Albania, il prezzo del successo

La prima volta che sono andato in Albania era il 2008. Le strade, allora, erano ancora in gran parte dissestate, spesso non asfaltate, e il viaggio aveva il sapore dell’attraversamento. Non c’era quasi nulla di comodo. Si entrava senza controlli in chiese affrescate oggi accessibili solo a pagamento, le terme di Bënjë erano un segreto gelosamente custodito e i luoghi più affascinanti non si offrivano al visitatore: bisognava cercarli. L’Albania non era un paradiso perduto. Era un paese più povero, più fragile, più degradato, ma in grado di stupire con scoperte inaspettate.

Le terme di Bënjë @Vaidotas Grybauskas  /Shutterstock
Le terme di Bënjë @Vaidotas Grybauskas /Shutterstock
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Oggi il turismo è esploso e ha portato con sé l’idea che ogni luogo debba essere reso subito spendibile e intensamente sfruttabile. La Riviera Albanese è il caso più evidente. Tratti di costa che colpivano per la loro bellezza aspra, da Palasë a Dhërmi, da Drymades verso sud, sono entrati in un ciclo di monetizzazione del paesaggio. Il problema non è il flusso crescente di viaggiatori. Il problema è il modello scelto per accoglierli: strutture sempre più grandi, pressione edilizia, servizi non proporzionati alla fragilità dell’ambiente, una crescente uniformità dell’esperienza.

Sarebbe però troppo facile limitare il discorso al mare. Anche città come Berat e Gjirokastër sono esposte agli effetti dell’overtourism. Non si tratta in questi casi di un problema di cementificazione sfacciata, come accade sulla costa, ma di una levigatura che tende a snaturare la ruvidità originale dei luoghi. I centri storici sono restaurati e ripuliti, e questo in sé è positivo, ma con l’obiettivo di renderli più ‘presentabili’. Sembra che sia in atto un’operazione di maquillage più che di tutela: nascono localini tutti uguali e tutti graziosi, i menu sono addomesticati, i negozi vendono solo souvenir a uso e consumo dei visitatori. Il bello resta, certo, ma scompare l’elemento di imprevedibilità. E un paese come l’Albania, che ha sempre sedotto proprio per le sue asperità, rischia così di perdere carattere.

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A questo ‘make-up’ ingannevole si aggiungono gli effetti della comunicazione falsata dei social network. L’inquadratura è sempre ‘perfetta’, studiata per lasciare le imperfezioni fuori dall’immagine. Si mostra la vasca dalle acque turchesi, non l’adiacente parcheggio stracolmo di veicoli. Si vede la casetta in pietra dorata, non la proliferazione di negozi tutto intorno.

Non voglio apparire nostalgico di un’Albania difficile solo perché era difficile. Ma mi chiedo se trasformare luoghi da proteggere, come le terme di Bënjë o certi tratti della costa, in spazi che promettono ogni comfort e servizio (talvolta senza esserne all’altezza, peraltro) sia l’unica soluzione possibile per attirare viaggiatori. Nel breve periodo questa scelta produce numeri. Nel lungo, rischia di consumare l’identità dell’Albania. Vorreste trovare una pista di go-kart nel Colosseo?

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