La storia slovacca lungo la 59
La panoramica 59 collega tra loro i paesaggi più leggendari della Slovacchia: Anita Isalska si fa coinvolgere dal folklore e dall’eroismo rivoluzionario, incontrando mostri storici e mitici in un viaggio on the road, e ci racconta cosa vedere in Slovacchia.
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Il percorso sulla 59 (parte della E77) inizia con un UFO e culmina nel covo di un vampiro. Non è il classico itinerario turistico, ma questa è la Slovacchia. In questo paese centroeuropeo i villaggi sembrano tutti tratti dai libri di fiabe, mentre una storia oscura dorme sotto i suoi prati. La Slovacchia centrale, terra di leggende su eroi caduti per la patria, si presta a un bell’itinerario in auto. La strada statale 59 serpeggia tra le sue attrazioni più importanti, a cominciare da Banská Bystrica che ospita il futuristico Museo SNP.
Mentre sto pianificando il mio percorso sotto gli alberi del prato davanti al museo, mi sento come se fossi all’ombra della nave spaziale Enterprise. L’ampia cupola di cemento e vetro è uno degli edifici in stile brutalista più memorabili del paese. Il museo ospitato al suo interno onora le vittime dell’insurrezione armata organizzata dalla Resistenza durante l’occupazione nazista, repressa nel sangue. Incuneata tra le due metà della cupola c’è una commovente statua, che rappresenta i caduti, illuminata da un ramato raggio di sole. L’insurrezione nazionale slovacca ebbe il suo epicentro proprio qui, a Banská Bystrica, ma la regione centrale del paese ha sempre covato uno spirito ribelle.
La Resistenza si ispirò a Juraj Jánošík, un brigante che, secondo la leggenda, nel Seicento derubava ricchi mercanti e poi divideva il bottino con i più poveri. Un gruppo di partigiani si fece chiamare proprio Jánošík. La 59 mi porta direttamente nel cuore del suo raggio d’azione.
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Uscendo da Banská Bystrica, la strada si dirige dritta verso le montagne, sfrecciando tra due parchi nazionali. Vel’ká Fatra, a ovest della strada, ha sorgenti minerali gorgoglianti e cittadine termali a cingere il suo confine occidentale. A est della strada si allarga invece il parco nazionale più grande della Slovacchia, quello dei Bassi Tatra (Nízke Tatry), una superficie di 728 kmq di gole argillose e pianure percorse dai venti, con vallate ricoperte di boschi di aceri e faggi. Entrambi hanno una vegetazione fitta e grotte: nascondigli perfetti per un brigante ricercato.
Guidando verso nord, è tutto un susseguirsi di pensioncine squadrate e cappelle color crema. Dopo aver piegato verso est, la strada è improvvisamente circondata da conifere torreggianti su entrambi i lati. A ogni curva, le montagne si mostrano seducenti alla vista solo per scomparire appena mi infilo in un altro corridoio verde. Soltanto qua e là penetra un raggio di luce, chiazzando di sole l’asfalto liscio.
Gli alberi cominciano a diradarsi e la strada è disseminata di massi caduti. Il motore si lamenta mentre affronto la salita verso Vlkolínec, uno dei paesi più incantevoli di tutta la Slovacchia. Qui, un’intera congregazione di statue di legno mi coglie di sorpresa mentre sto parcheggiando...
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Vlkolínec – 19 gli abitanti ufficiali – è un paese di intagliatori e le statue in legno sono più numerose degli artigiani. Fanno la guardia tutt’intorno al villaggio, rappresentando per lo più gli antichi mestieri del passato rurale: fornai, pastori, donne che cullano i bebè e anche qualche nonna accigliata. Quasi uguali a quando furono costruite nel XIV secolo, le 45 case di Vlkolínec tutte in legno sono dipinte con eleganti bande color malva e giallo, mentre il vento fa ondeggiare i rami dei meli sopra i ripidi tetti scuri. La perla del paese è la chiesa cattolica dell’Annunciazione, costruita nel 1875, con la Vergine che guarda malinconica da un’alcova in pietra.
L’ambientazione è altrettanto seducente: Vlkolínec è abbarbicato su un colle con le montagne di Vel’ká Fatra sullo sfondo. I suoi prati sono macchiati dalla tarda fioritura di purpuree orchidee incarnate e primule farinose, la valle sottostante è coperta dalla nebbia. Anche nel nome il paese ha un che di mistico: ‘vlk’ in slovacco significa lupo e mi par quasi di vedere Cappuccetto Rosso trotterellare fuori da una delle case in legno.
Tornata sulla 59, guido attraverso città che sonnecchiano all’ombra delle montagne. La prima è Ružomberok, un tempo importante snodo mercantile, adagiata tra tre catene montuose: i Bassi Tatra, Vel’ká Fatra e i Monti Choč. Continuando verso nord su strade strette tra querce, raggiungo un’altra località un tempo potente. Dolný Kubín era nel Medioevo nota per le sue cave, oggi è del tutto ignorata dai visitatori che schiacciano sull’acceleratore per raggiungere il castello di Orava.
Come prevedibile, è questo spettacolare castello trecentesco la mia meta finale. Per gli ultimi chilometri di questo viaggio in macchina, posso vedere le sue torri gotiche svettare in alto, quasi un segnale di avvertimento. Il castello è appollaiato su uno sperone roccioso sopra il paese di Oravský Podzámok. Una densa foresta avvolge la base della collina come un mantello.
Sono un’appassionata di film horror e la silhouette del castello mi è molto famigliare. Qui venne girato il mitico Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau, il capolavoro del cinema espressionista del 1922 considerato anche uno dei capisaldi del genere horror di tutti i tempi. In questo film muto i vampiri non erano ancora diventati teenager innamorati che se ne stanno tranquillamente sotto il sole.
Arrampicandomi su scalinate vetuste, giro per le grandi sale e i corridoi del castello. Le pareti sono decorate con pelli d’orso e stemmi araldici ed è sin troppo facile immaginarsi il cattivo del film, il conte Orlok, aggirarsi per la fortezza. Ma gli avvenimenti tragici non sono confinati alla pellicola cinematografica. Tra la sequela di aristocratici che camminarono tra questi muri di pietra ci fu Nikola Draškovič, di cui si diceva avesse spellato vivi i suoi servitori. Risiedette qui anche György Thurzó, il giudice che decise il destino della ‘contessa sanguinaria’, Elizabeth Báthory, la malfamata nobildonna ungherese che avrebbe ucciso centinaia di giovani donne per fare il bagno nel loro sangue.
Queste leggende macabre sembrano fuori posto se si guarda alla serena dolcezza del paesaggio. Sbirciando dalle feritoie nelle mura, posso vedere un arazzo di prati verdi che
salgono verso gli Alti Tatra. Ma se questo viaggio mi ha insegnato qualcosa, è che nei paesaggi idilliaci della Slovacchia albergano grandi misteri.