Marocco in bicicletta: da Marrakech all’Oceano attraverso le montagne dell’Alto Atlante
Il Marocco assale i sensi, e lo fa senza chiedere permesso. Il nostro viaggio in bicicletta inizia a Marrakech, in un vortice di colori, suoni e odori, e procede nei silenzi e nei panorami maestosi dell’Alto Atlante, tra villaggi berberi, montagne sublimi, incontri e imprevisti. La destinazione finale è l’Oceano Atlantico, con le sue spiagge immense, i villaggi di pescatori e quelli diventati mete internazionali per il surf.
L’arrivo a Marrakech
Il richiamo alla preghiera ci sveglia all’alba. Dalla terrazza del riad, Marrakech si dipinge di rosa sotto la luce del mattino, mentre il minareto della Moschea della Koutoubia svetta imponente contro il profilo lontano dell’Atlante, con le cime ancora innevate. Due giorni qui non sono abbastanza, ma servono per acclimatarci al Marocco prima di montare in sella. Passeggiamo nei vicoli della medina, dove il profumo di cuoio si mescola a quello del coriandolo fresco: lo street food, i banchi di verdure e quelli di libri usati si alternano alle bancarelle con prodotti meno artigianali. Tra una tajine e un cous cous in una delle meravigliose terrazze, assembliamo gli ultimi dettagli: camere d’aria di scorta, datteri secchi, pane msemen per il viaggio. Le biciclette, con le loro borse cariche, sono pronte e ci attendono pazienti nel cortile come cammelli moderni.
A fine pomeriggio ci ritroviamo a Djemaa el-Fna, la grande piazza dichiarata Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, animata da incantatori di serpenti, scimmie ammaestrate, musicisti e donne che realizzano tatuaggi con l’henné, che alla sera si trasforma in un teatro a cielo aperto con cantastorie, acrobati e suonatori di gnaoua tra le bancarelle illuminate dove un fumo denso sale dalle decine di griglie, portando con sé profumo di spezie e di carni arrostite.
Marrakech – Ouirgane
Lasciamo la città al mattino presto, quando il traffico è ancora gestibile. L’asfalto scorre via mentre Marrakech si dissolve dietro di noi, sostituita da palmeti e campi d’argan. La strada comincia a salire impercettibilmente. I primi contrafforti dell’Atlante emergono davanti a noi, imponenti. La fatica nelle gambe si fa sentire, ma il paesaggio ripaga ogni pedalata. Villaggi berberi di terra rossa punteggiano la valle, identici alle montagne da cui sembrano germogliare. Superiamo guadi e imprevisti, visitiamo l’atelier di Rachid Rafik alle porte di Lalla Takarkoust, sulle sponde della grande diga. Proseguiamo finché la nostra traccia si ferma davanti a un wadi inondato d’acqua: cambiamo itinerario, allunghiamo fino ad Amizmiz, vivace cittadina di media montagna, e per raggiungere la meta finale del primo giorno ci ritroviamo a bordo di un furgone con le bici nel cassone. Arriviamo a Ouirgane percorrendo una strada tortuosa che si snoda tra colline verdissime. Ci fermiamo in un piccolo gîte dove la famiglia ci accoglie con tajine di agnello e verdure, sorrisi e tanta gentilezza.
Ouirgane – Oulad Berhil via Tizi n’Test
L’alba è fresca, iniziamo a pedalare lungo le sponde della diga di Yaakoub El Mansour, incrociando cartelli stradali che annunciano il leggendario Tizi n’Test: ci aspettano 70 chilometri di tornanti che si arrampicano verso i 2092 metri del passo dell’Alto Atlante, lungo una strada dissestata da lavori in corso, interruzioni, ruspe e camion.
Le prime rampe sono dure. Pedaliamo lenti, costanti, contando i tornanti. Un pastore con le sue capre ci saluta alzando il bastone, i bambini che camminano per andare a scuola ci danno il cinque. Il mondo si restringe al ritmo del respiro e si apre alla bellezza selvaggia delle montagne rosse che si ergono tutt’intorno. La pendenza si fa più dolce, a tratti la strada scende permettendoci di rifiatare, un’interruzione per lavori ci permette di guardare meglio il panorama: la strada davanti a noi serpeggia lungo le pareti severe della montagna e pare un funambolo in equilibrio precario su uno strapiombo vertiginoso. Continuiamo a salire, il panorama cambia, la vista si apre sui Quattromila dell’Atlante e si spinge verso un orizzonte infinto. All’improvviso ecco il passo: ‘Strada costruita dal servizio dei lavori pubblici del Marocco 1926-1932’, si legge sul muro di una sorta di autogrill con le bandiere che sventolano sul tetto.
La discesa è maestosa, la strada dipinge grandi curve giù per pendii color ocra con il sole che tramonta davanti a noi e regala riflessi magici sulle valli che si aprono all’orizzonte. Il paesaggio cambia rapidamente: l’aria si fa più calda, le piante di argan sostituiscono i cedri. Arriviamo impolverati a Oulad Berhil, dove ceniamo con cous cous sotto le stelle, accompagnati dai fischi dei pavoni, appollaiati sulle palme mentre sorvegliano il riad come attente sentinelle.
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Oulad Berhil – Taroudant
La tappa successiva è quasi pianura. Pedaliamo attraverso la Plaine du Souss, un mosaico di aranceti, uliveti e villaggi rurali. La strada è dritta, il vento laterale costante. Gruppi di persone lavorano nei campi, tutti ci salutano con grandi sorrisi. Taroudant emerge dalle sue mura rosa come una Marrakech in miniatura. Le fortificazioni abbracciano la città vecchia in un cerchio perfetto: 7 km di mura, con 130 torri e 9 porte che custodiscono questa cittadina affascinante e impregnata di storia e di tradizioni. Parcheggiamo le bici e ci perdiamo nel souk, un labirinto di botteghe artigiane, meno turistico e più genuino di quello della sua famosa sorella. Compriamo pane caldo e olive, sedendoci all’ombra delle mura a osservare la vita scorrere, ci godiamo il tramonto che dipinge le mura di colori caldi, con l’Atlante alle spalle e l’Oceano che ci attende. Siamo a metà strada tra montagna e mare.
Taroudant – Anza
C’è qualcosa di diverso nella luce e nell’aria, l’oceano si avvicina. Attraversiamo villaggi e colline punteggiate da piante di argan, all’ombra delle quali molte famiglie organizzano pic-nic per trascorrere una giornata di festa. Sfioriamo la periferia di Agadir, ci lasciamo alle spalle palazzoni e strade trafficate. Sebbene il paesaggio non sia dei più belli e ci troviamo costretti a pedalare sulla strada nazionale e ad attraversare la zona del porto, l’ultimo tratto è un crescendo di emozioni: finalmente davanti a noi si profila una linea blu infinita che si fonde col cielo. Siamo arrivati sull’Atlantico. Ci fermiamo ad Anza, piccolo paesino di pescatori e surfisti, un piccolo assaggio della vita di mare.
Anza – Taghazout
Il nostro viaggio è quasi concluso, ci prendiamo ancora un giorno per raggiungere Taghazout, che ci accoglie con il suo fascino hippie. Case bianche, tavole da surf appoggiate ai muri, odore di salsedine. Scendiamo dalle bici e ci lanciamo tra le onde fredde che ci lavano via la polvere dell’Atlante. Proviamo a cavalcare qualche onda con il surf prima di goderci una serata tra i ristoranti e i locali vivaci di questa bella cittadina.
Agadir
Pochi chilometri fino ad Agadir per il volo di ritorno. La moderna città balneare è un mondo diverso, ma dalla kasbah ricostruita guardiamo indietro verso l’entroterra: all’orizzonte, le montagne che abbiamo attraversato pedalando.
Quasi quattrocento chilometri, tanti metri di dislivello. Ogni muscolo dolorante, ogni graffio sulle bici racconta una storia. Il Marocco non è solo un luogo da attraversare: è un dialogo tra anima e paesaggio, è una terra di incontri e di sorrisi, di saluti, di “bon courage” e di tè alla menta. E noi l’abbiamo percorso lentamente, alla velocità perfetta per provare a capirlo meglio.
Grazie ai miei compagni di viaggio Andrea Bettega, Matteo Capitoni, Alessia Leidi e Federico Massa.