Bestiario di confine: le creature fantastiche del Friuli Venezia Giulia

immergersi nel folklore di un luogo equivale a sbloccare un itinerario segreto, una via preferenziale in cui le mappe visibili della geografia e quelle invisibili del mito si fondono, offrendo la chiave per decifrare la complessità della stratificazione culturale. Nel caso del Friuli Venezia Giulia, il patrimonio della cultura popolare è plasmato dallo status di liminalità di queste terre-frontiera, dove le civiltà confluiscono e dove le tradizioni sfumano l’una nell’altra. 

Costumi tradizionali al Carnevale di San Pietro al Natisone © Marco Lissoni /Shutterstock
Costumi tradizionali al Carnevale di San Pietro al Natisone © Marco Lissoni /Shutterstock
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Come emerge dagli studi raccolti in Mitologia Popolare del Friuli Occidentale da Giosuè Chiaradia, “la piccolezza di questo mondo chiuso a ostrica [...] ha privilegiato la trasmissione e quindi la conservazione orale delle tradizioni popolari” con tutto un pantheon di creature fantastiche ed esseri immaginari. Tra le guglie delle Dolomiti e le lagune dell’Adriatico i paesaggi sussurrano di creature fantastiche, esseri mostruosi e spiriti della natura che per secoli hanno popolato le storie e i racconti attorno ai fogolâr. Ben lontano dall’essere una banale invenzione narrativa, questo bestiario fantastico rappresenta la cristallizzazione di paure, speranze e credenze che vanno a intessersi, come un ordito simbolico, nella trama dei luoghi reali. Le vette più alte, le grotte insondabili, i corsi d’acqua e le vaste foreste alpine non entrano mai nella cultura popolare come semplici elementi fisici. Il dato culturale-simbolico si appoggia su quello geografico-materiale, illustrandone i valori che possiedono per la comunità, valori sempre molteplici, frutto dell’intersezione tra la sfera mitico-religiosa, pedagogico-sociale, economica e psicologica.

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Le Agane

Figure centrali, quasi ubiquitarie nella mitologia popolare della regione – e condivise con i territori limitrofi dal Veneto all’Alto Adige – le Agane sono creature femminili prevalentemente legate all’elemento acquatico: si trovano nelle sorgenti, nei torrenti, nei laghi e nei Magredi. Allo stesso tempo, la toponomastica le associa anche all’elemento sotterraneo delle grotte o a quello rupestre dei picchi e delle pareti rocciose, luoghi che poco o nulla hanno a che fare con l’acqua. Questa radicale ambiguità filtra anche nell’aspetto di queste creature e nel loro carattere: descritte a volte come giovani e bellissime ninfe, altre come vecchie decrepite. Molte descrizioni le delineano come affascinanti lavandaie solitarie, dotate di una bellezza che può essere seducente, ma che spesso nasconde un aspetto deforme quali piedi caprini o zampe d’oca. Il loro carattere spazia dal benevolo e generoso al malvagio e vendicativo.

Una nota leggenda della Val Colvera narra di un’Agana che, sotto forma di salamandra, donò a una donna un gomitolo di lana inesauribile come segno di gratitudine per averla aiutata a partorire. In altre fonti prevale la valenza negativa: le Agane si trasformano in streghe crudeli, scatenatrici di tempeste, incantatrici di viandanti o, nel peggiore dei casi, ladre e divoratrici di bambini.

Questa irriducibile dualità le rende un simbolo potente dell’interazione tra l’essere umano e la natura selvaggia, che può essere generosa quanto imprevedibile. Loro declinazioni nella cultura slovena delle Valli del Natisone sono le Krivapete, il cui nome si riferisce ai loro piedi rivolti al contrario. Come le altre Agane sono considerate custodi del mondo naturale e depositarie di antichi saperi legati ai cicli delle stagioni.

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Il Krampus a Tarvisio © Sergio Delle Vedove  /Shutterstock
Il Krampus a Tarvisio © Sergio Delle Vedove /Shutterstock

L’Orcolat

Tra le più temute creature mitiche del folklore friulano, l’Orcolat è un orco o un gigante che, secondo la leggenda, vive nelle caverne della Carnia. La sua figura è spesso associata ai terremoti; si narra, infatti, che i suoi movimenti sotterranei siano la causa dei sismi che scuotono le terre friulane.

Simbolo della forza distruttiva, cieca e inarrestabile della natura che incombe sulla civiltà, l’Orcolat è l’incarnazione della minaccia della catastrofe naturale. Dopo essere rimasta assopita nelle profondità dell’inconscio collettivo dei friulani, la sua figura è stata risvegliata a seguito del sisma del 1976, l’evento che più intensamente ha segnato la storia recente della regione. Nonostante il suo aspetto spaventoso e la sua fama sinistra, anche l’Orcolat conserva un aspetto ambivalente, incarnando anche la resilienza del popolo friulano di fronte alla distruzione.

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Gli Sbilfs

Se l’Orcolat rappresenta l’aspetto più temibile e devastante della natura, gli Sbilfs ne incarnano quello più vitale, ingenuo e misterioso. Le tradizioni della Carnia li raffigurano similmente a tante creature appartenenti al ‘piccolo popolo’ del folklore europeo: umanoidi di corporatura minuta, spesso vestiti con colori sgargianti e accessori bizzarri, che abitano i boschi e le cavità degli alberi, ma anche vecchie case contadine, stalle e fienili.

Queste versioni friulane di gnomi e folletti hanno un carattere inconfondibilmente volubile ma, come eterni fanciulli, si limitano quasi sempre alla burla e al dispetto. Non sono malvagi, agiscono con la capricciosità tipica dei bambini: possono nascondere attrezzi, rovesciare il latte nelle stalle o aggrovigliare fili e corde. Sono il simbolo dell’energia vitale, celata e sfuggente che impregna le foreste e le montagne. I loro scherzi rappresentano gli imprevisti e le difficoltà che si incontrano nella convivenza con una natura mai completamente addomesticata, di fronte alla quale le comunità umane sono tenute a mantenere un sincero rispetto. Molte varianti degli Sbilfs hanno infatti ruoli specifici legati alla vita rurale e al lavoro nei campi, fungendo spesso da spiegazione per piccoli incidenti quotidiani.

Il rito del falò, durante l’Epifania © Nicola Simeoni   /Shutterstock
Il rito del falò, durante l’Epifania © Nicola Simeoni /Shutterstock

I benandanti

Diversamente dalle Agane o dagli Sbilfs, i benandanti sconfinano dai territori della leggenda nella realtà storica. Erano infatti persone reali, contadini friulani le cui storie e credenze sono documentate soprattutto nel periodo a cavallo tra il Cinque e Seicento. Letteralmente ‘coloro che vanno bene’ o i ‘buoni camminatori’, i benandanti erano i membri di una sorta di società segreta di streghe e stregoni buoni. Si trattava di uomini e donne che credevano di essere scelti da Dio per combattere la notte contro streghe e stregoni malvagi: grazie al loro operato, si ottenevano la fertilità dei campi, l’abbondanza dei raccolti e la prosperità della comunità. Le loro battaglie si svolgevano fuori dal corpo, in uno stato di trance in cui gli spiriti si riunivano in un battaglione sotto lo stendardo di un capitano che li avrebbe guidati allo scontro con il nemico. In queste visioni, i benandanti si armavano di mazze di finocchio con cui sfidavano i diabolici avversari, armati a loro volta di canne di sorgo. La loro condizione era considerata un destino: si diventava benandante solo se si nasceva avvolti nel sacco amniotico o, come si dice, ‘con la camicia’.

A riscoprire la loro figura è stato lo storico e antropologo Carlo Ginzburg nel saggio fondamentale I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento (1966). Basandosi sui verbali dell’Inquisizione – da cui emerge il tentativo di assimilare i benandanti al modello della stregoneria diabolica – Ginzburg identificò nel fenomeno la sopravvivenza sotterranea di un antichissimo culto sciamanico europeo: l’ultima, tenace resistenza di una cosmologia popolare e di culti agrari contro la cultura dominante imposta dalla Chiesa cattolica e dall’Inquisizione.

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Feste e rituali

Le feste e le celebrazioni che scandiscono il calendario annuale sono il tramite attraverso cui le figure mitiche rivelano e perpetuano la loro piena valenza simbolica. Sebbene abbiano subito una progressiva secolarizzazione in risposta alla modernità, le manifestazioni conservano ancora il riflesso delle fondamentali dinamiche sociali, economiche e valoriali tipiche delle società contadine di riferimento.

Il periodo del solstizio d’inverno, il più buio dell’anno, nella cultura popolare è spesso connotato come un momento di crisi, nel quale il confine tra il mondo ordinario e quello ultraterreno si assottiglia, consentendo l’irruzione di creature oscure e spaventose che si caricano delle valenze simboliche attribuite a questa stagione. San Nicolò e i Krampus costituiscono l’espressione più emblematica del folklore alpino di matrice germanica, in particolare nel Tarvisiano (Tarvisio, Malborghetto e Pontebba). L’evento prevede la comparsa dei Krampus – figure demoniache, irsute e munite di fruste e catene – la cui funzione è quella di accompagnare San Nicolò. Se il santo distribuisce doni come ricompensa per la condotta virtuosa, i Krampus svolgono il ruolo di esecutori di una giustizia simbolica, rincorrendo e ‘punendo’ i trasgressori. La manifestazione è un rito di passaggio che utilizza il binomio fuoco/rumore per esorcizzare il male e l’oscurità e ristabilire l’ordine morale. Una variante di notevole impatto visivo si verifica a Cave del Predil, dove queste entità emergono dalle gallerie della miniera, enfatizzando l’aura mitica che circonda le cavità terrestri. 

I Krampus escono dalle Cave del Predil © Nicola Simeoni   /Shutterstock
I Krampus escono dalle Cave del Predil © Nicola Simeoni /Shutterstock

A Sauris, la chiusura del ciclo natalizio è segnata da un rito goliardico incentrato sulla figura della Bèlin, un’anziana ‘donna forestiera’ custode della valle. L’evento culmina con un’usanza che impone ai forestieri di baciare il posteriore della Bèlin, un gesto che anticamente fungeva da prova di coraggio e accettazione per i giovani locali. Questa pratica riflette la dialettica tra l’identità comunitaria chiusa e l’elemento esterno, concludendo le festività con una manifestazione ironica che integra musica e falò purificatori.

Tradizionalmente configurato come un periodo di sospensione dell’ordine sociale, il carnevale saurano è scandito dalla comparsa di figure mascherate che incarnano spiriti ancestrali e la forza indomita della natura: il Rölar (ricoperto di fuliggine e munito di campanacci) e il Kheirar (il reggente delle maschere). Sebbene formalmente non classificate come creature fantastiche, esse assolvono alla funzione di spiriti intermediari, manifestando la dualità tra le maschere ‘belle’ (scheana schembln) e ‘brutte’ (scheintena schembln), un dualismo tipico delle narrazioni mitologiche alpine.

A Sappada la figura centrale è il Rollate, un imponente individuo vestito da uomo-orso. Questa maschera evoca l’archetipo dell’uomo selvatico o dell’Orco (Orcolat), rappresentando la forza bruta della natura che, con il suo risveglio, preannuncia la fine dell’inverno. Diffuso prevalentemente nel Friuli occidentale, il rito del Rogo della Vecchia segna il punto mediano della Quaresima. Consiste nel processo e nel successivo rogo di un fantoccio effigiato come una vecchia strega. La ‘Vecchia’ agisce come catalizzatore simbolico dei mali, dei peccati e delle avversità accumulate durante l’anno, richiamando figure come le streghe o l’aspetto più oscuro e decadente delle Agane. La sua distruzione rituale tramite il fuoco è finalizzata alla purificazione e all’affermazione del ciclo primaverile. Sebbene non correlate a una data liturgica fissa, diverse località celebrano la figura delle Agane (o Krivapete) durante la bella stagione, in particolare presso le Grotte di Pradis e nelle Valli del Natisone. Queste rievocazioni, spesso realizzate tramite spettacoli teatrali o percorsi itineranti, enfatizzano il legame di tali figure femminili con l’ambiente naturale e il loro ruolo di custodi di antichi saperi legati alla ciclicità delle stagioni.

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