Cantare il fiume, non cantare del fiume: la Finlandia è pronta a fare i conti con i Sami?

Quando un Sami nasce non gli si dà semplicemente un nome, ma lo si canta. Il joik è una canzone, un ritmo diverso per ogni individuo, ma è anche l'essenza stessa della natura: non solo gli esseri umani hanno un joik, perché non lo si fa su qualcosa ma si "joika" qualcosa, che sia il sole, la nostalgia, il fiume. È a partire da questa informazione che inizio a entrare nel mondo dei Sami, a intravedere i contorni di una cultura antica, quella dell'unico popolo indigeno d'Europa. Ma attenzione: come nelle fiabe arcaiche, questa storia non cerca il lieto fine. Al massimo, una morale.

Aino Valovirta, coordinatrice del programma culturale Sami per Oulu 2026 © Giulia Grimaldi
Aino Valovirta, coordinatrice del programma culturale Sami per Oulu 2026 © Giulia Grimaldi
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Quella dei Sami è la storia di un popolo abituato a vivere in totale sincronia con la natura. Non in equilibrio (parola che presuppone due entità distinte che si bilanciano) ma come una cosa sola, attraverso cui si vive. Questa differenza non è solo filosofica: sta alla base di dinamiche di vita contrapposte a quelle della produzione e dello sfruttamento dei territori. Ed è proprio questa distanza, tra un modo di stare al mondo e un altro, che nei secoli ha portato alla marginalizzazione dei Sami.

La Finlandia è stata fondata sulla terra di due popoli: i Finlandesi e i Sami. Ma per molto tempo uno dei due è stato costretto a nascondersi. I bambini Sami venivano mandati in collegi lontani dalla loro terra, dove la lingua di insegnamento era il finlandese e l’uso delle lingue Sami era scoraggiato o vietato, dove spesso subivano abusi. Le terre ancestrali delle loro famiglie sono state divise secondo il diritto finlandese durante le grandi ripartizioni fondiarie del Novecento, senza che i Sami potessero difenderle. I grandi bacini idroelettrici di Lokka e Porttipahta, costruiti per soddisfare il fabbisogno energetico del paese, hanno sommerso interi territori, costringendo le comunità Sami a spostarsi. Le chiese e i movimenti revivalisti cristiani hanno contribuito a erodere pratiche culturali millenarie: in molte aree il joik era proibito dai preti, che lo consideravano peccaminoso.

Il Teatro di Oulu © Giulia Grimaldi
Il Teatro di Oulu © Giulia Grimaldi

Oggi il rischio non è scomparso, ha solo cambiato forma. Le terre che compongono la Sápmi, il territorio tradizionale Sami che attraversa Norvegia, Svezia, Finlandia e la penisola russa di Kola, al di là dei confini nazionali, sono sotto pressione da parte di un capitalismo verde che porta nuove minacce: parchi eolici, miniere di terre rare, grandi progetti infrastrutturali vengono presentati come soluzioni alla crisi climatica, ma le loro fondamenta poggiano sulle stesse terre dove i Sami praticano l’allevamento tradizionale delle renne, pescano nel fiume Tana, raccolgono bacche e muschio. Nel frattempo il cambiamento climatico altera il permafrost, sposta le stagioni, rende imprevedibili i percorsi delle renne. Anche le lingue Sami, che sono nove in tutto, rischiano l’estinzione, perdendo parlanti ogni anno.

È in questo contesto che Oulu, Capitale Europea della Cultura 2026, ha scelto di lavorare insieme alla popolazione Sami: non per raccontarne il folklore, ma per rimettere al centro sia la storia che il presente, rispettando le modalità di vita e di pensiero che rendono unico questo popolo.

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Oulu in inverno © Giulia Grimaldi
Oulu in inverno © Giulia Grimaldi

Chi sono i Sami: numeri, lingue, identità

Nel mondo, i Sami sono tra i 70.000 e i 100.000. In Finlandia vivono circa 10.000 persone appartenenti a questo popolo, ma più del 70% di loro risiede fuori dalla patria tradizionale Sami: a Helsinki, a Tampere, a Oulu. La mobilità non è una scelta puramente volontaria, ma la conseguenza di decenni di politiche assimilazioniste che hanno separato le persone dalla loro terra e dalla loro comunità.

Le nove lingue Sami sono tutte a rischio di estinzione. Tre di esse sono parlate sul versante finlandese: il Sami settentrionale (circa 20-30.000 parlanti in tutto il mondo, 2.000 in Finlandia), il Sami di Inari (circa 350 parlanti) e lo Skolt Sami (400-500 parlanti). Numeri così piccoli da rendere ogni testo tradotto, ogni trasmissione radiofonica, ogni lezione scolastica in queste lingue un atto quasi rivoluzionario. "Penso che abbiamo raggiunto almeno un quarto delle persone che parlano Sami di Inari in tutto il mondo con i nostri testi," dice Aino Valovirta, coordinatrice del programma culturale Sami per Oulu 2026. "È piuttosto speciale."

L’identità Sami non si riduce alla lingua. Il gákti, l’abito tradizionale, è un sistema di comunicazione in sé: il taglio dell’orlo, i colori, i ricami indicano la regione di provenienza, lo stato civile, l’appartenenza. Aino lo indossa il 6 febbraio, Giornata Nazionale Sami, con un rigore preciso. "Non lo indosso per nessun evento casuale," spiega. "Normalmente è riservato alle celebrazioni." Il suo gákti ha l’orlo di un taglio specifico della zona di Otsajokka, nel grande nord: ogni elemento del tessuto è leggibile per chi conosce il codice ma illeggibile per chi non lo conosce.

Immagine parte della mostra "Ruovttus gávpogis – At Home in the City: a photo exhibition on Urban Sámi life"
Immagine parte della mostra "Ruovttus gávpogis – At Home in the City: a photo exhibition on Urban Sámi life"
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Indossarne una versione economica prodotta in Cina a scopo turistico non è solo irrispettoso: è una delle forme più concrete di appropriazione culturale che i Sami continuano a subire. "Si può capire da dove vengo," dice Aino. "E non è permesso usare questa lingua in nessun altro modo."

C’è poi il joik, che non è una canzone su qualcuno o qualcosa, ma è l’essenza stessa di quella persona, di quell’animale, di quel luogo, messa in musica. "È un sentimento che a volte diventa musica," dice Aino, "mentre la musica classica è musica che a volte diventa sentimento." In molte comunità questa tradizione è quasi scomparsa, perché i preti la consideravano peccaminosa. "Nella mia famiglia non so come joikare," ammette. "Mi piacerebbe imparare."

Il faro di OUlu sul mare gelato © Giulia Grimaldi
Il faro di OUlu sul mare gelato © Giulia Grimaldi

La verità che la Finlandia non ha voluto sentire

Nel 2024 la Commissione per la Verità e la Riconciliazione Sami in Finlandia ha consegnato il suo rapporto finale. Quasi 400 persone hanno raccontato le proprie esperienze: bambini portati a sette anni in collegi lontani, rivisti dai genitori dopo mesi; lingue materne proibite nelle scuole; identità cancellate con metodo e sistematicità. Il rapporto chiede al governo finlandese il riconoscimento ufficiale delle ingiustizie storiche, la riforma della legge sul Parlamento Sami (aggiornata nell’estate del 2025 dopo un decennio di battaglie), il diritto di ogni bambino Sami a studiare la propria lingua ovunque viva nel paese. Chiede anche che la Finlandia ratifichi la Convenzione ILO n. 169 sui popoli indigeni, ancora non firmata.

Poi, il silenzio. "Pensavamo che avrebbe scatenato una reazione," dice Aino con una calma che suona come stanchezza. "Quando qualcuno ti racconta com’è stato andare in un collegio all’età di sette anni, e rivedere i tuoi genitori la prossima volta dopo quattro mesi, senza capire la lingua che ti insegnano, pensavamo che le persone avrebbero almeno riconosciuto che era successo. Cose davvero basilari. Ma i media finlandesi non ne hanno quasi parlato. Siamo molto delusi."

Il problema di fondo è una mancanza strutturale di conoscenza: i bambini finlandesi non studiano la storia Sami a scuola. "Le persone sanno così poco di noi," dice Aino. "Ora siamo molto felici di essere pagati per raccontarlo, in modo che le persone comuni che cercano di andare avanti con la loro vita quotidiana non debbano farlo quotidianamente." Fare cultura, in questo senso, è anche fare politica.

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A Oulu che vive una delle comunità Sami più numerose della Finlandia © Giulia Grimaldi
A Oulu che vive una delle comunità Sami più numerose della Finlandia © Giulia Grimaldi

Oulu, il più grande villaggio Sami della Finlandia

Oulu si trova a sud della tradizionale patria Sami. Eppure è qui che vive una delle comunità Sami più numerose della Finlandia: circa 1.000 dei 10.000 Sami finlandesi. La ragione principale è l’Istituto Giellagas, parte dell’Università di Oulu e unico istituto nazionale in Finlandia dedicato all’insegnamento delle lingue e della cultura Sami.

Ma vivere fuori dalla patria Sami porta con sé conseguenze pratiche pesanti. Al di fuori di quell’area i diritti linguistici sono molto più fragili: non ci sono scuole interamente in lingua Sami, non ci sono servizi sanitari garantiti nella propria lingua. A Oulu, grazie all’attivismo dei genitori, esiste almeno un programma di asilo nido in lingua Sami e un accordo con la scuola Lindulammen per cui il 25% delle lezioni in prima e seconda elementare si svolge in Sami settentrionale. "Più del 70% dei bambini Sami vive fuori dalla patria tradizionale," spiega Aino. "È un grosso problema, e non solo a Oulu."

Anche l’organizzazione locale Oulu Sami, che ha contribuito a costruire il programma fin dalla candidatura al titolo di Capitale Europea, è un’associazione di volontariato senza finanziamenti stabili. È uno dei motivi per cui Oulu 2026 ha assunto internamente una coordinatrice dedicata. "Non c’erano risorse disponibili," dice Aino senza fare drammi. "Ecco perché abbiamo un ruolo così forte come Oulu 2026 in questo. E vogliamo ringraziare tutti gli individui attivi che abbiamo coinvolto, perché non sarebbe stato possibile senza di loro."

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Dálvemánnu: il mese invernale in cui la cultura prende voce

Nel calendario Sami tradizionale l’anno non si divide in dodici mesi ma in tredici, uno dei quali si chiama dálvemánnu, il mese invernale. Oulu 2026 ha preso questo nome per il suo festival Sami di febbraio, facendolo coincidere con il 6 febbraio, Giornata Nazionale Sami. Il risultato è stata una settimana di eventi che hanno registrato il tutto esaurito: concerti, performance, proiezioni cinematografiche, visite guidate in lingua Sami alla grande mostra del museo d’arte.

Sul palco principale del Teatro di Oulu è andato in scena Ovllá, la prima opera in lingua sami, composta da Cecilia Damström, cantata in lingue Sami e finlandese. Al Cultural Centre Valve si sono alternati concerti di Hildá Länsman e Tuomas Norvio — lei una delle voci più potenti della Sápmi contemporanea, esponente della tradizione del luohti — e del duo AMOC & Áilu Valle: quest’ultimo, rapper in Sami di Inari.

Il programma si chiama RISKU — Borderless Sami Culture, cultura Sami senza confini. RISKU è anche il nome del gioiello tradizionale Sami: un anello aperto, attraverso cui secondo la tradizione si può vedere il mondo degli spiriti e purificare l’aria circostante. "Senza confini," spiega Aino, "significa collaborazione attraverso i confini nazionali, ma anche smettere di pensare ai Sami come a un popolo antico. Abbiamo radici in una storia molto antica, ma viviamo molto nel presente. Non andiamo in giro con le nostre renne e non viviamo in capanne. Ci siamo adattati come tutti gli altri e pensiamo anche al futuro."

L’opera di Outi Pieski sul cappello a corna Sami, proibito dalla Chiesa © Giulia Grimaldi
L’opera di Outi Pieski sul cappello a corna Sami, proibito dalla Chiesa © Giulia Grimaldi

Eanangiella: quando la terra prende la parola

Eanangiella significa Voce della Terra in Sami settentrionale. È il titolo della grande mostra che l’Oulu Art Museum dedica all’arte e al duodji Sami e visitabile fino al 3 maggio: circa 70 artisti e artigiani duojárs, oltre 120 opere provenienti da tutta la Sápmi, tre curatori (Fredrik Prost, Inga-Wiktoria Påve e Áilu Valle) e cinque lingue in cui ci si può muovere attraverso gli spazi: finlandese, inglese e le tre lingue Sami parlate in Finlandia. Ogni sala ha la sua lingua principale.

La sala degli antenati, Matut, esplora la visione del mondo Sami in cui le radici crescono verso il basso, verso chi è venuto prima. La sala Muittopalka (Sentieri della Memoria) è dedicata al duodji, l’artigianato tradizionale: non una tecnica, ma una mentalità, un modo di essere nel mondo. Outi Pieski riporta alla luce la storia del cappello a corna Sami, copricapo femminile tradizionale quasi scomparso perché i movimenti cristiani lo consideravano demoniaco: la sua ricerca artistica ha contribuito a farlo rivivere. Anders Sunna, nelle sue opere grafiche potenti e crude, racconta la lotta della sua famiglia contro le autorità svedesi per i diritti sulla terra. Joni Laiti raffigura turbine eoliche dentro recipienti per il latte di renna: l’immagine del colonialismo verde che non ha bisogno di spiegazioni.

La sala dedicata al colonialismo verde è volutamente in finlandese: per obbligare il pubblico finlandese a fare i conti con una storia che non conosce abbastanza. Preparare questa mostra ha richiesto tra i due e i quattro anni di lavoro, ed è stata anche un percorso di revisione per il museo stesso. "Vogliamo che il programma assomigli alle persone," dice Aino. "Che sia fatto con i Sami, non sui Sami."

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L’area industriale di Oulu © Giulia Grimaldi
L’area industriale di Oulu © Giulia Grimaldi

Cosa resta dopo il Dálvemánnu

Il Dálvemánnu è solo l’inizio. Oulu 2026 si estende per tutto l’anno con un programma che tocca arte, tecnologia, natura e identità e che coinvolge non solo la città di Oulu ma 39 comuni del nord della Finlandia. Vale la pena sapere cosa c’è ancora in calendario.

La mostra Eanangiella — Voce della Terra è visitabile all’Oulu Art Museum fino al 3 maggio 2026. La cultura Sami continua a essere presente nel programma attraverso RISKU, la linea programmatica dedicata, con eventi che si prolungano per tutto l’anno.

Il 9 maggio apre al pubblico The Most Valuable Clock in the World, opera partecipativa degli artisti Tellervo Kalleinen e Oliver Kochta-Kalleinen, costruita insieme ai cittadini di Oulu.

Il 13 giugno si inaugura il percorso completo di Climate Clock, un itinerario di arte pubblica permanente su temi ambientali che attraversa sei quartieri e comuni del territorio, con opere di artisti internazionali tra cui il collettivo danese SUPERFLEX e l’artista britannico-nigeriano Ranti Bam.

L’estate porta con sé il Solstice Festival (18-20 giugno), festival di musica elettronica e arte che si tiene sulla cima del Rukatunturi a Ruka, Kuusamo, un altopiano artico a 500 metri di quota da cui il sole non tramonta mai durante il solstizio d’estate.

A luglio (24-25) c’è il Qstock, grande festival musicale all’aperto nel cuore di Oulu.

 Per chi ama la fotografia, PLAY — la mostra di Fotografiska Tallinn portata in Finlandia per la prima volta è visitabile tutto l’anno.

In autunno il programma si sposta sul rapporto tra arte e tecnologia: il Lumo Art & Tech Festival (13-22 novembre) è uno degli appuntamenti di light art più importanti del nord Europa, con circa 100.000 visitatori all’anno. In questo anno di Capitale si espande ulteriormente, con il light festival nelle ultime quattro serate (19-22 novembre) come cuore pulsante di un programma più ampio.

A dicembre debutta in prima mondiale Snowball, musical di Natale ambientato nella terra dei boreali: la prima è il 4 dicembre a Oulu Hall, con 19 repliche fino al 19 dicembre.

Il dálvemánnu, è il mese invernale per i Sami © Giulia Grimaldi
Il dálvemánnu, è il mese invernale per i Sami © Giulia Grimaldi
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In tutto questo, l’obiettivo dichiarato da Aino e dalla filosofia complessiva di Oulu 2026 non è fare un anno eccezionale che poi finisca. È costruire reti, abitudini, spazi che sopravvivano al 2026: più opportunità di lavoro per gli artisti Sami, più presenza della cultura indigena nelle città al di fuori della patria tradizionale, più consapevolezza in una società finlandese che per troppo tempo ha preferito non guardare.

Perché il joik con cui si accoglie un bambino Sami alla nascita non è solo un atto poetico. È un atto di resistenza. Significa: tu hai un’essenza, e questa essenza appartiene al mondo come appartiene il sole, il fiume, il vento. Nessuno può toglierti questo. Anche quando ti portano lontano dalla tua terra, anche quando ti vietano la tua lingua, anche quando costruiscono una turbina eolica sopra i tuoi pascoli, la tua essenza è ancora lì, e si canta.

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