Basilicata, il cuore verde del Sud

La Basilicata è una regione che non si svela al primo sguardo, ma richiede la pazienza di chi sa addentrarsi nelle pieghe di un territorio sospeso tra due mari e attraversato da un’imponente dorsale montuosa, frangente da cui sprigiona un gradiente ambientale di netti contrasti. La bassa pressione antropica su una gran parte del territorio ha preservato un indice di wilderness ormai raro nella penisola, in cui gli ecosistemi naturali possono evolversi seguendo dinamiche spontanee, liberi dal controllo e dall’interferenza umana. Il mosaico ambientale della Basilicata spazia dalle guglie di arenaria che graffiano il cielo delle Dolomiti Lucane ai versanti ‘desertici’ dei calanchi, sino alle foreste vetuste dell’Appennino. Ben oltre la valenza estetica, il territorio si configura come un vero ‘parco diffuso’ che tutela circa il 30% della superficie regionale, offrendo rifugio a endemismi preziosi e invitando a una scoperta lenta di un patrimonio naturalistico di grande valore scientifico.

Il paesaggio lunare dei calanchi della Basilicata ©ScottYellox/Shutterstock
Il paesaggio lunare dei calanchi della Basilicata ©ScottYellox/Shutterstock
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Un libro di pietra

La storia geologica della Basilicata è un libro di pietra dove ogni pagina racconta un momento diverso della storia della terra, stratificando milioni di anni in un paesaggio di rara potenza. A nord domina il profilo inconfondibile del Vulture, un antico vulcano spento che, con i suoi 1326 m, sorveglia l’altopiano come un gigante addormentato. Il suo cratere, dormiente da millenni, ospita oggi i due Laghi di Monticchio, gemelli speculari incastonati in un anello di boschi rigogliosi che affondano le loro radici nei fertili suoli vulcanici.

Spostandosi verso il centro della regione, la scena cambia drasticamente al cospetto delle Dolomiti Lucane. Dietro il nome che evoca le ‘cugine’ alpine, queste creste frastagliate nascondono una genesi geologica completamente diversa. Sono infatti composte di arenaria compatta e conglomerati miocenici risalenti a 15 milioni di anni fa, modellati dall’erosione in guglie, torri e forme bizzarre che hanno catturato la fantasia popolare.

A sud-est, verso lo Ionio, il verde delle foreste lascia spazio all’ocra accecante e al bianco gessoso dei calanchi. Qui, l’argilla, messa a nudo dal disboscamento di epoca storica e dall’azione incessante degli elementi, è stata incisa dall’acqua in un labirinto di solchi, lame e piramidi di terra. È il paesaggio lunare, austero e meditativo magistralmente catturato dalle parole di Carlo Levi, dove il candore della pietra sfida l’azzurro del cielo e dove paesi fantasma come Craco restano aggrappati alla fragile certezza geologica dei pendii più scoscesi.

Il borgo abbandonato di Craco  © illpaxphotomatic/Shutterstock
Il borgo abbandonato di Craco © illpaxphotomatic/Shutterstock

2350 tonalità di verde

In questo scenario geologico così variegato la flora ha trovato infinite nicchie per esplodere in una biodiversità che conta oltre 2350 specie, di cui ben 168 endemiche, trasformando la regione in un vero paradiso botanico. Simbolo arboreo di queste terre è il pino loricato (Pinus heldreichii), relitto glaciale che ha eletto le vette più impervie del Parco Nazionale del Pollino a sua dimora esclusiva. Con la corteccia fessurata, simile a una corazza a placche, e la sua capacità di vivere per millenni aggrappato alla nuda roccia calcarea, in aperta sfida agli elementi, questo albero è un campione di resilienza. Scendendo di quota, il paesaggio si ammanta di foreste miste dominate da specie mesofile.

Sul Vulture e nell’Appennino Lucano si trovano cerrete maestose e faggete vetuste che ospitano rarità botaniche come l’Acero di Lobel (Acer cappadocicum subsp. lobelii), un endemismo dell’Appennino meridionale che qui raggiunge dimensioni monumentali. Nelle zone più aride delle Dolomiti Lucane e della Murgia, la roccia, apparentemente sterile, ospita specie adattate alla vita estrema della pietraia: è il regno della Knautia lucana e della Onosma lucana. In primavera, i pascoli sassosi si punteggiano di numerose orchidee selvatiche come la Ophrys lucana. Anche i calanchi nascondono tesori inattesi: l’astragalo e la sulla, specie pioniere e tenaci dalle meravigliose fioriture. Un’altra perla botanica è la Vicia sirinica, un’erbacea perenne esclusiva delle vette del Sirino e micro-endemismo che testimonia l’isolamento e l’eccezionalità ambientale di queste montagne.

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La fauna selvatica

La bassa pressione antropica e l’integrità degli habitat hanno permesso alla Basilicata di diventare un rifugio per alcune delle specie più elusive e minacciate della fauna italiana. I corsi d’acqua, in particolare i fiumi Agri, Sinni e i torrenti della Murgia, sono il regno indiscusso della lontra. Questo mustelide, indicatore biologico di integrità ambientale, ha qui una delle popolazioni più consistenti e vitali d’Italia. I cieli lucani sono invece il dominio dei grandi veleggiatori: la regione è uno degli ultimi rifugi per il capovaccaio, il piccolo ‘avvoltoio egizio’ dal piumaggio bianco e nero, ormai ridotto a pochissime coppie nidificanti in Italia. Le pareti rocciose della Murgia Materana offrono a questo spazzino ecologico un sito di riproduzione ideale. Altre specie di rapaci di rilievo sono il nibbio reale, facilissimo da avvistare con la sua inconfondibile coda biforcuta, il lanario e la rarissima cicogna nera, che sceglie le pareti più inaccessibili delle Dolomiti Lucane per il suo nido, lontano da sguardi indiscreti.

Nei boschi più fitti, il lupo appenninico ha riconquistato stabilmente il suo areale, muovendosi silenzioso tra le faggete insieme al gatto selvatico, vero fantasma dei boschi, presente con una popolazione relativamente nutrita. Tra gli anfibi, la salamandrina dagli occhiali è un endemismo italiano che popola i ruscelli più freschi e ombrosi. Grandi sorprese riserva anche l’entomofauna: alle pendici del Vulture vive la Brahmaea europaea, falena notturna appartenente a una famiglia tropicale che è sopravvissuta grazie al peculiare microclima.

I laghi di Monticchio, nel Vulture © Giuma/Shutterstock
I laghi di Monticchio, nel Vulture © Giuma/Shutterstock
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Parchi e aree protette

Condiviso con la Calabria, il Parco Nazionale del Pollino è l’area protetta più estesa d’Italia. Riconosciuto come GeoPino Loricato (Pinus heldreichii), Parco Nazionale del Pollino è un compendio di storia geologica: dai circhi glaciali ai profondi inghiottitoi carsici, fino alla Timpa delle Murge, un affioramento di rocce ofiolitiche provenienti da un antico fondale oceanico. Le sue faggete vetuste, tra le più antiche d’Europa, sono silenziose cattedrali viventi dove risuona il passo felpato del lupo e il richiamo dell’astore. La Valle del Mercure e le vette più elevate offrono panorami che nelle giornate terse spaziano dall’Etna ai monti dell’Albania. È una frontiera naturale aspra e solenne, habitat d’elezione per il pino loricato.

Il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano-Val d’Agri-Lagonegrese è il parco nazionale più giovane d’Italia, un corridoio ecologico cruciale che connette il Pollino con le aree protette campane del Cilento. Se il Pollino è un dominio di vette maestose, l’Appennino Lucano è il regno delle acque e dei boschi. L’alta valle dell’Agri è un susseguirsi di ambienti umidi e foreste lussureggianti tra cui si cela l’Abetina di Laurenzana, un bosco relitto di abete bianco che dal punto di vista genetico è un vero serbatoio di biodiversità. Tra le sue gemme c’è anche il Lago Laudemio, un piccolo specchio d’acqua di origine glaciale situato alle pendici del Monte Sirino. È circondato da una faggeta che in autunno offre uno dei foliage più ‘incendiari’ dell’Appennino meridionale.

Il Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane è un luogo di contrasti potenti e affascinanti. Da un lato le guglie in arenaria delle Dolomiti Lucane, rifugio per rapaci e piante rupicole; dall’altro la Foresta di Gallipoli Cognato, una delle cerrete più vaste e meglio conservate d’Italia. Qui, esemplari secolari di Quercus cerris raggiungono dimensioni imponenti, creando un sottobosco ricco di specie. È un bosco ‘culturale’, teatro di riti ancestrali come il Maggio di Accettura, dove il risveglio della natura è celebrato dall’unione simbolica tra un cerro e un agrifoglio, in una festa pagana che sprofonda nella notte dei tempi.

Il Sasso Caveoso e la Gravina  © Pierre Violet/Shutterstock
Il Sasso Caveoso e la Gravina © Pierre Violet/Shutterstock

A ridosso della città dei Sassi, il Parco della Murgia Materana protegge il paesaggio unico della Gravina di Matera, un profondo canyon inciso nelle formazioni del calcare di Altamura e della calcarenite di Gravina. Nonostante l’aspetto brullo, la Murgia ospita ben 923 entità floristiche, pari a un sesto dell’intera flora nazionale. Le pareti verticali della gravina sono condomini naturali per un’ornitofauna che comprende il falco grillaio, piccolo rapace che nidifica fin sotto i tetti di Matera, il capovaccaio e la cicogna nera. L’altro volto del parco, quello più oscuro, sono le grotte dove sono state ricavate oltre 150 chiese rupestri, testimoni della millenaria simbiosi tra uomo e natura in questo angolo d’Italia.

Scendendo verso la costa ionica il Bosco Pantano di Policoro è l’ultimo lembo dell’immensa foresta planiziale che un tempo ricopriva l’intera costa ionica e che gli antichi greci chiamavano ‘Siritide’. La foresta è un intrico di vegetazione igrofila dove frassini, pioppi, olmi, ontani (con cerri e farnie nelle aree più asciutte) affondano le radici nell’acqua, creando un ambiente anfibio di rara suggestione. Questa riserva, gestita come oasi WWF, è fondamentale per la sosta degli uccelli migratori, ma è nota soprattutto per ospitare il Centro Recupero Tartarughe Marine, che restituisce al mare le caretta caretta ferite o in difficoltà. I canali ospitano anche una ricca popolazione di testuggini palustri (Emys orbicularis), che si crogiolano al sole sui tronchi emersi, mentre nel fitto della boscaglia si nasconde una fauna minore ma preziosissima di insetti e piccoli mammiferi.

Tornando a nord, all’ombra del Vulture, la Riserva Regionale Lago Piccolo di Monticchio tutela il microcosmo del lago vulcanico dove si specchia l’Abbazia Benedettina di San Michele (p126). Il bosco di frassini e ligustri dove la Brahmaea europaea compie il suo ciclo vitale è un ecosistema fragilissimo che di notte si anima del volo silenzioso di questa ‘signora della notte’, testimone vivente di un passato climaticamente simile a una giungla subtropicale. Continuando a lambire le acque di un lago non si deve dimenticare l’invaso della diga di San Giuliano, diventato una delle zone umide più importanti del Sud Italia per lo svernamento dell’avifauna. Le sponde rinaturalizzate del lago offrono canneti e boschi ripariali dove è possibile fare birdwatching di alto livello, osservando spatole e cavalieri d’Italia con migliaia di altri uccelli acquatici che 180 qui trovano rifugio durante le migrazioni.

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