Guidare una moto nel Sud-Est asiatico mi ha resa libera

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Gli automobilisti che sfrecciavano velocissimi e l'aria puzzolente di gas di scarico mi hanno sempre fatto rabbrividire al solo pensiero di salire su una moto, figuriamoci guidarla. Eppure mi trovavo sul ciglio di una strada di Lombok, in Indonesia, mancava meno di una settimana all'inizio del mio viaggio nel Sud-Est asiatico e stavo cercando di imparare a guidare quel maledetto mezzo a due ruote.


In scooter tra le strade di Lombok ©CatwalkPhotos/Shutterstock
In scooter tra le strade di Lombok ©CatwalkPhotos/Shutterstock
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Olivia, la ragazza danese del mio ostello, mi parlava dolcemente, usando lo stesso tono che io riservo ai cani randagi che hanno paura degli esseri umani (del resto tremavo proprio come un cucciolo). Il casco ballava sul mio delicato cranio mentre cercavo di dominare la moto pesantissima e ingombrante.

Mi sono esercitata per un po’ ad avviare il motore prima che Olivia mi dicesse di ruotare delicatamente l’acceleratore. Come tutti i principianti ci ho messo troppa foga, mi sono spaventata e per reazione ho accelerato ancora di più, raggiungendo quella che mi è sembrata la velocità della luce (probabilmente 15 km all’ora). Ok, mi sono detta, è finita.

A pochi metri da noi, il resto del nostro gruppo era sdraiato sulla spiaggia, sotto le palme, sorseggiando latte di cocco e sguazzando nell’acqua meravigliosamente blu dell’Indonesia. Mi sono chiesta se non fosse meglio unirmi a loro. Perché rischiare un infarto? Avrei potuto fare il viaggio usando i taxi o chiedendo un passaggio a qualche backpacker: del resto non si trattava che di sei mesi. Forse ero una classica "passenger princess", dopotutto.

Dopo alcuni tentativi, però, ho preso confidenza con l’acceleratore. I movimenti sono diventati più fluidi e naturali. Ce l’avevo fatta!

L’autrice on the road a Lombok. © Acacia Gabriel/Lonely Planet
L’autrice on the road a Lombok. © Acacia Gabriel/Lonely Planet

Le prime esperienze in sella

Il giorno successivo Olivia, la sua amica Jo e io abbiamo messo alla prova le mie capacità appena acquisite partendo alla ricerca della spiaggia perfetta. Ho seguito Olivia e Jo lungo una strada serpeggiante tra i terrazzamenti di riso. Ci siamo fermati per comprare angurie lungo la strada e abbiamo dovuto frenare precipitosamente per evitare alcuni bufali d’acqua. Ho iniziato a rilassarmi e mi sono goduta la brezza che mi accarezzava la pelle, compensando meravigliosamente il calore del sole.


Poi è entrata in gioco la Legge di Murphy. La mia moto ha iniziato a fare rumori strani e abbiamo dovuto accostare in un piccolo villaggio prima che si guastasse seriamente. Abbiamo cercato di cavarcela con Google Translate finché alcuni abitanti del posto ci hanno gentilmente aiutato a portare la moto in un’officina vicina. La persona da cui avevamo noleggiato la moto è venuta a portarmene una sostitutiva e siamo ripartite.


Dopo un bel tramonto sulla spiaggia, con musica dal vivo e noci di cocco fresche, la mia moto si è fermata di nuovo. Nella concitazione della giornata avevo dimenticato di fare il pieno, così mi sono trovata in aperta campagna, nel buio più assoluto. Ho spinto la moto per quasi un chilometro, fino a un negozio che vendeva benzina in bottiglie di plastica.

Quel giorno terrificante, scandito da inconvenienti potenzialmente disastrosi per il mio viaggio, è un ricordo grato e affettuoso in cui mi rifugio spesso come si fa con un vecchio maglione consumato. Ero così spaventata, confusa e a disagio che avrei potuto benissimo giurare di non guidare mai più una moto, invece è accaduto l’esatto contrario. Nonostante fosse andato tutto storto, ero inebriata da una sensazione di totale indipendenza e autonomia. Era l’inizio di qualcosa di meraviglioso.


Per il resto del mio soggiorno nel Sud-Est asiatico, ho noleggiato una moto ogni volta che ne ho avuto la possibilità: in questo modo ho vissuto tantissime esperienze incredibili.

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Al Coconut Viewpoint di Siargao, nelle Filippine. © Acacia Gabriel/Lonely Planet
Al Coconut Viewpoint di Siargao, nelle Filippine. © Acacia Gabriel/Lonely Planet

La moto è libertà

Dopo quel giorno in Indonesia, ho raggiunto in moto spiagge, piscine oceaniche e siti di immersione. In Thailandia mi sono spinta sulle montagne fino alla città di Pai, storica località hippie. Ho esplorato grotte enormi e ho guardato l’alba illuminare le nuvole al confine con il Laos, prima di puntare a sud verso Ko Tao e Krabi, dove ho guidato lungo strade costeggiate da palme da cocco.


Nelle Filippine mi sono goduta l’elettrizzante sensazione di far parte di un folto gruppo di viaggiatori pronti a esplorare un paese nuovo senza programmi e con il serbatoio pieno. Le isole ci stavano aspettando e noi eravamo pronti a muoverci, senza doverci preoccupare del costo di una corsa in taxi o dei ritmi forsennati di un giro guidato. A El Nido ho guidato su strade di montagne spaventose, poi sono passata da un’isola all’altra, e a Siargao ho potuto raggiungere la spiaggia in moto per fare surf al tramonto.


Infine, in Vietnam, la moto mi ha aiutata a uscire dai sentieri più battuti. Mi sono entusiasmata alle cascate del Cao Bang e ho soggiornato in una valle in cui pareva che ci fossi solo io, circondata solo da terrazze di riso e bufali d’acqua.

Rifornimento a Pai, in Thailandia. © Acacia Gabriel/Lonely Planet
Rifornimento a Pai, in Thailandia. © Acacia Gabriel/Lonely Planet
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Non lasciatevi sopraffare dalla paura

Sia chiaro: io non ho mai smesso di avere paura di andare in moto. È una paura salutare. Mentre guido presto sempre attenzione alla risposta dei freni e mi concentro esclusivamente sulla strada. Nelle città più trafficate preferisco muovermi in taxi e non monto mai in sella dopo aver bevuto. Questa forma di paura mi tiene lontana dai guai.


In questo momento storico, però, è facile cedere a paure diverse, quelle che evocano un illusorio senso di sicurezza, il quale tuttavia comporta la rinuncia a molti dei nostri sogni. Ci si tiene lontani da tutto ciò che non si conosce, si guarda con diffidenza alle situazioni inaspettate, si cerca il controllo più di ogni altra cosa.


La moto tende ad allinearsi allo stato d’animo di chi la guida. Se passavo troppo tempo a paventare di schiantarmi contro gli alberi o di precipitare dal bordo di una scogliera, ecco, era proprio allora che correvo i più seri rischi di fare quella fine.


Avevo bisogno di imparare a respirare, a placare le mie paure, a concentrare la mia attenzione su tutto ciò che poteva andare bene. A volte mi aiutavo cantando a squarciagola mentre sfrecciavo su strade pericolose, oppure facevo delle pause durante i viaggi più lunghi. Mantenere la calma mi ha tenuta al sicuro.


Dobbiamo imparare a convivere con le nostre paure nel perseguire ciò che vogliamo, ed è un processo che non ha fine. A volte bisogna semplicemente fare le cose anche se si ha paura. La paura è un elemento importante, che tuttavia non dovrebbe essere il solo a determinare le nostre decisioni.


La paura può essere forte: dobbiamo lasciare che il nostro amore e la nostra speranza lo siano di più. Viaggiare è un’opportunità per andare avanti, superare la paura e dialogare con essa, impedendole di prendere il controllo della nostra vita.


Fare cose che fanno paura rafforza la fiducia in se stessi, soprattutto quando si impara qualcosa di nuovo. Rischiavo di rimanere una "passenger princess" della vita, in balia dei capricci degli altri, incapace di correre rischi o di gestire le cose da sola. Ho capito subito che guidare la moto sarebbe sempre stato più sicuro che affidarmi a qualsiasi backpacker, per quanto capace o sicuro di sé. Avrei potuto decidere dove andare, quando andarci e con chi, seguendo i miei ritmi, senza concedere niente alla paura.


Non dimenticherò mai la sensazione di guidare tra le palme mentre la luce del sole al tramonto tingeva di riflessi dorati l’isola intorno a me. La mia paura era finalmente scomparsa. Ero sola, ed ero totalmente libera.

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