Fuga verso il Chiapas. 2000 km on the road alla scoperta del Messico
Non è un mistero. La maggior parte dei turisti che scelgono il Messico fanno rotta verso i Caraibi. Come dar loro torto? Eppure, questo immenso Paese nasconde un patrimonio incredibile di storia, architettura e cultura e una natura talmente spettacolare che sarebbe un vero peccato restare tutto il tempo a contemplare il mare.
Noi siamo partiti da Città del Messico, attraversando tutto il Chiapas fino alle Lagunas de Montebello, al confine con il Guatemala, per poi risalire verso Palenque. Abbiamo guidato per circa 2000 km seguendo un itinerario che è un viaggio nello spazio e nel tempo. 15 giorni on the road che raccontano una storia meravigliosa: la scoperta del Messico.
E allora, se le spiagge non vi bastano, salite in macchina e seguite la Carrettera Panamericana in direzione sud.
Da Città del Messico a Puebla
Sono circa 150 km, ovvero un paio d’ore scarse di macchina, se il traffico lo permette. Si va verso sud, ma non in discesa. Ci troviamo a 2160 metri, a metà strada tra la Capitale e il porto di Veracruz. “Posizione comoda”, devono aver pensato gli spagnoli che fondarono questa città nel 1531.
Siamo a Puebla, oggi metropoli moderna, la più importante a sud della capitale, con oltre 3 milioni di abitanti. Tuttavia, è il raffinato centro storico a farne una tappa imperdibile di questo viaggio: non a caso, secondo l’UNESCO l’antica Puebla è uno dei migliori esempi di città spagnola in America Latina. Camminiamo tra le strade acciottolate, in mezzo a centinaia di palazzi coloniali e 70 chiese in perfetto stato di conservazione. Sulla piazza del mercato svettano le torri campanarie più alte del Messico. Sono quelle della catedral, che mostra una facciata austera ma un ricco interno barocco. Eppure, a incantare è il Templo de Santo Domingo. che conserva al suo interno la strepitosa Capilla del Rosario, dov’è tutto oro ciò che luccica. Pochi passi più avanti, ecco la Palafoxiana, la prima biblioteca delle Americhe. Passeggiando, ovunque saltano agli occhi le facciate degli edifici ingentilite da piastrelle. Sono le ceramiche talavera (bene immateriale tutelato dall’UNESCO), vero e proprio patrimonio nel patrimonio di questa città, ben raccontato nell’antica fabbrica Uriarte, in attività dal 1824, che ancora oggi produce a mano con gli stessi metodi del XVI secolo.
L’hotel Banyan Tree è un elegante edificio coloniale restaurato con gusto. Qui si cena a lume di candela tra i resti di un antico convento. È l’ora dell’aperitivo: beviamo mexcal e spizzichiamo chapulines (cavallette fritte). Non si tratta solo di mettere alla prova il nostro coraggio, ma di sperimentare quanto siano vive, anche in cucina, le culture precolombiane che si mescolano con la tradizione spagnola. Come il mole, la salsa da spalmare sulla carne, che unisce cacao amaro, peperoncino, spezie, semi di zucca e noci: Puebla ha una sua versione così famosa che il mole poblano è una sorta di piatto nazionale, uno dei vanti della cucina messicana capace di unire tradizioni millenarie, tecniche di preparazione uniche al mondo e una dimensione comunitaria e rituale ancora viva.
Se Puebla custodisce l’architettura della Nueva Espana, i dintorni della città ci raccontano la storia dei popoli che molti secoli prima hanno plasmato questa terra. Cholula, a mezz’ora d’auto da Puebla, ospita la piramide Tepanapa: lunga 450 metri per ciascun lato, ha un elaborato sistema di gallerie che si possono visitare (ma non di lunedì, ahimé). Incamminatevi sulla collina che parzialmente la ricopre. Arrivati in cima, si aprirà un doppio spettacolo: il cinquecentesco Santuario de Nuestra Senora de los Remedios, sorprendentemente costruito sopra la piramide stessa, svetta sulla pianura circostante. All’orizzonte, due imponenti vulcani di oltre 5000 metri d’altezza incorniciano il panorama: sono il Popocatépetl, ‘la montagna che fuma’ (in lingua nahuatl), e l’Iztaccíhuatl. Fermatevi, contemplate, ammirate il pennacchio di fumo alzarsi verso il cielo e provate a immaginare Hernan Cortéz che attraversa il passo tra i due vulcani, dirigendosi verso Tenochtitlán, la capitale dell’impero mexica che all’epoca aveva 200.000 abitanti, molto più grande di ogni città spagnola di allora. Proprio lì cambierà la storia di questa terra e sorgerà Città del Messico, dopo che la splendida capitale mexica verrà rasa al suolo.
Oaxaca
Scendiamo a 1500 metri e, dopo circa cinque ore di strada in mezzo a una natura strepitosa, ecco Oaxaca, città dall’immenso patrimonio storico e culturale. Ancora una volta, è il barocco a lasciar storditi (basta entrare nel Templo de Santo Domingo), e ancora una volta, come a Puebla, anche questa città fa parte del patrimonio mondiale UNESCO. La prima cosa che ci salta agli occhi è il colore di Oaxaca: quel rosso estratto dalla cocciniglia, formidabile parassita del cactus, che è il segno distintivo di questo posto, insieme al verde della cantera, una pietra che decora finestre e facciate di tanti palazzi. Le strade sono arricchite da opere d’arte e decorazioni che ricordano il Día de muertos, le botteghe e i caffé sono così raffinati che sembrano gallerie d’arte, i cortili regalano scorci romantici. E poi ci sono i ristoranti di cucina creativa, una delle eccellenze di questa città. Girando per strada, si notano molte mezcalerias, locali dove degustare mezcal, il distillato dell’agave che oggi compete con la tequila come simbolo del Messico. Ed è proprio lo stato di Oaxaca il più grande produttore del Paese e il territorio con la più ampia varietà di agave. Santiago Matatlán, a pochi chilometri da Oaxaca, è considerata la capitale del mezcal. Qui visitiamo la distilleria Mal de Amor, piccola hacienda dove facciamo un viaggio bucolico tra cavalli che muovono il mulino a pietra, pigne di agave che cuociono nel terreno, uomini e donne che custodiscono l’autentico processo artigianale.
Ma c’è un’altra produzione artigianale che è tipica della zona di Oaxaca. A San Antonio Arrazola nascono gli alebrijes, animali immaginari scolpiti in legno di copale (una resina vegetale), con motivi della tradizione zapoteca e dai colori vivaci, resi famosi dallo scultore Manuel Jiménez Ramirez, che ha trasformato quest’attività in arte squisita apprezzata in tutto il mondo. Il suo successo ha moltiplicato il numero di artigiani che operano in questo piccolo pueblo, una piacevole tappa nel tragitto verso la misteriosa Monte Albán, costruita dagli antichi zapotechi. Città con 1300 anni di storia, una delle più antiche della Mesoamerica, si staglia maestosa in cima a un colle, il cui vertice è stato spianato per costruirvi piattaforme a gradoni, abitazioni terrazzate, un campo per il gioco della palla e complessi cerimoniali. Si ipotizza che qui abbia avuto origine una delle prime forme di scrittura della Mesoamerica. A sorprendere sono le dimensioni e lo spazio occupato da questo sito, le incredibili capacità ingegneristiche che queste costruzioni presuppongono e il panorama a 360 gradi che si ammira.
Verso il Canyon del Sumidero
Circa 600 chilometri, più di 10 ore su strade di ogni tipo. La discesa verso il Chiapas per lunghi tratti è deserta: totale assenza di centri abitati, poche auto, molti mezzi militari, qualche posto di blocco. Il panorama offre natura rigogliosa, prepotente, sconfinata. Attraversiamo l’istmo di Tehuantepec, il punto più stretto del Messico, dove la distanza tra il Golfo del Messico e l’Oceano Pacifico si riduce a una striscia di terra larga 200 km. All’improvviso, ecco comparire pale eoliche ovunque, perché, proprio in questo punto, i venti soffiano costanti. Siamo nel mezzo del più grande impianto di energia rinnovabile del Messico. Pranziamo a (Santo Domingo) Tehuantepec, nell’ex convento Rey Cosijopi del XVI secolo, che oggi ospita la Casa della Cultura. Ci accolgono danzatori in abiti tradizionali, una comida semplice ma sincera, come questo paesino distante anni luce dalle rotte turistiche. E infatti siamo gli unici visitatori in giro.
C’è la nebbia, quando arriviamo al Canyon del Sumidero, ma questo non fa che rendere più onirico lo spettacolo che abbiamo sotto i nostri piedi: 1000 metri di pareti rocciose che terminano nelle acque del Rio Grijalva. Dicono che il Sumidero sia antico quanto il Grand Canyon, ovvero risalente a 35 milioni di anni fa. Faccio fatica a immaginarmi un periodo di tempo così lungo, ma poco importa: siamo finalmente in Chiapas, in uno dei parchi nazionali più iconici di questo stato. Scattiamo foto dai numerosi miradores, poi scendiamo sul fiume, dove inizia il viaggio in barca che ci fa penetrare nell’anima selvaggia di questo luogo: cascate, rive boscose, pareti ricoperte di muschio, cormorani, scimmie che giocano e coccodrilli che prendono il sole come se l’ente del turismo li pagasse per farlo. Una gita di due ore, un’esperienza indimenticabile. Il Chiapas non poteva darci un benvenuto migliore, in un territorio dove i tesori naturali sono i veri protagonisti, insieme alle indomite comunità indigene che nel 1994 diedero vita alla ben nota rivolta zapatista per ottenere parità di diritti e accesso ai servizi pubblici.
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San Cristóbal de Las Casas
A San Cristóbal de las Casas torniamo a quota 2200 metri. La nebbia e le nuvole lasciano spazio al cielo blu cobalto, il sole illumina la città e rivela la cornice di montagne che la circondano. Per strada ci sono vecchi Maggiolino Volkswagen ed enormi pick up, ma il ritmo della città è lento, il mood è allo stesso tempo malinconico e allegro. Si avverte una strana energia, che di sera anima i tanti locali dove si suona musica dal vivo: la fiesta, la vida. La catedral color giallo ocra si affaccia sulla Plaza de la Paz, nome che ricorda la rivolta zapatista. Del resto, qui tutto ci conferma che siamo nello stato messicano dove circa un quarto degli abitanti discende dagli antichi maya. Ciascuna popolazione conserva la propria lingua, le proprie usanze, gli abiti distinguono le varie comunità e il sincretismo religioso è certamente uno degli aspetti che meglio rendono l’idea dell’incontro di culture così diverse. Forse è per questo che la visita del villaggio di San Juan Chamula è una di quelle tappe che restano indelebili nella memoria di chi viene da queste parti. E mai come in questo caso le indicazioni della nostra impareggiabile guida, César Bernal, si rivelano indispensabili. Il centro dell’azione è la piazza principale del villaggio, sulla quale si affaccia il Templo de San Juan. È qui che César ci prepara con un’accurata spiegazione sul luogo in cui ci troviamo: il più famoso dei villaggi indigeni della zona, centro religioso dei nativi di etnia tzotzil, gente fiera e indipendente, che ha proprie leggi che vanno rispettate scrupolosamente. I loro rituali fondono cattolicesimo e credenze preispaniche. Siamo pronti ad entrare nel templo, dove è rigorosamente vietato scattare foto. All’esterno, sembra solo una bella chiesa coloniale bianca ma, una volta varcato il portale, si entra in un altro mondo. È buio, il pavimento è ricoperto da aghi di pino, il centro della chiesa è vuoto, privo di sedute. Lungo il perimetro della navata sono allineate le statue dei santi cattolici, ai loro piedi migliaia di candele accese, allineate su tavoli in legno. Nell’aria, profumo di incenso, brusio, le pareti annerite dalla fuliggine. Sparsi in piccoli gruppi, seduti per terra, intere famiglie o peccatori solitari pregano a bassa voce guardando verso l’altare dove nessun sacerdote officia messa. Le donne indossano pesanti gonne di lana nera e pelosa. Tutti bevono, e parecchio: pox, un forte distillato locale (canna da zucchero, mais e grano) e Coca Cola, un mix di tradizione e tradimento. Accendono candele che posano sul pavimento. Sgozzano galline, un sacrificio affinché i santi esaudiscano desideri. Sono battezzati ma non sono cattolici, ci sono le croci ma la chiesa non è consacrata. Non ricordo di aver mai visto prima niente di simile, escludo che me ne dimenticherò.
Anche Zinacantán è una comunità di etnia tzotzil, eppure qui gli abiti delle donne sono colorati e decorati con motivi floreali. Del resto, la coltivazione dei fiori è la principale attività della zona, insieme alla tessitura artigianale, che avviene in piccoli laboratori situati all’interno delle abitazioni private. Facciamo acquisti di tessuti meravigliosi, scattiamo qualche foto alla bella Iglesia de San Lorenzo, appena restaurata, beviamo un tascalate (drink con cioccolato, pinoli, mais e cannella) e proseguiamo verso sud. Quando arriviamo alla Laguna de Montebello, siamo oramai al confine con il Guatemala: oltre 50 laghi immersi in un paesaggio alpino, protetti da un parco nazionale che vede pochi visitatori e quasi nessuno straniero. Il contrasto tra il blu delle acque e il verde della foresta circostante non potrebbe essere più forte. Visitiamo la Lagunas des Colores, cinque laghi che hanno nomi parlanti: Esmeralda, Encantada, Ensueno, Bosque Azul, Agua Tinta. Il Centro Ecoturistico Eco Tziscao, cooperativa che si occupa di tutela del territorio, ci propone un’escursione in zattera sul lago. Si naviga lentamente sulle tiepide acque limpide, mentre guide indigene raccontano storie legate alla cultura e alla vita dei laghi.
Facciamo fatica a credere di essere sempre in Chiapas, e sempre in Messico, ma è proprio l’infinita varietà di paesaggi, culture, cucine e architetture a rendere unico questo itinerario.
Dormiamo a Comitán de Dominguez, uno dei gioielli coloniali meno visitati del Chiapas. È domenica, la messa si tiene all’aperto, sul sagrato della chiesa. Sono tutti a passeggio, gente semplice, sombrero de palma e camperos, tacos e zucchero filato, ristoranti pieni a metà pomeriggio perché la domenica il pranzo dura ore e si salta la cena. Alle 8 di sera, la piazza davanti al Municipio è piena, qualcuno si è portato una sedia pieghevole. La banda del paese è pronta a suonare: marimba, fiati e percussioni. Si comincia, si balla, è ancora festa.
Verso Palenque
Ci vogliono almeno sei ore di macchina per raggiungere Palenque partendo da Comitán, ma la strada è talmente selvaggia, suggestiva e piena di punti panoramici da fotografare che probabilmente vi farà allungare i tempi. Non vi annoierete nel vedere quante espressioni possa assumere il paesaggio intorno a voi. Dolci colline ricoperte di giungla, campagna, pascoli, piccoli villaggi. Attraversiamo Altamirano, dove le insegne a bordo strada ci informano che siamo nella zona del ‘Gobierno Autonomo Local’. Lo slogan ‘Resistencia y Rebeldia’ non lascia dubbi: siamo nei territori legati al movimento zapatista e alla rivolta del 1994. Qui l’economia si basa su allevamento e agricoltura e gli usi e costumi delle comunità Tzeltal e Tzotzil vengono tenacemente mantenuti vivi.
Proprio mentre scendiamo dalle ultime colline che preannunciano la pianura costiera del Golfo del Messico, Palenque compare all’improvviso nella giungla che, ancora oggi, ricopre oltre l’80% delle rovine. Ma è solo salendo sulle piramidi che si ha un’idea precisa della magia selvaggia del luogo in cui ci troviamo e dell’imponenza degli edifici riportati alla luce. Siamo in uno dei siti archeologici più importanti di tutto il Messico, principale meta turistica del Chiapas, il posto migliore per concludere il nostro viaggio on the road, anche perché siamo a novembre e ci sono pochi visitatori. Gli imponenti templi sono giustamente considerati un vero e proprio gioiello del Paese e una delle massime espressioni della cultura maya, che qui raggiunse il suo apice tra il 630 e il 740 d.c. Cesár, la nostra guida, ci ricorda che gli edifici in pietra che vediamo erano completamente dipinti di rosso acceso e abbellititi da decorazioni in stucco azzurro e giallo. Chissà quante volte ognuno di noi ha immaginato questo posto, magari perdendosi tra le foto che libri e social media ci hanno proposto. Eppure, la sorpresa è grande, perché ciò che vediamo dal vero è molto di più di quel che abbiamo immaginato.
Si dice che i viaggi prima ti lasciano senza parole e poi ti costringono a raccontare. Noi ci abbiamo provato, ma in Messico capita di rimanere vittime di un incantesimo che rende insufficiente la forza delle parole e costringe ad andare a vedere con i propri occhi. Ed è questo il nostro consiglio.
Trasporti e pernottamento
Il viaggio on the road è certamente la soluzione migliore per apprezzare questo itinerario. Tuttavia, dal 2025 sono disponibili i voli di AeroBalam, una nuova compagnia che ha come principale obiettivo collegare diverse destinazioni del Chiapas. Al momento sono operativi voli tra Tuxtla Gutierrez, Tapachula e Palenque.
Per quanto riguarda i voli intercontinentali, ci siamo rivolti a Turkish Airlines, che offre l’opportunità di volare in andata su Città del Messico e al ritorno da Cancún.
Questi, invece, sono gli hotel dove abbiamo soggiornato:
Hotel Banyan Tree, Puebla
Boutique Hotel Na’ura, Oaxaca
Hotel Plaza 79, San Cristobal De Las Casas
La Casa del Marqués, Comitán de Dominguez
Hotel Villa Mercedes, Palenque
Angelo ha viaggiato con la Camera di Commercio del Messico in Italia.
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