Scoprire Trieste con Saba
Nato a Trieste nel 1883, Umberto Saba – all’anagrafe Umberto Poli – fu profondamente legato alla sua città, dove aprì e gestì per decenni una libreria antiquaria, luogo cruciale della sua parabola intellettuale e sociale. La sua biografia fu segnata da depressioni ricorrenti, da un forte senso dell’intimità familiare e dalla cura del dettaglio esistenziale che distillò poi nella poesia. In questo articolo cerchiamo di conoscere un po' meglio la sua città e i suoi abitanti attraverso la sua poetica.
Per tutta la vita Saba compone, rivede e riorganizza la raccolta poetica del Canzoniere, un lavoro di auto-rappresentazione che si nutre di memorie familiari, di ritratti e di momenti quotidiani; un’operazione intimista, fatta di un’introspezione che non si chiude mai in sé, bensì aspira a dipingere figure esterne e collettive: il padre, la madre, la città, gli amici. ‘Una confessione lunga una vita’, questo è il sottotitolo che si potrebbe dare all’opera, quasi un diario morale in cui la voce del poeta si esprime con chiarezza, attraverso versi che non abusano dell’ornamento retorico e preferiscono un lessico quotidiano. Una semplicità frutto a dire il vero di un fermo controllo stilistico, di una ricerca dell’essenziale, dell’uso del fatto particolare per descrivere un’esperienza universale. E poi l’insistenza sul dato sensoriale: gli odori, i rumori, i gesti domestici che diventano punti di ancoraggio per riflessioni più vaste. Questa concretezza rende i suoi versi accessibili e al contempo profondi.
Trieste come paesaggio morale
La domestica Trieste è inevitabilmente la scena della poesia sabiana, ma è soprattutto un quadro di riferimento che definisce modi di parlare, di guardare e di sentire. La città appare nelle sue poesie attraverso angoli, erte, spiagge, chiese e vicoli; è dotata di un carattere umano che il poeta riconosce, con cui si identifica e che enuncia con precisione. Nella città si rispecchia una storia personale e una lingua degli affetti, la misura delle relazioni sociali e il peso della memoria storica. “La mia città che in ogni parte è viva, ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita pensosa e schiva.”
La sua libreria a Trieste fu più di una bottega: era uno spazio di incontro, di lettura, di lavoro, che costituì l’ossatura della sua vita adulta. Là Saba incontrò lettori, amici, clienti che divennero soggetti della sua poesia; la libreria gli fornì il terreno per osservare il tessuto sociale e per coltivare un rapporto diretto con la parola scritta. Fra le righe emergono immagini concrete: la salita verso un cantuccio in collina, la spiaggia ‘ingombrata’ con la sua mescolanza di porto e folla, il panorama dalle erte che permette al poeta di vedere la trama della città. Questi luoghi non sono decorazione, ma punti dai quali Saba misura la propria appartenenza e il grado di estraneità al luogo in cui si muove.
Anche la Triestina e le partite di calcio entrano nella sfera affettiva di Saba. Non era un tifoso convinto in senso ideologico, eppure il gesto di assistere a una partita, la partecipazione alle domeniche calcistiche, la scrittura di alcune poesie sul gioco si inseriscono nella sua attenzione per la vita collettiva e popolare: il calcio è per lui un rito sociale che esprime appartenenza, umore collettivo e senso del tempo condiviso. Un aneddoto racconta come Saba fosse stato ‘costretto’ da un amico, tramite il regalo di un biglietto, a recarsi la prima volta allo stadio. E una volta lì Saba osserva, annota, trasforma la cronaca di comunità in materia poetica, per la precisione in cinque poesie del Canzoniere.
Oltre che luogo domestico, Trieste è anche un porto cosmopolita del Mediterraneo centro-orientale, dove confluiscono le componenti italiana, slovena, tedesco-ebraica. Nato in questo ambiente plurale da madre ebrea, Saba vive come esperienza biografica la complessità delle stratificazioni etniche e linguistiche della città. L’eco di idiomi diversi, la presenza di famiglie ebraiche, le tracce dell’impero austroungarico determinano lo sguardo lucido e non retorico di Saba sul multiculturalismo triestino, vissuto come condizione (e contraddizione) quotidiana, che arricchisce e talvolta complica i rapporti umani.
Saba e i triestini
Forse la definizione più felice e famosa è l’ossimoro “Trieste ha una scontrosa grazia” contenuto nella poesia Trieste. In poche parole Saba coglie la doppia natura della città: rudezza e affetto, capacità di apparire aspro e insieme intensamente affascinante. Lo sguardo del poeta non vuole idealizzare né condannare; piuttosto nomina la contraddizione come elemento costitutivo dell’identità locale.
Nei suoi ritratti, i triestini appaiono persone forti, talvolta chiuse, ma capaci di gesti di profonda lealtà e sentimento. La ‘scontrosa grazia’ è quindi uno sguardo morale, capace di osservare il comportamento collettivo senza pietismi, ma con tenerezza. Questo modo di leggere la comunità è anche una scuola di empatia letteraria: il poeta impara a descrivere i suoi concittadini partendo dall’attenzione per il particolare e finendo per restituire una vera etica dell’osservazione. Nei suoi ritratti, Saba costruisce figure etiche, mostra i dilemmi morali, l’onestà e la fragilità umana, ma soprattutto disegna una comunità di persone reali, con i loro amori, i loro orgogli, le loro contraddizioni. Queste persone sono i triestini, più sfuggenti delle loro semplici peculiarità etnografiche, delle particolarità che derivano dalla loro posizione geografica di confine. Saba ci prende per mano e ci porta in mezzo a questa comunità come un attento e romantico cicerone. E risulta così indispensabile per entrare in contatto con Trieste.
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