Pakistan del nord: viaggio tra Karakorum, Hunza e le valli dei Kalash

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Il Pakistan del nord nasce da un evento geologico iniziato circa 55 milioni di anni fa, quando la placca indiana si scontrò con quella euroasiatica. L’ambientazione è il luogo maestoso in cui confluiscono le tre gigantesche catene del Karakorum, dell’Himalaya e dell’Hindu Kush: giganti che raccontano la storia geologica dello scontro tra la placca indiana e quella euroasiatica, imprese alpinistiche note a livello mondiale, tradizioni religiose e un patrimonio artistico frutto di intersezioni culturali. Qui è possibile osservare gli effetti ancora visibili della collisione tra le placche che hanno dato origine ad alcune delle montagne più alte del pianeta.

In viaggio nel Pakistan del nord © Paola Scaccabarozzi
In viaggio nel Pakistan del nord © Paola Scaccabarozzi
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Si parte da Islamabad verso la valle di Kaghan

Un viaggio che conduce nell’area settentrionale del Paese inizia necessariamente da Islamabad, luogo di arrivo dei voli internazionali. La città, capitale del Pakistan dal 1967, è verde, ordinata: sembra disegnata con il righello. Fu progettata nel 1961 da un architetto greco di fama internazionale: Constantinos Doxiadis. Assolutamente da non perdere, prima di dirigersi a nord, la moschea Shah Faisal, una delle più grandi del mondo. L’impatto è impressionante: bianca, lucente, gigantesca. È possibile vederla anche dall’alto, dal punto panoramico Daman-e-Koh, che offre la possibilità di avere uno sguardo a 360 gradi sulla città.

Rawalpindi è l’altro “pezzo” irrinunciabile di Islamabad. La sorella-gemella che si trova a pochi chilometri a sud-ovest e fa parte dello stesso agglomerato urbano. A “Pindi”, come la chiamano i locali, batte un cuore antico perché lì si stanziarono insediamenti di epoche lontanissime e oggi è un luogo polveroso, denso di vita e di merci.

On the road © Paola Scaccabarozzi
On the road © Paola Scaccabarozzi

Iniziando l’itinerario verso nord, una buona idea è quella di scegliere il percorso che porta alla valle di Kaghan, la destinazione estiva preferita dai pakistani facoltosi in fuga dal caldo della pianura.

Per arrivarci, si passa per Abbottabad, una cittadella militare situata ai piedi delle montagne himalayane che sarebbe un luogo anonimo, se non fosse stato il nascondiglio di Osama Bin Laden.

Si giunge poi a Naran, 2400 metri di altezza e principale centro turistico della valle. Naran è un bazar affollatissimo, collocato in un’area molto gradevole, in mezzo al verde e alle montagne. Qui si incontrano soprattutto uomini dell’etnia Pashtun, diffusa in Pakistan e Afghanistan. Si riconoscono facilmente perché indossano il Pakol, un cappello in lana morbida dalla forma tondeggiante e dai colori terrosi.

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Incontri sulla strada verso il nord © Paola Scaccabarozzi
Incontri sulla strada verso il nord © Paola Scaccabarozzi

La regione del Gilgit Baltistan

Il tragitto che conduce ancora più su, verso la regione autonoma del Gilgit-Baltistan, è molto lungo e richiede almeno otto ore di auto. Il Gilgit-Baltistan è un territorio a sé, caratterizzato da una storia complessa e da una situazione geopolitica che accomuna quest’area alla regione contesa del Kashmir. Fu territorio tibetano, via della Seta e Islam. È il Pakistan delle altissime cime, dal K2 al Nanga Parbat (e molte altre) e il luogo in cui si trova il ghiacciaio Baltoro, il più lungo al di fuori delle calotte polari. Qui convogliano le tre gigantesche catene del Karakorum, dell’Himalaya e dell’Hindu Kush.

Per arrivare a Gilgit, il capoluogo delle aree settentrionali, si passa attraverso il Babusar Pass (4.175 metri). Lungo il percorso è possibile vedere il cartello che segnala quella che fu “l’antica Via della Seta” e, un po’ più in là, il punto che, se le condizioni climatiche lo permettono, consente di avvistare il Nanga Parbat, la “montagna nuda”, in lingua Urdu, lingua nazionale del Pakistan. Il Nanga Parbat è un gigante di 8.126 metri, la nona montagna più alta del mondo e una delle montagne più difficili da scalare.

Gilgit, insieme punto di arrivo nel nord e luogo di partenza per le spedizioni alpinistiche verso il Karakorum e l’Himalaya, è un animato bazar. Si raggiunge passando attraverso il vecchio ponte che sovrasta l’omonimo fiume.

Benvenuti sull’antica Via della Seta © Paola Scaccabarozzi
Benvenuti sull’antica Via della Seta © Paola Scaccabarozzi
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Il Kargah Buddha, la storia che fu

A una decina di chilometri da Gilgit, imperdibile è il Kargah Buddha, conosciuto anche come il “Buddha di Yasheni”. Si tratta di una scultura rupestre alta circa quindici metri, le cui origini risalgono all’epoca in cui il Buddhismo costituiva la religione dominante nella regione, cioè tra il III secolo a.C. e l’VIII secolo d.C. Gilgit rappresentava, infatti, un centro di pellegrinaggio buddista in grado di attirare studiosi e monaci dall’intera Asia. Il Buddha domina una vallata verdissima. Osservarlo è emozionante.

Il Baltit Fort © Paola Scaccabarozzi
Il Baltit Fort © Paola Scaccabarozzi

La Karakorum Highway e il Baltit Fort

Per proseguire verso Karimabad-Hunza si imbocca la Karakorum Highway, la strada asfaltata più alta del pianeta che tocca i 4693 metri al Khunjerab Pass.

Proseguendo, nei pressi di Chalt, si trova un punto segnalato come zona di contatto tra la placca indiana e la placca euroasiatica che ha dato origine alle montagne del Karakorum.

L’arrivo a Karimabad, porta d’accesso alla valle dell’Hunza, è annunciato dalla presenza del Baltit Fort.

Ad accogliere i visitatori al forte, c’è un custode dagli incredibili baffi. Ormai da anni quest’uomo, dall’età indefinita, attende gruppi di sparuti turisti che non perdono l’occasione di fotografarlo. Credo davvero sia l’uomo più fotografato del Pakistan.

Il Baltit Fort, adagiato su uno sperone sotto il ghiacciaio Ulter, si trova in posizione strategica e costituisce ancora oggi un punto privilegiato di osservazione sulla valle dell’Hunza e sulle cime circostanti.

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Il Lago Attaabad © Paola Scaccabarozzi
Il Lago Attaabad © Paola Scaccabarozzi

Karimabad e la valle dell’Hunza

Karimabad sorge in mezzo ai giganti. Si chiamano Rakaposhi, Diran, Golden Peak, Lady Finger Peak. Sono vette altissime, a cominciare proprio dal Rakaposhi che, con i suoi 7788 metri, in lingua Urdu “Muro Splendente”, costituisce una visione da cui è difficile togliere lo sguardo. Karimabad è anche un bazar che si inerpica, una strada ricca di botteghe, negozietti e caffè.

La valle dell’Hunza è un itinerario che, partendo da Karimabad, prosegue verso il confine con la Cina. Lungo il percorso si trova il Lago Attabad, di un blu abbagliante e dall’origine recente e traumatica. Si è infatti formato nel 2010 a seguito di una frana che ha bloccato il corso del fiume Hunza. L’intera vallata è dominata da vette altissime e attraversata da ponti sospesi, tra cui quello di Passu. Sono luoghi stupefacenti abitati dagli Hunza, spesso descritti come una popolazione particolarmente longeva.

Di religione sciita ismaelita (il Pakistan è per la maggior parte sunnita) gli Hunza costituiscono una comunità con identità culturale distinta che parla una lingua propria, il Burushaski, e ha un’alimentazione quasi esclusivamente vegetariana. Le albicocche della valle dell’Hunza sono le più saporite che abbia mai assaggiato.

Una partita di polo © Paola Scaccabarozzi
Una partita di polo © Paola Scaccabarozzi
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Verso Gupis, virando a ovest fino al campo di polo più alto del pianeta

Per proseguire verso ovest, lasciando così la Karakorum, bisogna cambiare automezzo. Servono jeep capaci di far fronte alla sfida quotidiana delle strade del Pakistan del nord. Da Karimabad ci si dirige a Gupis, attraverso Gilgit, Punial e Gahkuch. Qui le frane sono la norma e le difficoltà di percorrenza una costante, amplificate dalle piogge estive. Il percorso prosegue dunque con qualche stop, geograficamente in parallelo al corridoio di Wakhan, un sottile lembo di terra che appartiene all’Afghanistan. Si giunge così al campo da Polo più alto del mondo. Siamo a 3800 metri. Il Polo è lo sport d’eccellenza del nord del Pakistan. È questo il luogo che ogni anno nel mese di giugno ospita lo “Shandur Polo Festival”, ossia il “freestyle polo”, la forma locale tradizionale di questo sport, codificata nel 1936. Assistere a una partita di polo è un tuffo nel passato: cavalli che corrono all’impazzata, la polvere che si solleva, il sapore della sfida.

Nelle valli dei Kalash © Paola Scaccabarozzi
Nelle valli dei Kalash © Paola Scaccabarozzi

Citral e le valli dei Kalash

Poi si scende di quota, dirigendosi sempre più a ovest. Le cime restano sullo sfondo e il Tirich Mir (7708 metri), la montagna più alta della catena dell’Hindu Kush, domina Chitral, la città capoluogo dell’omonimo distretto, situato sulla sponda occidentale del fiume Kunar che confluisce nel fiume Kabul. Il confine con l’Afghanistan non è lontano e Chitral è una città pakistana con una forte influenza culturale afghana. Il suo bazar è appannaggio maschile con numerose botteghe che vendono lana di qualità eccellente. Chitral è anche il luogo prediletto per assistere a un’altra partita di Polo perché la squadra locale è la più forte del Pakistan; ma è anche il punto di partenza per le valli dei Kalash.

I Kalash sono attualmente circa tremila individui che vivono in tre strette vallate nel cuore dell’Hindu Kush: Bumburet, Rumbur e Birir. Originariamente abitavano quello che fu il “Kafiristan”, la “terra degli infedeli” secondo i musulmani. Fu luogo leggendario fino alla fine dell’Ottocento. La sua estensione andava dall’est dell’Afghanistan sino alla valle di Chitral.

Secondo la leggenda sarebbero “gli ultimi greci dell’India”, i diretti discendenti di Alessandro Magno. Per gli antropologi, invece, la loro origine sarebbe legata alla massiccia migrazione Indo-ariana dall’Asia centrale al Subcontinente indiano, avvenuta attorno al 1500-1000 a.C. Le loro origini restano oggetto di dibattito tra leggende e interpretazioni antropologiche, evidente anche dalla mescolanza dei caratteri somatici: occhi azzurri e volti dalla carnagione chiara insieme a pelle scura e occhi neri.

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Una donna con abiti tradizionali dei Kalash © Paola Scaccabarozzi
Una donna con abiti tradizionali dei Kalash © Paola Scaccabarozzi

Quello dei Kalash è un popolo fiero, di cultura pastorale. Il loro è un credo sciamanico e politeista, in cui fervente è il culto degli antenati. Il ritmo della loro vita è scandito dal profondo legame con la natura e dalle feste in onore dei loro dei. Si tratta, principalmente, di tre festival: il Joshi che si svolge a maggio e celebra l’arrivo della primavera, invocando protezione per greggi e pascoli; l’Uchal, dedicato al raccolto e che si celebra in agosto; il Chomos che si svolge in dicembre in occasione del solstizio d’inverno.

Le feste sono un susseguirsi di danze in cerchio, musica e partecipazione sfrenata da parte di tutta la popolazione. Le donne indossano i loro abiti tradizionali e splendidi copricapo in tessuto, decorati con perline e conchiglie. Originariamente si trattava di abiti scuri e di copricapo ornati solo di conchiglie cowrie.

È un meraviglioso spettacolo prima di fare ritorno a Islamabad e concludere il viaggio.

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