Alle sorgenti (asciutte) del Colorado
I segni più visibili del cambiamento climatico in Colorado non si trovano nello stato, bensì più a valle, lungo l’omonimo fiume. Nel 2022 il livello del Lake Mead, il vasto bacino formato dalla Hoover Dam non lontano da Las Vegas, è sceso ai minimi storici raggiungendo appena un quarto della sua capacità.
Il ‘bathtub ring’, la fascia di roccia bianca visibile lungo le pareti del bacino, ricorda a tutti quanto sia sceso il livello delle acque negli ultimi 20 anni. Nel fatidico 2022, quando ha raggiunto il minimo storico, la fascia si estendeva per circa 46 m in verticale rispetto al livello dell’acqua, pari al 26,63% della capacità del bacino. Nonostante due inverni particolarmente piovosi, nel 2024 il bacino era risalito solo al 34% della sua capacità. Se l’acqua del Colorado continuerà a essere utilizzata allo stesso ritmo di oggi, secondo lo US Bureau of Reclamation il Lake Mead raggiungerà un livello talmente basso che la diga di Hoover non sarà più in grado di produrre elettricità. E dopo? C’è la possibilità che un giorno il bacino raggiunga il ‘dead pool’, scenario in cui le acque della diga saranno talmente basse che il fiume smetterà di scorrere, e Arizona, Nevada, California meridionale e Messico nord-occidentale saranno privati della loro fonte idrica principale.
Il Colorado River
Ma tutto questo cosa c’entra con il Colorado? Semplice: per via del manto nevoso. Il Colorado River, le cui sorgenti si trovano sul versante occidentale del Rocky Mountain National Park e i cui affluenti scorrono fra quelle montagne, è alimentato in gran parte dallo scioglimento delle nevi. Circa il 90% delle acque proviene infatti dalle cime del Colorado, del Wyoming e dello Utah, con il Colorado che fornisce il contributo maggiore. Non ci vuole dunque molto a capire che se nevica meno sulle Rockies, ci sarà meno acqua nel fiume, con gravi conseguenze per una delle più importanti regioni agricole del paese come pure per 40 milioni di persone che vivono nel bacino del Colorado (tra cui le comunità di Los Angeles, San Diego, Las Vegas e Phoenix).
Naturalmente, la quantità di neve varia da un anno all’altro, con alternanza di anni sopra e sotto la media. Tuttavia, i dati dell’Environmental Protection Agency (EPA) evidenziano una flessione nel corso degli anni, con una riduzione media del 23% nell’Ovest dal 1955. Il cambiamento più significativo, però, è che il picco della neve si verifica ora molto prima rispetto al passato. Ciò significa che se un tempo la neve sulle Rockies del Colorado raggiungeva il culmine intorno alla metà di aprile, negli ultimi 10 anni il picco si è spostato verso marzo. Ne deriva che, a causa del cambiamento climatico, gli inverni si stanno accorciando, mentre nel Southwest degli USA le temperature estive crescono più velocemente che altrove. Il Colorado, in particolare, ha registrato un aumento di 1,4°C dall’inizio del XX secolo. A causa del caldo crescente, il territorio è sempre più arido e l’evaporazione aumenta. Il suolo, in particolare, è talmente asciutto che in primavera assorbe la maggior parte dell’acqua proveniente dallo scioglimento delle nevi. Di conseguenza, i fiumi non ricevono acqua a sufficienza, neanche quando la neve invernale è stata nella norma. Se poi si tiene conto della megasiccità che affligge la regione da più di 20 anni (la peggiore degli ultimi 1200 anni) e di un accordo obsoleto fra sette stati, che prevede prelievi idrici superiori alla reale portata del Colorado, si avranno tutti gli ingredienti di quella che è diventata una monumentale crisi idrica in lento, ma inesorabile, svolgimento. A questo punto appare infatti altamente improbabile che la natura riesca a riempire nuovamente il Lake Mead o il Lake Powell (al confine tra Utah e Arizona): escludendo, quindi, la fine dei periodi di siccità, l’unico altro modo per evitare il disastro è ridurre i consumi.
Considerando, tuttavia, che circa la metà dell’acqua che esce dai rubinetti di Los Angeles, San Diego e Phoenix viene direttamente dal Colorado (a Las Vegas parliamo addirittura del 90%), il drastico taglio dei consumi idrici in una delle regioni americane a più rapida crescita appare un’impresa impossibile. Senza contare che, paradossalmente, le aree urbane non sono nemmeno le principali responsabili del consumo idrico totale. L’agricoltura assorbe fino all’80% della portata del fiume, ma ridurre il fabbisogno idrico delle colture è più facile a dirsi che a farsi. Con appena 76 mm di pioggia all’anno, zone aride come Yuma (Arizona) e l’Imperial Valley (California meridionale) sono i principali produttori invernali di frutta e verdura degli Stati Uniti grazie all’irrigazione del Colorado e riforniscono i supermercati del 90% di ortaggi durante la stagione invernale quando il resto del paese non produce.
Il cambiamento climatico non è però l’unica ragione per cui la più importante risorsa idrica del Southwest si sta prosciugando. A questo si sommano una pianificazione inadeguata, la pressione delle lobby, concessioni idriche obsolete e i cicli naturali di siccità. Il riscaldamento globale, in questo contesto, aggrava una situazione già di per sé drammatica. Se il manto nevoso del Colorado continuerà a diminuire e le temperature estive ad aumentare, il destino della regione sarà segnato. Nel 2023, è stato finalmente siglato un accordo sul primo ciclo di restrizioni idriche: il governo federale si è impegnato a pagare 1,2 miliardi di dollari ai tre stati del Lower Basin in cambio di una riduzione dei consumi pari a 3,7 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno fino al 2026. Un primo passo importante verso l’attuazione di un accordo permanente quando scadrà l’intesa temporanea.
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Incendi boschivi
Ad avvertire le conseguenze del cambiamento climatico non è solo chi vive a valle del fiume, bensì anche gli abitanti del Colorado. Pilastro dell’economia statale, l’industria dello sci (con un fatturato annuo di $5 miliardi) si trova di fronte a una resa dei conti. Sebbene le stazioni sciistiche delle Rockies, in virtù delle alte quote, risentano meno degli effetti rispetto alle Alpi e alla East Coast, dove le piogge invernali sono frequenti, il riscaldamento climatico sta mettendo a dura prova il settore. Al problema di stagioni invernali più brevi si aggiunge la minaccia crescente, seppur meno visibile, degli incendi boschivi. Nel 2021, il Caldor Fire si è propagato con tale irruenza tra i rilievi che ha messo in pericolo le zone residenziali attorno al Lake Tahoe (California), ed è stato un miracolo che i vigili del fuoco siano riusciti a fermare il rogo prima che raggiungesse gli insediamenti sulle sponde del lago. Fra le vittime dell’incendio c’è stata anche la stazione sciistica Sierra-at-Tahoe, che ha perso l’80% dei suoi terreni; le foto scioccanti degli skilift divorati dalle fiamme sono diventate il simbolo della lotta agli incendi che l’Ovest sta affrontando.
Anche se è la California a fare notizia in tema di roghi, il fenomeno interessa tutta la regione. Negli ultimi 10 anni il clima insolitamente torrido e arido ha portato a un aumento non solo del numero di incendi, ma anche della loro forza distruttiva. Il clima caldo ha indebolito le foreste, rendendole più soggette a malattie e infestazioni di parassiti che attaccano abeti e pini. Una concomitanza di fattori, tra cui vaste zone di alberi morti (ben visibili nelle aree grigio-rossastre lungo la Trail Ridge Rd nel Rocky Mountain National Park), erba estremamente secca, ridotta umidità e forti venti, ha avuto come conseguenza un aumento degli incendi particolarmente distruttivi. Dei 20 più grandi incendi della storia del Colorado, 16 si sono sviluppati dopo il 2011 e i restanti quattro nei primi anni Duemila. I tre più distruttivi di sempre, Cameron Peak, East Troublesome e Pine Gulch, sono divampati tutti nel 2020, causando una pioggia di cenere intorno a diverse grandi città e illuminando il cielo di terrificanti bagliori rossi.
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I dati rivelano inoltre che il rischio incendi non è più confinato a specifici periodi dell’anno. Quello che un tempo era un fenomeno limitato alla fine dell’estate, ora si verifica in qualsiasi stagione, come dimostra l’incendio in assoluto più devastante della storia del Colorado, il Marshall Fire, divampato alla periferia di Boulder il 30 dicembre 2021.
Alimentato da venti che soffiavano a 185 km/h, e dal fatto che quell’anno non aveva nevicato, nel giro di poche ore il fuoco si è propagato in una zona residenziale ad alta densità distruggendo completamente più di 1000 edifici e causando la morte di due persone, oltre a danni per due miliardi di dollari. La politica di soppressione totale degli incendi è in parte responsabile della situazione attuale. Impedendo il naturale ciclo del fuoco, che periodicamente ripulisce il sottobosco, si è accumulata un’eccessiva quantità di materiale combustibile secco.
Oggi l’approccio è cambiato: in posti come il Colorado si vieta ancora di accendere fuochi, ma si è capito che la vera prevenzione non è sopprimere gli incendi, bensì imparare a gestirli e adattarli. Come ricorda ai suoi cittadini la Boulder City Wildfire Preparedness Guide: “Viviamo in una zona ad alto rischio di incendi. Gli eventi sono frequenti e la minaccia alle vostre proprietà non è una questione di se ma di quando”. Risiedendo in un ambiente così vulnerabile, la popolazione locale ha imparato a convivere con roghi ed evacuazioni, preparandosi di conseguenza.