Nepal: gli dèi rubati stanno tornando a casa

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Molte opere d’arte sacra nepalesi sono finite in case private e musei di tutto il mondo. Riportarle in patria e conservarle al sicuro è un’impresa tutt’altro che facile.

La statua di Pumdikot Shiva è il punto di riferimento del distretto di Kaski nella provincia di Gandaki, in Nepal ©HeroToZero/Shutterstock
La statua di Pumdikot Shiva è il punto di riferimento del distretto di Kaski nella provincia di Gandaki, in Nepal ©HeroToZero/Shutterstock
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Da turisti a Kathmandu, è difficile rimanere insensibili alla vista delle divinità nei santuari di quartiere, amorevolmente ricoperte da strati di pasta di legno di sandalo o color vermiglio, adorne di ghirlande di tagete e avvolte dal fumo profumato dell’incenso. Così si presentano da secoli, ma oggi non è raro trovarsi davanti a nicchie vuote, divinità senza testa o tesori protetti dietro pesanti sbarre. Non è un eccesso di prevenzione.

Quando il Nepal aprì le porte al mondo negli anni ’50, la Valle di Kathmandu era uno scrigno di iconografie, ma nei decenni successivi migliaia e migliaia di oggetti sacri furono sottratti dai loro luoghi d’origine. Si calcola che circa l’80% dei manufatti religiosi del Nepal sia stato trafugato o venduto sul mercato nero. Molti sono finiti all’estero, nonostante il divieto di esportare oggetti con più di 100 anni. In principio i furti interessavano i reperti più piccoli e facili da trasportare, e più appetibili per i gusti occidentali (divinità femminili e il Buddha), ma negli anni ’70 iniziarono a essere smontate e contrabbandate con operazioni sempre più ingegnose anche pesanti sculture in pietra.

Divinità venerate tra le strade di Kathmandu ©zakir1346/Shutterstock
Divinità venerate tra le strade di Kathmandu ©zakir1346/Shutterstock

Beni del Nepal

Sottrarre le divinità dai loro luoghi d’origine, lontano dalle persone e dalle comunità che le venerano, significa privarle della loro vita spirituale e trasformarle da espressioni viventi di una cultura a semplici statue. Quando ciò avviene, la gente che ha un legame con esse può risentirne. E per un viaggiatore, vedere un’antica statua di LakshmiNarayana in situ a Patan è ben diverso che vederla, diciamo, al Dallas Museum of Art.

Non è un esempio ipotetico. Nel 1984 la statua androgina di Lakshmi-Narayana (XII-XV secolo) con un seno da una parte del torace e un muscolo pettorale maschile dall’altra, fu davvero trafugata dal Tempio di Narayan a Patan per ricomparire al Dallas Museum of Art, senza che per decenni gli abitanti di Patan che la veneravano sapessero dove fosse finita.

Kanak Mani Dixit, autorevole giornalista nepalese e vicepresidente della Nepal Heritage Recovery Campaign (l’ente preposto al rimpatrio del patrimonio culturale nepalese), sapeva che nel 1990 era stata battuta all’asta da Sotheby’s a New York, ma i registri di vendita non erano stati resi pubblici e ne aveva perso le tracce. A distanza di qualche decina d’anni, l’americana Joy Lynn Davis ha fatto una scoperta sorprendente mentre lavorava come artista residente al Kathmandu Contemporary Arts Centre: nella foto profilo di un blogger ha visto la statua di Lakshmi-Narayana in mostra al Dallas Museum of Art. La scoperta ha messo in moto una serie di eventi (che hanno coinvolto nientemeno che l’FBI) che hanno portato alla restituzione della statua al suo tempio originario, dove si trova dal 2021.

Non si è trattato della prima opera d’arte trafugata a tornare a casa (la prima restituzione volontaria dall’estero risale al 1999 e finora ce ne sono state più di 140), ma si spera che abbia creato un precedente per il rimpatrio di altri pezzi esposti nei grandi musei occidentali. Nel 1999 Dixit sull’Himal Southasian scriveva “Ogni antichità religiosa proveniente dalla Valle di Kathmandu che oggi si trova in Occidente è un bene rubato. Le divinità devono tornare dal loro esilio. Fino ad allora, chi le detiene sarà solo un mero custode”.

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Il lavoro di identificazione e recupero continua, ma purtroppo continuano anche i furti e il problema della sicurezza si è fatto pressante. Il Tempio di Narayan a Patan è stato dotato di una nuova porta e di un sistema di videosorveglianza, ma, finché il commercio internazionale di antichità nepalesi, per quanto clandestino, continuerà a fruttare guadagni, il patrimonio materiale del paese non potrà dirsi al sicuro.

Come afferma Davis: “I furti di beni culturali nepalesi sono alimentati dal mercato internazionale. La chiave per prevenirne altri è acquisire maggiore consapevolezza del problema a livello internazionale. Dobbiamo imparare a vedere questi oggetti non più come cose da possedere, ma come li vedono i nepalesi, ovvero divinità viventi con un significato culturale per intere comunità”.

I templi che sono stati presi di mira dai furti non sono grandi e articolate istituzioni con guardie di sicurezza e budget o risorse importanti. Alcuni musei e monasteri di Kathmandu (aperti al pubblico) si sono offerti di ospitare le sculture che non possono essere riportate in modo sicuro o comodo nei luoghi d’origine. L’eccezionale Patan Museum ne conserva alcune ritenute troppo a rischio per essere restituite alle loro sedi originarie. Il Museo Nazionale del Nepal ha una sala dove circa 80 reperti vengono restaurati e tenuti al sicuro in attesa del ritorno a casa.

Il Museo Itumbaha di Kathmandu, aperto a metà del 2023, espone pezzi della collezione del Monastero di Itumbaha e restituzioni provenienti da musei statunitensi. Il suo intento è presentare questi manufatti religiosi come autentico patrimonio vivente, rendendoli accessibili ai visitatori. C’è poi il Museo dell’Arte Rubata di Bhaktapur, che espone accurate riproduzioni di opere trafugate al posto degli originali, con l’obiettivo di fare pressione a livello sociale, etico e politico per porre fine alla dispersione del patrimonio artistico nazionale e riportare in patria quanto è stato sottratto. Nel prossimo futuro il museo si trasferirà in una sede permanente a Bhaktapur o nella vicina Panauti.

Come si raccomanda Davis: “Sforzatevi di guardare le statue e i templi nepalesi con gli occhi della gente che vive qui, come divinità viventi e dimore divine. Toccate le statue con affetto, come fanno i nepalesi da generazioni. E se in tutto ciò intravedete un po’ di magia, eventualmente acquistate una statua, una scultura in legno o un dipinto paubha da uno dei tanti artisti di talento che continuano a tenere in vita queste forme d’arte tradizionale”.

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