Che cos'è l'overtourism e come affrontarlo
Sono quasi arrivata a quell'età in cui posso iniziare a dire: «Quando ero bambina viaggiare era molto meglio». Se volessi davvero calarmi nella parte, potrei abbandonarmi ai ricordi di tutti i posti che ho visitato, per le ragioni più improbabili, e di come lo facessi quando perdersi era ancora possibile. Rifletto spesso su quanto il turismo sia cambiato, sul progressivo asservimento del viaggio ai dettami del profitto e su come i nostri sforzi di conoscere davvero un luogo, per quanto generosi e ben intenzionati, vengano spesso frustrati da lunghe code, prezzi altissimi e aspettative deluse. Scrivo di overtourism (sovraffollamento turistico) da anni e l'ho visto erodere progressivamente le fondamenta di città e paesi che amo. Potrei raccontarvi come il turismo abbia cambiato in peggio parecchi posti e trarne l'amara conclusione che, davvero, i viaggi non sono più quelli di una volta. Ma non è bene rimuginare sugli errori del passato: oggi più che mai il viaggio è ricco di possibilità e le nostre scelte possono realmente fare la differenza. L'overtourism dilaga e le disuguaglianze che ha generato hanno trasformato in modo irreversibile le comunità di tutto il mondo, eppure il viaggio – se affrontato nel modo giusto – può ancora avere ricadute molto positive.
Che cos’è l’overtourism?
Parliamoci chiaro: overtourism non significa semplicemente sovraffollamento, e non sono i turisti né i residenti i principali responsabili di questo fenomeno.
L’overtourism rappresenta un fallimento della politica e dei governi in almeno tre contesti specifici:
• fornire risorse adeguate e soddisfare in modo equo i bisogni primari di chi abita in un certo posto e di chi lo visita per turismo;
• contrastare la speculazione rapace e predatoria che danneggia la qualità della vita in quel posto;
• proteggere i beni culturali immateriali.
È fondamentale che tutti noi comprendiamo quanto l’overtourism sia un fenomeno deliberato su scala globale, e quanto il nostro desiderio di vedere il mondo venga monetizzato e strumentalizzato da una ramificata industria dei viaggi mossa da logiche di mercato e di profitto, che spesso opera in assenza di normative.
Che cosa possiamo fare per contrastare l’overtourism?
La situazione sembrerebbe grave, e in effetti lo è. Se ritenete che le esperienze di viaggio dovrebbero essere radicalmente diverse, ebbene, avete ragione. Tra i tanti miti che dobbiamo sfatare c’è la convinzione che esista un fantomatico "viaggio a impatto zero".
D’altro canto, abbiamo accesso a molti più strumenti che in passato, non solo per informarci ma anche per creare legami e connessioni in un modo che ci avvicinerà molto di più al tipo di viaggio che desideriamo davvero vivere. Perché se è vero che l’apparato industriale del turismo sembra implacabile, e che molti luoghi ne stanno pagando le conseguenze, noi possiamo comunque dire la nostra.
Ecco allora alcuni aspetti sui quali riflettere per contrastare efficacemente l’overtourism.
Chiedetevi perché viaggiate
Questa è la domanda fondamentale, molto più importante di qualsiasi pianificazione. Il perché del viaggio dovrebbe il punto di partenza e l’obbiettivo delle nostre incursioni nel mondo.
Perché vogliamo andare in quel luogo in particolare? Cos’è che ci spinge a farlo? Molti non si pongono questa domanda e, di conseguenza, restringono i campi del possibile ai luoghi automaticatamente identificabili come destinazioni per le vacanze.
I social media hanno messo in risalto questa tendenza, ma il riflesso di partire senza chiedersi il perché è molto più antico. Pertanto, nelle primissime fasi di pianificazione di un viaggio, chiedetevi: perché desidero vedere il tale posto? Perché quell’attrazione? Perché in quel periodo dell’anno? Non si tratta di logistica, ma di riflessioni profonde su ciò che ci aspettiamo da un viaggio e, di rimando, su ciò che siamo disposti a dare.
Comprendete il fascino delle certezze
Molti dei meccanismi che causano l’overtourism sono innescati dal delicato equilibrio tra la curiosità e il desiderio di certezze. Questo paradosso primordiale viene cavalcato dai grandi marchi, che colonizzano le destinazioni colpite dall’overtourism e decidono che cosa sia meritevole di attenzione e cosa no.
È capitato a tutti: vedere decine di persone in coda per comprare un panino ci fa pensare che quel panino debba essere squisito, anche se di fatto non ne sappiamo niente, e questo meccanismo è rassicurante come pochi altri.
Il fenomeno è diventato più evidente nell’epoca dei social media trionfanti, ma precede di secoli l’era dei feed. Questa malintesa ricerca di rassicurazioni comporta anche di limitare il più possibile i contatti con i luoghi visitati: già due secoli fa gli autori delle prime guide turistiche, come Marina Starke, incoraggiavano chi viaggiava sui battelli a vapore a mettere in valigia delle posate per non rischiare di contaminarsi con quelle di bordo, e Thomas Cook organizzava viaggi a pacchetto che promettevano ai turisti di evitare qualsiasi contatto con il contesto locale.
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I disagi fanno parte del gioco
Viaggiare, va detto, è scomodo. Caldo, freddo, caos, rischi: sono tanti gli spauracchi. Usiamo espressioni come "comfort zone" per vendere abbonamenti in palestra, ma sottovalutiamo la reale portata di questa condizione psicologica.
Le rotte che si snodano tra le destinazioni colpite dall’overtourism diventano così spazi sicuri in cui muoverci perché, sebbene siano battute all’inverosimile e totalmente inautentiche, conservano un che di rassicurante cui fatichiamo a rinunciare.
Tutto questo è del tutto naturale. Viaggiare con il proposito di non contribuire all’overtourism significa proprio guardare con benevolenza a questa parte di noi stessi (e degli altri) per imparare a muoverci tra ciò che ci incuriosisce e ciò che ci fa sentire al sicuro.
Questo può significare per esempio scegliere una destinazione che non sia necessariamente "di tendenza", oppure optare per un paese in cui dovrete adattarvi all’ambiente e alla cultura locale invece di aspettarvi che accada il contrario.
Ricordate che ciò che vi fa sentire a vostro agio a casa potrebbe non fare lo stesso effetto altrove, ed è proprio questo a rendere l’esperienza del viaggio al contempo elettrizzante e un po’ spaventosa. Abbandonatevi all’emozione senza sottovalutare le paure e vi ritroverete ad ampliare la vostra comfort zone senza rinunciare alla curiosità.
Scegliete con attenzione dove alloggiare
Il mercato degli affitti brevi ha trasformato il panorama immobiliare globale. La corsa al guadagno ha fatto schizzare i prezzi delle case ben più in alto di quanto molti residenti possono permettersi; questo processo sta svuotando interi quartieri delle più belle città del mondo, con profondo risentimento di chi ci abita.
Le recenti proteste di Barcellona, Amsterdam e Venezia riguardano proprio la carenza di alloggi. Se vi è capitato di vedere la scritta "tourists go home" scarabocchiata su un muro in qualche parte del mondo, probabilmente è perché il turismo ha fagocitato tutte le case che gli studenti, le famiglie e i lavoratori locali potrebbero (e dovrebbero) occupare. E, nei loro panni, potreste provare la stessa frustrazione.
Il luogo in cui dormirete è una delle scelte più complesse e cariche di conseguenze che farete nella pianificazione delle vostre vacanze, e la verità è che non esiste una soluzione rapida o universale a questo problema. Ma c’è molto che possiamo fare per informarci e prendere decisioni in grado di invertire la rotta, anche se l’impatto non sarà immediatamente visibile.
Contattate direttamente hotel e pensioni. Gli operatori online e i motori di ricerca esigono commissioni elevate dagli alberghi, mentre instaurare un rapporto diretto con le varie strutture è un ottimo modo per cominciare il viaggio con il piede giusto. I proprietari potrebbero anche essere disposti a fare qualche sconto per soggiorni lunghi o nei periodi più tranquilli.
Sostenete le realtà locali: scegliete alberghi e guesthouse di piccole o medie dimensioni a conduzione famigliare, messi in grave difficoltà dal boom degli affitti a breve termine.
Potreste pensare che soggiornare in un hotel manchi un po’ di autenticità, ma non c’è nulla di "autentico" nel costringere la gente ad andarsene dai luoghi in cui vive.
Questo significa dover rinunciare agli affitti brevi?
È poco realistico pensare di non ricorrere mai agli affitti a breve termine. Il mercato ne è inondato, e a volte rappresentano l’unica opzione disponibile o economicamente accessibile. Inoltre, famiglie o gruppi con bambini o membri neurodivergenti potrebbero avere assoluto bisogno di una cucina, di un soggiorno o di uno spazio più tranquillo, spesso introvabili negli alberghi e negli ostelli.
Se optate per un affitto breve, privilegiate organizzazioni come Inside Airbnb, strumenti preziosi per comprendere la sharing economy (economia della condivisione) e il modo in cui gli affitti a breve termine influiscano sui luoghi in cui vengono praticati senza freni. Per curiosità, cercate le statistiche della vostra città o del vostro paese: potreste rimanere sorpresi.
Ribadiamo dunque il consiglio di prenotare sistemazioni gestite da privati piuttosto che da società o aziende, poiché è più probabile che si sottraggano alle dinamiche del puro profitto.
Lo spazio è importante
Quando ho scritto a proposito delle problematiche legate allo spazio, per esempio a Venezia, temevo quasi di diventare noiosa puntualizzando l’ovvio. Invece ho ricevuto numerosi commenti di apprezzamento da parte di lettori, amici e residenti.
Quando ci troviamo in un luogo che non conosciamo tendiamo a essere a un tempo vigili e ignari. Spesso siamo così preoccupati di perdere l’orientamente che non ci rendiamo conto di essere fermi nello stesso punto da cinque minuti.
Gestire il flusso delle persone, che ci si trovi in una metropoli o in cima a una scogliera, è una sfida enorme per le destinazioni turistiche. Quando le folle si fanno strabocchevoli il problema prescinde dal comportamento dei singoli e le autorità e gli amministratori locali devono necessariamente farsene carico. Ciascuno, beninteso, è chiamato a fare la propria parte.
Essere consapevoli dello spazio in cui ci troviamo e delle persone con cui lo condividiamo porta immediati benefici, per noi e per gli altri, e può svelare posti poco conosciuti e molto interessanti, ideali per un viaggio a misura d’uomo.
Date valore al vostro denaro
Carmen Bizzarri, docente di geografia economica ed esperta in valorizzazione sostenibile e inclusiva delle risorse a fini turistici, ha spiegato brillantemente una delle ragioni per cui il turismo è esploso a livello mondiale: i turisti non votano, ma spendono. E spendono tanto: Elizabeth Becker ha scritto nel suo eccellente saggio Overbooked che il turismo muove un giro d’affari che vale quanto una delle prime tre economie del mondo (e il libro è del 2013: da allora la tendenza si è certamente rafforzata).
Il potere d’acquisto è in assoluto lo strumento più importante di cui disponiamo per contribuire a sostenere le economie dei paesi che visitiamo. Più facciamo acquisti consapevoli e informati, sapendo che i nostri soldi andranno a beneficio delle persone giuste, più questo vero e proprio superpotere si rafforza.
In alcuni casi basta davvero poco. Invece di comprare il solito souvenir prodotto in serie, premiate i piccoli commercianti e gli artigiani che portano avanti le tradizioni o che si stanno ritagliando un’identità attraverso il loro lavoro.
In altri casi, spendere in modo responsabile può rivelarsi piuttosto difficile. In alcuni paesi, addirittura, il turismo di massa è legato alla criminalità organizzata, e le persone impiegate in attività all’apparenza innocue come vendere fiori per strada sono spesso vittime di questo racket, per non parlare delle pratiche di sfruttamento ancora più evidenti.
Che ci piaccia o no, non possiamo più permetterci il lusso di ignorare gli aspetti dell’economia globale che non ci piacciono, soprattutto quando viaggiamo. Il podcast The End of Tourism potrebbe mettere in discussione alcune delle vostre comode certezze.
Le organizzazioni che si impegnano a informare i viaggiatori, come Addio Pizzo Travel, sono fondamentali. Identificando i negozi, i bar e i ristoranti che non pagano il pizzo alla mafia, questo progetto di viaggio responsabile consente ai turisti di schierarsi al fianco di chi, altrimenti, verrebbe penalizzato per aver preso una posizione etica.
Contattare le guide turistiche direttamente, anziché tramite i grandi portali di prenotazione, aiuta a mantenere i prezzi entro limiti ragionevoli e consente di lavorare ai professionisti locali, stabilendo una relaziona corretta tra i viaggiatori e le destinazioni visitate .
Ovunque andiate, cercate le attività a conduzione famigliare, le organizzazioni culturali gestite dalle comunità e i collettivi di artisti, e investite in queste realtà. Non c’è modo migliore per togliere linfa all’overtourism che sostenere concretamente queste realtà.
I social come mezzo e non come fine
Come fare dunque a localizzare quelle figure, che siano artisti, chef o guide, indipendenti e meritorie? Bisogna riconoscere che sotto questo aspetto i social media sono molto più utili di quanto siamo disposti a riconoscere. Se usati correttamente, possono rivelarsi uno strumento eccezionale per creare il viaggio che desideriamo davvero.
Per prima cosa, seguite content creator che si interrogano sui perché del viaggio e non solo su quello che c’è da vedere, fare o mangiare. Le inchieste giornalistiche che rivelano la realtà dietro il mito spacciato da influencer "aspirazionali" in destinazioni come Dubai stanno aumentando la consapevolezza, rendendo più facile distinguere tra chi viaggia per farsi vedere e chi viaggia per scoprire.
Donne come Beck Delude, per esempio, sfidano l’idea che solo chi ha un corpo da top model dovrebbe poter viaggiare. L’artista e autrice LaNia è l’incarnazione della gioia di viaggiare: provate a non sorridere quando il sole le illumina il viso!
Altri content creator, come Waleed Maoed, intraprendono viaggi in solitaria in giro per il mondo verso luoghi apparentemente improbabili: la sua apertura mentale e la sua attitudine gentile potrebbero convincervi a mettervi in viaggio a vostra volta. Dean e il suo gatto Nala hanno girato quasi tutto il mondo in bicicletta, e se ci sono riusciti loro senza diventare cinici, possiamo farlo anche noi!
Oltre agli influencer, molti utenti di Instagram, Twitter e TikTok offrono ottimi consigli che possono aiutarvi a trovare posti magnifici e a mettervi in contatto con altri viaggiatori.
Naturalmente, con così tanti contenuti in circolazione, è facile farsi sopraffare da liste dei posti migliori in cui mangiare, nuotare, bere o fare acquisti, per poi sentire la pressione della paura di perdersi qualcosa (la cosiddetta FOMO) e ritrovarsi in quella fila per un panino che non siete nemmeno sicuri di volere.
E una volta arrivati a destinazione non state incollati ai social: c’è un viaggio che vi aspetta!
Create reti orizzontali
Nel vostro più recente viaggio, quante volte avete parlato con qualcuno che non vi stesse vendendo un bene di consumo o un servizio? Qualcuno che non fosse lì per prendere la vostra ordinazione, sbrigare il check-in, guidarvi da qualche parte o vendervi dei souvenir?
È inevitabile instaurare rapporti con le persone che ricoprono questi ruoli, soprattutto se le incontriamo più volte durante il viaggio. Del resto, il barista del vostro locale parigino preferito, la guida che ci propone di accompagnarci nelle zone meno trafficate di Tokyo e l’artista che disegna bozzetti a Tulum potrebbero essere valori aggiunti importanti.
Non va dimenticato, tuttavia, che quelle persone sono inserite in un contesto che le obbliga a essere gentili con noi. Certo, è possibile che diventino nostri amici al di là della loro funzione, e potremmo persino tornare ogni anno in un certo posto per via di un legame speciale con un autista bravissimo o con uno chef strepitoso, ma si tratta comunque di rapporti che non partono da una condizione di parità.
Ancora una volta, i social media possono rivelarsi uno strumento utile in questo senso, così come tutte le figure che ho menzionato in precedenza. Iniziate a cercare mostre, concerti, letture o corsi interessanti che non si basino sul semplice acquisto di un bene (anche quando è richiesta una quota di partecipazione), ma che offrano piuttosto un’esperienza territorializzata.
Andate al Fringe Festival di Edimburgo in Scozia, cercate gli spettacoli di nicchia e guardate cosa succede se attaccate bottone con qualcuno tra il pubblico. Iscrivetevi a un corso di burlesque a New Orleans o partecipate a una serata di tango a Buenos Aires e chiedete consigli su ristoranti e locali ai vostri compagni di ballo, che magari avranno voglia di unirsi a voi. Sono le interazioni sincere a fare grande un viaggio, non solo le cose che vediamo e facciamo.
Le persone che lavorano nell’industria del turismo non sono tenute a farci da simulacri di amici. Al contrario, dobbiamo trovare il coraggio di parlare con sconosciuti che non ci devono niente, di fare domande e di immergerci in prima persona nei posti in cui ci troviamo.
Riprendiamoci il turismo, non solo a parole
Secondo il pedagogista brasiliano Paulo Freire, insegnanti e studenti, quando dialogano tra loro, diventano parte di un processo che favorisce l’integrazione dei ruoli e la crescita reciproca. Lo stesso si può dire a proposito del turismo: turisti e residenti devono dialogare nella consapevolezza che entrambe le figure sono importanti.
L’overtourism si basa proprio sull’idea che turisti e residenti siano per definizione contrapposti, sullo sfondo di luoghi che vengono sistematicamente trasformati in merce per il profitto di qualcun altro. Trasformare i turisti in nemici, invece di prendersela con il meccanismo di mercato che sta rovinando il turismo, non ci avvicinerà di un passo a salvare le destinazioni che ci stanno a cuore.
"Turista" non deve essere un’offesa
So che a molti la parola "turista" non piace: meglio "viaggiatore", suona più autentica. Questa distinzione non mi convince: perché mai "turista" non va bene? Dopotutto, “viaggiatore” può indicare chi si muove per affari e chi va in pellegrinaggio, ma non per questo le differenze tra le varie tipologie vengono cancellate. “Turista”, invece, è come un’etichetta di conformismo.
Il turismo è bellissimo, per quanto diffamato e manipolato, e non dovremmo vergognarcene. Il magnifico desiderio di partire sfidando il buonsenso, attratti da un orizzonte pieno di possibilità e dalla gioia di vedere posti nuovi, merita di essere celebrato.
E sarebbe ora di dare un nome adeguato, senza stigmi di sorta, a questo desiderio. Perché, in fin dei conti, l’overtourism non danneggia solo le mete che ne sono soggette, ma anche la nostra capacità di vederci, di incontrarci, di riconoscerci. In questo contesto tutelare le città, i paesi e le persone che ci vivono è un gesto radicale, un atto d’amore, dotato di reale potere di trasformazione. Mettiamoci al lavoro.