Il fascino della solitudine: perché ci innamoriamo dei deserti
In un mondo iperconnesso in cui staccare appare impossibile, vivere un’esperienza nel deserto permette di riscoprire una nuova dimensione, più solitaria e umile, dove si viene a patti con la propria naturale finitezza e ci si può meravigliare ancora una volta della bellezza del mondo.
“Quando un uomo è stato là e si è sottoposto a quel battesimo di solitudine, non può più farne a meno. Una volta che qualcuno ha vissuto l’incantesimo della vasta, luminosa e silenziosa regione, nessun altro posto può sembrargli altrettanto potente, nessun altro scenario può offrirgli la sensazione estremamente gratificante di trovarsi nel mezzo di qualcosa di assoluto” scrive Paul Bowles a proposito del perché il tempo trascorso nel deserto cambia le persone.
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Una questione di scala
Il deserto permette di sperimentare una dimensione definita dall’assenza di precipitazioni, di rumori, di velocità, di persone. Ci si sente piccoli di fronte a questo orizzonte. E, spesso, anche impotenti. Ma è proprio questa sensazione di essere per una volta realmente alla mercé degli eventi che permette di ritrovare quel salutare senso di solitudine e stupore.
Durante un viaggio in Marocco, terra di deserti, è difficile resistere all’emozione di arrampicarsi su una duna scolpita dal vento. O ammirare la quiete del sole che tramonta e tinge d’oro, arancione e rosso ogni cosa, lasciando poi spazio a un cielo stellato che non siamo più abituati a vedere.
I sensi a mille
Provare il fascino della solitudine quando si visita un deserto permette di riscoprire la potenza dei nostri sensi. Odori, rumori, suoni, colori, superfici. Ogni cosa sembra nuova e meravigliosa. E poi c’è quell’emozione di scoprire che una terra così brulla è in realtà piena di vita, una vita che si è adattata a condizioni che a un occhio esterno possono sembrare proibitive. Per esempio, tamerici e acacie hanno sviluppato foglie sottili per ridurre l’evaporazione e lunghe radici per raggiungere l’acqua. La volpe del deserto (fennec) ha grandi orecchie da pipistrello che contribuiscono a disperdere il calore. Le popolazioni sono nomadi, allevano cammelli, capre e pecore e durante l’anno si spostano con le loro mandrie in cerca di pascoli freschi e acqua.
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Una memoria che richiede cura
L’architettura del deserto è fragile, in Marocco è fatta di pisé cioè argilla o fango essiccati al sole. Va mantenuta, curata, protetta dall’erosione del tempo. Un esempio sono le kasbah, dimore-fortezza costruite per le famiglie regnanti che, insieme ai ksar –i villaggi fortificati racchiusi da mura – si trasformavano in preziosi luoghi di sosta per i mercanti ai tempi delle carovane transahariane. Oggi alcune di queste kasbah non sono altro che rovine. Molte altre, invece, sono state restaurate, curate, e rimesse in uso sotto forma di musei, alberghi, guest house.
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Vivere un’esperienza nel deserto permette di toccare con mano questa memoria collettiva, riscoprendo un senso di cura sopito dalla frenesia della vita. E poi, ci sono quelle piccole memorie di un tempo passato che affascinano da sempre chi viaggia. Per esempio, il leggendario cartello "52 giorni per Timbuctu" che si trova a Zagora, o le incisioni rupestri di Foum Chenna, a Tinzouline, dove una parete rocciosa lunga 800 metri conserva oltre 2500 figure incise e 88 iscrizioni in un alfabeto antico, che è l’antenato di tutte le scritture berbere moderne.