, il più potente e venerato di queste creature, avesse protetto il Buddha dalla pioggia mentre cercava l’illuminazione e che ancora oggi viva nel tratto laotiano del Mekong, assieme ad altri Naga che proteggono il fiume e le sue città.
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Lungo il percorso, nei punti meno immaginabili, la slowboat attracca su improbabili moli creati da un semplice pontile per far salire o scendere qualcuno. Li si nota appena e solo quando la barca si avvicina e dalla vegetazione spuntano bambini che salutano, un uomo con un sacco di riso sulle spalle, una donna con diverse borse della spesa, un paio di cani che giocano tra loro in attesa del ritorno di qualcuno. In altri casi i passeggeri salgono a bordo usando altre piccole imbarcazioni come ponte. Sembrano dei moderni e innocui arrembaggi, fatti con la calma e la naturalezza che solo qui si può trovare. Arriviamo a Pak Beng appena prima del tramontare del sole.
Dalla sponda del fiume Pak Beng assomiglia più a un avamposto che a una cittadina. Da qui, infatti, si vedono solo, affacciate in prima fila, diverse guesthouse, pronte ad accogliere i visitatori che risalgono o scendono il grande fiume. La parte turistica di Pak Beng si anima la sera, con l’arrivo delle slowboat da entrambe le direzioni, per poi tornare a sonnecchiare durante tuto il giorno seguente. È raro infatti che qualcuno si fermi qui più della notte necessaria per spezzare il viaggio in due barche. E se lo fa, a pranzo deve prepararsi a percorrere le ripide strade interne di un paese arroccato nell’afosa giungla tropicale, e sperare che qualche locanda decida di aprire.
Il giorno in cui ripartiamo da Pak Beng piove a dirotto. È l’alba ma il cielo rimane grigio e una sorta di densa nebbia, quasi fosse un muro d’acqua condensata, si frappone tra noi e Huay Xai. Ci aspettano circa altre 9 ore di navigazione, forse un po’ meno, forse un po’ di più, non si sa con certezza. La pioggia aumenta l’entropia e poi, come capitato già nel primo tratto, sarà il fiume a decidere la nostra velocità. Dopo un’oretta di navigazione il sole torna a splendere luminoso nel cielo azzurro punteggiato da nuvole bianche che danno tridimensionalità alle montagne che esaltano questo tratto del Mekong. Con il passare delle ore il chiasso del motore diventa quasi un rumore bianco che accompagna una sorta di meditazione a occhi aperti. Tutto qui è calmo, tutto è lento e bellissimo. Gli occhi si riempiono di un paesaggio ricco di sfumature, capace di infondere una placida serenità, e più passa il tempo, più si resta estasiati da questa vista lenta. Solo la costruzione di un’enorme diga in un punto impreciso tra Pak Beng e Huay Xai rompe questa armonia di sguardi. Non è una novità avere delle dighe lungo il Mekong, ma ognuna in qualche modo ne modifica il corso e altera il fragile equilibrio di un ecosistema da cui dipendono milioni di vite.
L’arrivo a Huay Xai, cittadina di confine tra Laos e Thailandia, è anticipato da una serie di templi bianchi e dorati che si possono scorgere sul lato thailandese del Mekong. In più, all’orizzonte appare via via più grande il Quarto Ponte dell’Amicizia, quello che nei prossimi giorni attraverseremo per tornare in Thailandia. Con il cuore grato per aver vissuto questa esperienza scendo all’imbarcadero di Huay Xai. Neanche il tempo di riprendermi dallo spettacolo vissuto che la voce dei tuk tuk si somma a quella di chi vuole portarti subito in albergo. Con un cenno e un sorriso rifiuto garbatamente, e volgendo lo sguardo sul grande fiume che continua a scorrere, sempre uguale eppure sempre diverso, mi prendo ancora un attimo per salutarlo.