Dopo il film di Nolan: i luoghi dell'Odissea da vedere tra Roma e Napoli
Per provare l’emozione di guardare Ulisse dritto negli occhi, come se fossi un personaggio del film Odissea di Christopher Nolan, mi è bastato venire a Sperlonga, nel basso Lazio, dove il Museo archeologico nazionale ospita la rappresentazione della testa di Odisseo che, nei decenni, è diventato il riferimento iconografico per rappresentare l’eroe omerico. I riccioli, la barba lunga, quell’espressione a metà tra dolore e determinazione sono diventati ciò che in tutto il mondo è l’immagine di Ulisse, a cui senza dubbio anche l’attore Matt Damon si è ispirato per interpretare il protagonista film campione d’incassi.
Perché la Riviera di Ulisse è legata al poema di Omero
Eppure questo museo adagiato sul mare mi svela molto altro. I monumentali gruppi scultorei sono stati ritrovati, a fine anni Cinquanta, all’interno di quello che era il palazzo dell’imperatore romano Tiberio. Una monumentale grotta naturale permette al Mar Tirreno di entrare fin dentro la residenza, mentre le scene del poema di Omero sono custodite nelle sale museali e ne raccontano alcuni degli episodi più celebri, dell’accecamento di Polifemo all’assalto del mostro di Scilla, dal ratto del Palladio dal tempio di Atena alla scena in cui Ulisse trascina il corpo di Achille.
Dopo la visita, la vicina spiaggia di Levante mi permette di ricaricare le energie prima di dare il via a un tour tra alcuni dei luoghi più affascinanti del poema epico dell’Odissea.
Nell’estate in cui il film di Nolan si fa fenomeno di costume, questo tratto di costa a metà strada tra Roma e Napoli è sotto i riflettori degli appassionati di cinema e di mitologia, oltre che dei turisti di tutto il mondo. Non si contano gli studi scientifici che, nei secoli, hanno cercato di ricondurre luoghi reali agli scorci descritti da Omero. È impossibile determinare con certezza i riferimenti geografici di un racconto tramandato oralmente millenni fa, ma senz’altro ci si può far suggestionare da miti capaci di risuonare attraverso la storia dell’umanità. Basta pensare che oltre vent’anni fa è stato intitolato proprio al protagonista dell’Odissea il Parco regionale della Riviera di Ulisse, che protegge e tutela la parte meridionale della provincia di Latina, per lo più nell’area del Golfo di Gaeta.
Formia e il mito dei Lestrigoni
E allora punto verso Sud e il mio itinerario riparte da Formia. Le origini del nome rimandano al greco antico e alla parola “approdo”, quindi a un luogo sicuro e tranquillo. Ma i riferimenti mitologici di questa città evocano una strage. Qui, infatti, è dove Ulisse, nel suo peregrinare verso Itaca, si imbatte nei Lestrigoni, giganti cannibali che distruggono tutte le navi della flotta tranne quella del condottiero omerico. Oggi le atmosfere sono molto più tranquille e l’ampia e comoda spiaggia di Vindicio è una tappa obbligata.
Gaeta tra la fonte Artacia, la Montagna Spaccata e la Grotta del Turco
Appena cinque chilometri più a Ovest, arrivo a Gaeta, che si protende nel mare quasi a chiudere e proteggere il golfo a cui dà il nome. È chiamata la “città delle cento chiese”, ma in realtà sono circa la metà, un numero comunque enorme per un centro di circa ventimila abitanti. Qui, secondo il mito, sgorgava la fonte Artace dove, nel libro X dell’Odissea, finalmente i viaggiatori si riforniscono di acqua dolce e dove incontrano la figlia del re dei Lestrigoni.
Con i versi di Omero nella mente (“E s’abbattero a una real fanciulla, / Del Lestrigone Antifate alla figlia. / Che del fonte d’Artacia, onde costuma / Il cittadino attignere, in quel punto / Alle pure scendea linfe d’argento.”), dal centro di Gaeta raggiungo a piedi il Monte Orlando, un parco urbano dove si trovano la Montagna Spaccata e la Grotta del Turco, luoghi in cui gli echi della mitologia greca si intrecciano alla fede cristiana e alla storia della Roma antica.
Il complesso del Santuario della SS. Trinità, infatti, sorge dove un tempo c’era la villa romana di Lucio Munazio Planco ed è un miracolo architettonico. La cappella del Crocifisso è stata costruita incastonata in una fenditura rocciosa a picco sul
mare. Da qui accedo anche alla spettacolare scalinata che conduce fino al cuore della montagna, la Montagna Spaccata, appunto.
Al ritorno, mi fermo al porto di Gaeta. Mentre addento un trancio di tiella, la pizza ripiena di polpo tipica della zona, un anziano abitante della zona mi racconta che quella spaccatura nella montagna è stata generata dal terremoto che scosse il mondo alla morte di Cristo. Mi spiega anche che il "Turco" della grotta rimanda in realtà ai Saraceni che qui, nel IX secolo, si nascondevano per assalire le navi del Ducato di Gaeta.
Prima di rimettermi in viaggio, faccio una sosta nella vicina spiaggia di Serapo, che ha una sabbia così fine che sembra velluto, perfetta per un tuffo prima di proseguire verso Nord.
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Sperlonga, il borgo che continua a raccontare Omero
Poi mi rimetto alla guida, lungo la via Flacca, che costeggia il mare. Mi fermo al parcheggio Da Renato, che mi racconta che furono proprio gli scavi per costruire questa strada a portare alla luce i gruppi scultorei che poi hanno dato vita al museo di Sperlonga. Mi offre anche un passaggio per la spiaggia dei Trecento gradini. È un paradiso terrestre, con un mare cristallino, ma io mi fermo solo per un’oretta. Preferisco proseguire fino al centro storico di Sperlonga, la città alta.
Case in calce bianca, vicoletti stretti e scalinate ripide rimandano alle architetture di molte isole greche. E la Grecia antica risuona anche in via Lebina. In questo vicolo pedonale la potenza dei versi di Omero è riportata sui gradini. Si tratta del passaggio in cui, nel Libro I, gli dei decidono di far tornare l’eroe a Itaca, dando il decisivo via al racconto: “Gli rispose allora la Dea… Atena / “Padre nostro Cronide, sommo tra i potenti, / se ora agli dei questo è caro davvero /che il saggio Odisseo ritorni a casa). Qui è nata una galleria d’arte a cielo aperto, grazie a colorati murales che raccontano le scene più celebri dell’Odissea e che i creator di tutto il mondo riprendono nei loro contenuti social.
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Dal Tempio di Giove Anxur al Monte Circeo, sulle tracce della maga Circe
Sono i numerosi punti panoramici della città alta di Sperlonga a indicarmi la prossima tappa. Rivolgo lo sguardo verso Nord, il cielo è abbastanza terso da mostrarmi distintamente il Monte Circeo. Con un pizzico di fantasia, il profilo del monte mi sembra quello di una donna, magari proprio quello della Maga Circe. Mi rimetto in viaggio e, prima di raggiungere San Felice Circeo, attraverso Terracina. Qui, appena fuori dal centro abitato, sulla cima del Monte Sant’Angelo, ecco il Tempio di Giove Anxur, risalente al I secolo a.C. Il panorama abbraccia tutto il golfo e all’ingresso del sito archeologico scopro che fu questo il punto elevato da cui Ulisse salì per osservare quella che l’eroe credeva fosse un’isola, Eea, cioè proprio il vicino promontorio del Circeo, dimora della Maga Circe.
L’area del Circeo è stata riconosciuta come Parco Nazionale fin dagli anni Trenta. Le dune protette, in corrispondenza di Sabaudia, sono un ecosistema eccezionale e in alcuni punti raggiungono i 27 metri d’altezza, mentre il sistema di laghi
attrae appassionati di sport d’acqua e birdwatching. Ma l’esperienza imperdibile per vivere le atmosfere omeriche è raggiungere il Picco di Circe, il punto panoramico del Monte Circeo. Mi faccio accompagnare da una guida
autorizzata, si tratta di un’escursione impegnativa di circa sette chilometri, dalla pendenza accentuata. Ma ne vale la pena: i 541 metri d’altezza sul livello del mare regalano una vista unica al mondo. Da qui, si distinguono nettamente le isole Ponziane, altri luoghi di mare paradisiaco e di straordinari reperti archeologici. Ma questa è un’altra storia, un altro mito.
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Da sapere
L’itinerario si sviluppa lungo il litorale del Lazio meridionale, tra Sperlonga, Formia, Gaeta, Terracina e il Parco Nazionale del Circeo. Tutte le tappe sono raggiungibili in auto seguendo la Via Flacca e possono essere visitate in due o tre giorni. I collegamenti tra questi luoghi e l’Odissea appartengono alla tradizione e agli studi che, nel corso dei secoli, hanno cercato di identificare nel Mediterraneo gli scenari del poema omerico.