Un trend di viaggio da cancellare prima che si diffonda
Oggi nel mondo esistono almeno 196 gruppi indigeni mai contattati e tutti sono in pericolo. Tra i fattori che minacciano la loro sopravvivenza ci sono soprattutto l’invasione delle loro terre e il furto delle loro risorse naturali per via di attività legate al profitto: dal taglio della legna alla costruzione di infrastrutture, dall’estrazione mineraria al narcotraffico. A questo si aggiungono i turisti e i travel influencer spinti dal desiderio di vivere esperienze non convenzionali, autentiche e avventurose. È un trend pericoloso: ne parliamo con Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Survival International, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni.
Comunemente vengono chiamati popoli incontattati, ma potreste anche sentirli definire popoli in isolamento volontario, invisibili, nascosti, liberi. La verità è che non esiste un termine perfetto: sono popoli o gruppi indigeni che vivono per scelta senza avere contatti con l’esterno, in foreste o isole. Ne esistono almeno 196 distribuiti in dieci Paesi tra Asia, Sud America e Pacifico, e sono tutti in pericolo. Anche a causa del turismo. Lo spiega dettagliatamente il rapporto 2025 “Popoli indigeni incontattati: frontiere di resistenza” di Survival, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni.
Il contatto forzato apre la porta a violenze, soprusi e malattie, ma non si tratta solo di coloni e trafficanti: la responsabilità è anche di missionari, documentaristi e viaggiatori. Ad aprile 2025 l’influencer Mykhailo Viktorovych Polyakov, 24 anni, è stato arrestato in India per aver cercato di raggiungere un popolo incontattato, provando ad “attirarlo” con una Diet Coke e una noce di cocco. Darah Tah, travel influencer irlandese con 18 milioni di follower, è stato criticato pochi mesi dopo per aver pubblicato un video in cui mostra un tentativo di contatto con quella che ha definito “tribù di cannibali”. È difficile quantificare l’impatto del turismo sui popoli che rifiutano il contatto, ma il numero crescente di content creator che prova ad avvicinarsi a essi è preoccupante: anche così viene solleticato nei follower il desiderio di viaggiare cercando la stessa esperienza fuori dal comune, esotica e “autentica”.
Ma qual è il prezzo, e chi lo paga? Ne parliamo con Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Survival International, organizzazione che dal 1969 lotta per i diritti dei popoli indigeni.
Il concetto di popolo incontattato è viziato da stereotipi, oltre che da uno sguardo coloniale che fatichiamo a scrollarci di dosso. Quindi, per prima cosa: di cosa parliamo davvero quando parliamo di popoli incontattati?
I popoli indigeni incontattati sono società che rifiutano il contatto con gli esterni e che non hanno relazioni permanenti con nessun altro. Ciò non significa che non siano consapevoli del mondo esterno, anzi! Scelgono attivamente e continuamente di rifiutare il contatto dopo aver sperimentato generazioni di violenza, schiavitù e malattie. Sono popoli autosufficienti e resilienti. Vivono in modo indipendente e il loro stile di vita è sia sostenibile sia prezioso per l’intera umanità. Eppure, in Asia e nel Pacifico in modo particolare, i funzionari governativi continuano a definire i popoli incontattati come “primitivi” o “residui “dell’età della pietra” nel tentativo di giustificare la sedentarizzazione forzata e l’assimilazione. E più di un gruppo isolato ogni sei è nelle mire di missionari evangelici estremisti che cercano a qualsiasi costo di convertirli nel nome della loro “salvezza”. Ma i popoli incontattati non sono "tribù perdute" congelate nel tempo. Sono società contemporanee, appartengono al mondo moderno tanto quanto qualsiasi altra società umana vivente, e hanno diritto all’autodeterminazione, come riconosciuto e sancito anche dalla legge internazionale. Interferire a forza nelle loro vite “per il loro bene” o nel nome di un presunto “progresso” è non solo pericoloso e presuntuoso, ma anche illegale, e serve solo da pretesto per continuare a derubarli impunemente di terre, risorse e forza lavoro. Ma anche i media e l’opinione pubblica giocano un ruolo importante nel perpetuare gli stereotipi razzisti. Troppo spesso le notizie che riguardano i popoli incontattati vengono confinate in cornici esotiche e sensazionaliste, con titoli clickbait, che mancano di accendere i riflettori sulle immense tragedie umane che essi stanno vivendo ancora oggi, ovunque, e sulle responsabilità che le società industrializzate hanno nel loro sterminio.
Perché è problematico cercare un contatto con questi gruppi?
I popoli incontattati vivono e dipendono completamente dalla loro terra, che è non solo la fonte del loro sostentamento e benessere, ma anche il fondamento del loro stile di vita, della loro identità e della loro resilienza. Si può quindi immaginare quale sia l’impatto di questo processo di colonizzazione continuo, che si accaparra e distrugge le loro terre e risorse – un fenomeno che sempre segue (o precede) il contatto forzato. Come spiega il rapporto di Survival, il contatto uccide sia in modo diretto, con violenze raccapriccianti e genocide da parte degli invasori, sia in modo indiretto attraverso le malattie che introduce dall’esterno. I popoli incontattati, infatti, non hanno difese immunitarie contro le malattie più comuni tra noi, e a sterminare un intero popolo può bastare un semplice raffreddore. Qualsiasi precauzione si prenda, la storia insegna che il contatto uccide in poco tempo almeno la metà della popolazione (in uno o due anni). In alcuni casi muoiono tutti. Chi sopravvive, resta devastato e annientato per molti anni a venire, fisicamente e psicologicamente.
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Come spiegate nel rapporto, ci sono diversi fattori che oggi minacciano la sicurezza e i diritti di questi gruppi. Che ruolo ha il turismo, facendo rientrare nell’ambito anche i travel influencer e i content creator in cerca di “avventure”?
Il brivido di avvicinarsi ai popoli incontattati – o, meglio, all’idea stereotipata che si ha di questi popoli – e di stabilire un “primo contatto” attira da tempo certi antropologi e documentaristi. Ora il turismo ha esteso la minaccia facendola diventare un potenziale mercato di massa. In Perù l’afflusso di turisti nel Parco nazionale di Manu è un rischio enorme per i popoli incontattati che lo abitano, tra cui i Mashco Piro. Nel decennio del 2010, a Manu sono stati registrati decine di incontri tra indigeni incontattati e turisti. Alcuni hanno lasciato sulle rive del fiume degli indumenti per gli indigeni rischiando di trasmettere loro malattie letali. In alcuni Paesi ci sono agenzie che propongono veri e propri tour. In India, per esempio, nelle isole Andamane, vengono organizzati dei “safari umani” lungo una strada che attraversa il territorio degli Ang (prima conosciuti con il nome di Jarawa), che hanno contatti limitati con l’esterno. Nel 2012 diventò virale un video che mostrava un poliziotto, connivente con i tour operator, ordinare ad alcune donne Ang di ballare di fronte ai turisti lanciando loro del cibo in cambio come fossero animali. Survival e alcune organizzazioni locali si sono mobilitati e oggi questa pratica è ufficialmente vietata. Tuttavia, nonostante una sentenza della Corte Suprema ne abbia imposto la chiusura, la strada che attraversa la terra indigena rimane aperta e i turisti continuano a percorrerla cercando di “avvistare” gli Ang. I safari umani e qualsiasi altro tentativo di entrare in contatto con questi popoli violano i diritti dei popoli incontattati all’autodeterminazione e al rifiuto del contatto con l’esterno, e rischiano di esporli alla morte per malattia. Contribuiscono inoltre ad alimentare e diffondere gli stereotipi razzisti che dipingono i popoli indigeni come esotici e primitivi: un’immagine disumanizzante che da centinaia di anni aiuta a spianare la strada a ripetute violazioni dei loro diritti umani e territoriali.
Anche se il numero di travel influencer che cerca di contattare questi gruppi è basso, il rischio è incoraggiare atteggiamenti sbagliati da parte sia dei turisti sia di chi offre servizi turistici. In quali Paesi oggi la situazione è più delicata?
A seguito dell’uccisione del missionario John Allen Chau avvenuta nel 2020 da parte dei Sentinelesi, che vivono incontattati sull’isola indiana di North Sentinel, si è sviluppata una particolare ossessione per quest’isola e questo popolo, e diversi influencer dei social media affermano di volerla visitare. I post con l’hashtag #northsentinelisland su TikTok, Instagram e YouTube sono più di 10.000. I media danno da sempre ampio risalto anche agli "incontri" con i popoli “primitivi” del Papua Occidentale, ma spesso sono falsi: a posare sono comparse o altri indigeni già contattati. È accaduto per esempio nel dicembre 2024, quando un gruppo di YouTuber con oltre 8 milioni di follower ha affermato falsamente di aver incontrato membri di un popolo incontattato su un’isola del Pacifico, offrendo loro nicotina e sigarette elettroniche. I post virali portano ai loro creatori una visibilità molto ambita e potenziali guadagni, rendendo questa attività un’ulteriore forma di sfruttamento che mette in pericolo i popoli incontattati, perpetua gli stereotipi e, allo stesso tempo, incoraggia un sempre maggiore interesse per le foto e le immagini dei popoli incontattati e dei "primi contatti”. Sono atti irresponsabili e incoscienti perché diffondono l’idea che sia accettabile forzare il contatto a dispetto della minaccia letale che questo comporta per i singoli individui e per intere comunità.
In qualità di viaggiatori, quali sono le domande che dovremmo porci di fronte alla curiosità di avvicinare gruppi incontattati o di recente contatto, anche quando ciò sembra avvenire tramite canali ufficiali come tour operator e agenzie specializzate?
Il desiderio di viaggiare è intrinseco alla natura umana, e farlo in modo responsabile può aiutarci a capire meglio noi stessi, gli altri e il mondo circostante, arricchendoci come esseri umani e motivandoci anche alla solidarietà. Ma di pari passo con un mondo che si fa sempre più conosciuto, uniforme e urbanizzato, cresce anche il richiamo dell’ignoto, il desiderio di raggiungere luoghi sempre più remoti e non convenzionali. Ed è allora che la ricerca di evasione ci può portare a irrompere prepotentemente in casa d’altri, trasformando la nostra avventura in una minaccia per i popoli che vi abitano. I viaggiatori non possono appellarsi a una candida ignoranza per giustificare la propria complicità. Scegliere dove e come andare è un privilegio che comporta anche la responsabilità di riflettere attentamente sugli effetti a lungo termine del nostro approccio e del nostro impatto. Viaggiare dove abitano popoli indigeni incontattati deve essere evitato a tutti i costi. Non ci sono domande da porsi in merito: è vietato, ed è potenzialmente letale. Le numerose storie e testimonianze raccolte nel nostro Rapporto non lasciano spazio ai dubbi. È di importanza vitale che i turisti boicottino queste “attrazioni” immorali, anche per non alimentare il loro mercato.
Esistono alternative sicure ed etiche per chi è interessato a capire meglio le culture indigene senza metterle a rischio?
Premesso che nelle terre dei popoli incontattati non si può né si deve entrare, senza eccezioni, certamente si possono invece visitare le comunità indigene che vivono in contatto con altri popoli e altre società da tempo, ma solo a condizione che i turisti siano per loro benvenuti, e prestando le dovute attenzioni.
Da fare:
- Prima di partire, informarsi con cura e boicottare i tour immorali.
- Affidarsi solo ad aziende che lavorano a stretto contatto con i popoli indigeni e dividono equamente gli introiti.
- Rispettare le culture e le tradizioni dei popoli che si visitano.
Da non fare:
- Considerare i popoli indigeni primitivi e arretrati.
- Trattare i popoli indigeni come oggetti d’attrazione o scattare foto e filmati, a meno che non si abbia la certezza che da parte loro ci sia un consenso autentico.
- Visitare aree in cui i popoli indigeni sono stati costretti a lasciare le loro terre, come può capitare in parchi nazionali e safari in Africa o in India.