Dalla Beat Generation a Instagram: come siamo diventati tutti backpacker

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Il mondo si divide in due categorie: chi parte con il trolley e chi con lo zaino. La destinazione e il tipo di vacanza c’entrano solo in parte con questa scelta: è una questione di identità. Una breve storia dell’immortale figura del backpacker, che nemmeno l’oggettiva praticità di una valigia con le ruote è riuscita a corrompere.

Scegliere uno zaino vuol dire inserirsi in una tradizione di viaggio più lunga di quel che pensate ©maxbelchenko/Shutterstock
Scegliere uno zaino vuol dire inserirsi in una tradizione di viaggio più lunga di quel che pensate ©maxbelchenko/Shutterstock
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Prima di un lungo viaggio, mi è già capitato di discutere con qualche amico magnificando i vantaggi dello zaino rispetto alla valigia. È uno zaino da 50 litri, ci sta tutto quello che ti serve. Lo zainetto più piccolo? Tienilo davanti, sulla pancia. E poi vuoi mettere la comodità, la flessibilità, l’incredibile libertà del backpacking? Mi è anche già capitato di rimettermi in spalla il suddetto zaino con fatica, semi-sdraiandomi sul pavimento di una stazione e cercando di ignorare le silenziose ed efficienti rotelline dei trolley che mi passavano accanto. È il momento in cui comincio a dubitare delle mie scelte. Fortunatamente, però, a un certo punto arriva sempre una lunga scalinata, con ascensore fuori servizio, dalla cui cima posso osservare con benevolenza chi suda issando il voluminoso bagaglio un gradino alla volta.

Siamo diventati tutti backpacker? ©PeopleImages/Shutterstock
Siamo diventati tutti backpacker? ©PeopleImages/Shutterstock

Le origini del backpacking

Ma da dove ci arriva questa inscalfibile fascinazione per il backpacking? Senza scomodare Ötzi, la mummia dell’Età del rame ritrovata sulle Alpi con i resti di quello che potremmo forse considerare uno dei primi zaini della storia, la prima scintilla dello spirito del backpacker moderno potrebbe essere cercata nel wanderer ottocentesco. Figura centrale del Romanticismo europeo, e in particolare tedesco, è il vagabondo che si muove senza meta, meglio se nella natura, per esplorare sé stesso attraverso la scoperta del mondo. Avete presente il dipinto Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich? Ecco, lui. A dir la verità il soggetto del quadro, in abiti aristocratici e con i capelli mossi dal vento, non indossa nessuno zaino. Ma possiamo immaginarcelo poco fuori dalla cornice, appoggiato sugli scogli. Perché, è chiaro: il solitario avventuriero dello spirito che cammina per cercare sé stesso non può certo trascinarsi dietro un baule, per giunta senza ruote. Sempre in Germania, agli inizi del Novecento nasce il Wandervogel, che significa uccello migratore o vagabondo: un movimento giovanile che, in contrasto con le imposizioni della società borghese, vuole tornare alla libertà spartana della natura e lo fa anche con lunghi trekking e viaggi avventurosi.

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Secondo alcuni autori, la filosofia del Wandervogel ha influenzato altri movimenti sociali venuti in seguito, tra cui i ben più noti hippy. Ed è qui che il backpacker moderno dovrebbe cominciare a sentire vibrare più distintamente un certo senso di appartenenza. Il viaggio zaino in spalla come lo conosciamo oggi, infatti, assume contorni più definiti proprio in seno alla controcultura giovanile che tra gli anni ’50 e ’60 spinge tanti a partire da Nord America ed Europa verso Turchia, Afghanistan, Pakistan, India, Nepal e Thailandia. È il cosiddetto hippy trail, una vera e propria rotta turistica alternativa lungo la quale tipicamente si viaggia leggeri e al risparmio: in autobus, facendo autostop e, sì, ovviamente con lo zaino in spalla. L’hippy trail per altro è il cuore di Across Asia on the Cheap (ovvero: Attraversare l’Asia con quattro soldi), la guida che Maureen e Tony Wheeler, fondatori di Lonely Planet, pubblicano nel 1973 dopo aver viaggiato da Londra a Kathmandu, e poi fino all’Australia.

Per completare il quadro, dobbiamo dire che la controcultura hippy affonda le sue radici nella Beat Generation statunitense, il cui “manifesto” è un libro che mi aspetto di trovare sul comodino di qualunque aspirante backpacker: Sulla Strada di Jack Kerouac, il racconto di una serie di viaggi in auto, spesso in autostop, attraverso gli Stati Uniti.

La controcultura hippy affonda le sue radici nella Beat Generation ©Monkey Business Images /Shutterstock
La controcultura hippy affonda le sue radici nella Beat Generation ©Monkey Business Images /Shutterstock
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Insomma, negli anni ’70 il mito è definitivamente nato: ora non gli resta che diventare universale. Accade nel corso dei decenni successivi, durante i quali il backpacking si conferma una delle modalità di turismo più popolari al mondo, anche alimentata da un immaginario che i social contribuiscono a diffondere e romanticizzare. Il progetto di storytelling e documentaristico Progetto Happiness, il cui canale YouTube conta oggi più di due milioni e mezzo di iscritti, nasce ad esempio nel 2019 proprio quando Giuseppe Bertuccio D’Angelo inizia a viaggiare zaino in spalla per il mondo. Ma ci sono innumerevoli altri profili, tra Instagram, YouTube e TikTok, in cui vengono raccontate le più svariate avventure zaino in spalla, più o meno wild.

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Chi sono i backpacker moderni

Rispetto alle origini, oggi il backpacking è diventato un fenomeno molto più diffuso, ma anche molto più eterogeneo. Se negli anni ’70 i viaggiatori erano soprattutto giovani maschi occidentali con pochi mezzi e uno spiccato interesse verso controcultura e spiritualità, oggi chi viaggia zaino in spalla ha età, provenienza, interessi, tempi e risorse molto diverse. Per descrivere alcuni di questi backpacker moderni è stato addirittura coniato il neologismo flashpacker, che indica chi viaggia zaino in spalla, ma con un budget relativamente elevato.

Secondo un sondaggio condotto nel 2025 da WeRoad su cinquemila viaggiatori solitari europei tra i 20 e i 49 anni, una tendenza accentuata al giorno d’oggi è anche il social backpacking: si parte zaino in spalla non più completamente da soli, ma insieme a un gruppo di sconosciuti, per trovare nuove amicizie e uscire dall’isolamento sociale che il 55% del campione intervistato dichiara di sperimentare nella propria vita quotidiana. Le destinazioni sono sicuramente più diversificate rispetto al passato, anche grazie alla maggiore diffusione di ostelli, voli low cost e strumenti tecnologici che ci permettono di avere, letteralmente, il mondo a portata di clic. Tra gli itinerari più desiderati dai backpacker per il 2026, sempre secondo il sondaggio di WeRoad, ci sono Stati Uniti, Perù, Islanda, Thailandia e Marocco.

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L’antico spirito dei wanderer romantici, comunque, sembra essersi in qualche misura preservato. Secondo uno studio del 2021 pubblicato sullo Scandinavian Journal of Hospitality and Tourism, che ha revisionato 151 pubblicazioni sul tema, il cuore dell’esperienza del backpacker resta legato non tanto a ciò che si fa, ma al significato che si attribuisce a ciò che si vive. Secondo gli autori, i backpacker cercano soprattutto libertà dai vincoli e dalla routine, interazioni sociali significative con le popolazioni locali e con altri backpacker, ed esperienze trasformative che aprano la mente e insegnino qualcosa di più su sé stessi. Non solo: il backpacking più di altre forme di turismo, e soprattutto quando viene praticato a lungo termine e senza un itinerario prestabilito, è spesso concepito come un’esperienza liminale. Diventa un confine tra la giovinezza e l’età adulta, o tra la vita quotidiana che già si conduce e la possibilità di una diversa modalità di esistenza.


La prossima volta che sentite le spalle dolere per il peso dello zaino e provate una sottile invidia per le rapide rotelline di un trolley che vi sfreccia accanto, allora, ricordatevi questo: sulla schiena portate non solo vestiti e accessori, ma anche il wanderlust di origine ottocentesca, la voglia di fuggire dalla società borghese dei giovani "uccelli vagabondi", la squattrinata ricerca di illuminazione spirituale degli hippy, persino l’eterno desiderio di scoperta di sé stessi attraverso il mondo. E se qualcuno vi chiede dove siete diretti, non abbiate timore. Spostate lo sguardo sull’orizzonte e mormorate: «Non lo so, ma dobbiamo andare».

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