Mangystau, Kazakistan: il deserto che sembra un altro pianeta
Nel remoto sud-ovest del Kazakistan, dove la steppa lambisce il Mar Caspio, si estende il Mangystau: terra estrema, magnetica e ancora sconosciuta al turismo internazionale. In un Paese già scarsamente popolato, questa è l’area meno abitata di tutte, con appena due persone per chilometro quadrato. Un universo minerale e silenzioso dove deserti pietrosi, montagne colorate e antiche saline compongono un paesaggio che sembra appartenere ad un altro pianeta. A questa eredità geologica si intreccia una storia altrettanto profonda: santuari scavati nella roccia, mausolei islamici e resti delle piste carovaniere che un tempo collegavano Oriente e Occidente lungo la Via della Seta. Attraversarlo oggi richiede ancora lo stesso spirito d’avventura di un tempo: soltanto i mezzi 4x4 osano sfidare le piste sconnesse che solcano questa terra aspra, immensa e senza confini, dove ogni sentiero sembra scavalcare l’orizzonte.
Aktau, la porta del deserto
Affacciata sulle sponde del Mar Caspio, Aktau rappresenta la porta d’accesso alle straordinarie meraviglie naturali del Mangystau. Fondata negli anni Sessanta come centro strategico per l’estrazione di uranio dal sottosuolo, la città si presenta come un luogo sospeso tra eredità post-sovietica e timida modernità.
Ampi viali polverosi e quartieri numerati ne definiscono il paesaggio urbano, avvolgendola in quella atmosfera malinconica propria delle ex città industriali. Una volta imbarcati su un robusto fuoristrada, la steppa si apre in tutta la sua vastità: una linea d’orizzonte perfetta separa l’azzurro del cielo dal verde opaco delle pianure. Una visione che sarà ricorrente durante l’intero viaggio.
Macinando qualche chilometro in direzione nord-est, si raggiunge Tuzbair Solonchak una distesa abbagliante di sale, circondata da scogliere color caffè. La salina, formata dall’evaporazione delle acque in un clima arido, è ciò che i geologi definiscono “solonchak”: uno spesso strato cristallino che riflette la luce in modo accecante. Tutt’intorno, pareti calcaree e formazioni rocciose custodiscono fossili di conchiglie e animali marini, memoria tangibile di un passato sommerso. Camminare qui è un’esperienza metafisica: nelle giornate limpide, il bianco del suolo si dissolve nell’azzurro del cielo, annullando ogni confine. Ma è con la pioggia che avviene la vera magia: un sottile velo d’acqua trasforma la pianura in uno specchio perfetto, dove cielo e nuvole si riflettono con nitidezza tale da far perdere l’orientamento.
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Montagne arcobaleno e canyon marziani
Osservando il deserto polveroso dai finestrini dell’auto sembra difficile da credere, eppure durante il Cretaceo tutta questa regione era ricoperta da un antico Oceano. Nel corso di milioni di anni i movimenti tettonici hanno sollevato i fondali e prosciugato il bacino, dando forma agli altopiani che oggi definiscono il volto del Mangystau.
La geologia si tocca con mano a Kyzylkup, le celebri montagne arcobaleno. Le guide locali le hanno affettuosamente soprannominate “tiramisù”: un nome non ufficiale, che è però ormai entrato nell’uso comune tra viaggiatori e fotografi. Improvvisamente, il paesaggio arido e lunare si accende di colori, trasformandosi in un autentico deserto dipinto.
Il soprannome deriva dalle straordinarie stratificazioni minerali dei pendii, dove si alternano sfumature multicolori che richiamano i morbidi strati del celebre dessert italiano.
Ma è presso il Canyon di Bozzhira che la fantasia si impone sulla realtà. Questa valle immensa protegge ampie creste, vertiginosi precipizi e torrioni calcarei modellati dall’incessante soffiare del vento.
Tra i suoi scorci più spettacolari spicca la Cresta del Drago, una sottile dorsale rocciosa che ricorda il dorso acuminato di una creatura preistorica, e soprattutto i Bozzhira Fangs, due gigantesche torri di roccia che emergono come zanne incastonate nella terra nuda. Davanti a questo scenario che la nostra guida Nurseiit, cogliendo lo stupore nei nostri occhi, sorride esclamando: “Benvenuti su Marte!”.
Quando cala la sera, il silenzio diventa totale e il vento si ritira, lasciando affiorare le prime, timide stelle del vespro. In quell’istante, il Mangystau rivela il suo lato più intimo: un luogo primordiale, capace di ridimensionare l’uomo di fronte alla grandezza della natura.
Il cammello, icona nomade kazaka
Nella vastità del paesaggio kazako, una figura interrompe spesso la monotonia della steppa: quella del cammello battriano, con le sue due gobbe e il portamento austero. All’improvviso, in lontananza, la linea dell’orizzonte si anima: una mandria compatta di cammelli al trotto emerge come un’onda lenta. Il rumore sordo dei loro zoccoli si mescola al ronzio irregolare delle motociclette sovietiche, da cui i pastori li guidano con gesti sicuri.
Simbolo assoluto della cultura nomade dell’Asia Centrale, questo animale continua a rappresentare una risorsa fondamentale per molte famiglie della regione, grazie alla sua straordinaria resistenza alle temperature estreme. Ai tempi della Via della Seta era impiegato per trasportare merci attraverso il continente, mentre oggi è allevato soprattutto per la produzione di latte. Il suo derivato più noto è lo “shubaat”, bevanda tradizionale ricca di nutrienti e dal gusto leggermente acidulo. Si beve fresca o fermentata, e i pastori la offrono in segno di ospitalità.
Il deserto custodisce anche uno dei patrimoni spirituali più straordinari dell’Asia Centrale: le cinque moschee sotterranee del Mangystau, un complesso culturale unico al mondo candidato al riconoscimento UNESCO. Si tratta di Beket Ata, Shopan Ata, Shakpak Ata, Sultan Epe e Karaman Ata, santuari scavati nella pietra tra il X e il XVIII secolo che testimoniano la profonda diffusione del sufismo nelle steppe kazake, nonché l’incontro tra spiritualità islamica e tradizioni nomadi.
Più che semplici luoghi di culto, queste moschee rappresentano un unicum nel panorama religioso islamico: costruite sottoterra per offrire riparo e isolamento ai mistici sufi, fungevano al tempo stesso da scuole coraniche e mausolei.
Tra tutte, Shakpak Ata è considerata la più straordinaria dal punto di vista architettonico. È un luogo da cercare con rispetto e una volta raggiunta, toglie il fiato. Invisibile da lontano, è stata scavata con un’insolita pianta cruciforme direttamente in una parete calcarea. All’interno, ambienti sotterranei, celle monastiche, nicchie votive e una sala di preghiera sostenuta da colonne grezze, creano uno spazio raccolto e austero, dove il silenzio è interrotto soltanto dal respiro del deserto che filtra tra gli ingressi