Dove sono finiti i cherokee? Viaggio tra i boschi e le montagne del North Carolina
I cherokee hanno superato molte sfide dopo aver perso oltre il 99% della loro terra ancestrale nel XIX secolo. Ai margini delle Smoky Mountains, il Qualla Boundary è una nazione nella nazione. È la patria della tribù dei cherokee orientali, legati alla loro terra ancestrale da tradizioni secolari.
I cherokee orientali
In tutte le scuole americane si studia la politica genocida del presidente Andrew Jackson, che dopo il 1830 attuò il trasferimento forzato dei cherokee e altre tribù dalle loro terre ancestrali. Oltre 16.000 uomini, donne e bambini furono costretti a marciare per settimane lungo quello che venne chiamato Trail of Tears (Sentiero delle lacrime). Tra il 25% e il 50% di loro morì lungo il percorso per il freddo, la fame e le malattie. Una volta giunti nel nuovo ‘Territorio Indiano’ (l’odierno Oklahoma), trovarono una terra arida e inospitale, molto diversa dalle rigogliose valli montane che avevano lasciato.
Meno nota è la storia di coloro che rimasero. Centinaia di cherokee si nascosero sulle montagne, raggiunti in seguito da altri che riuscirono a tornare nella loro terra natale dall’Oklahoma. Nel 1850, circa 1000 membri della tribù vivevano in una ristretta aerea del North Carolina occidentale, una piccola parte degli oltre 100.000 kmq del vecchio territorio dei cherokee, che si estendeva in Georgia, North e South Carolina e altri cinque stati. Nei decenni successivi il gruppo lavorò instancabilmente per riacquistare la terra dal governo federale. Verso il 1870 gli Stati Uniti riconobbero il diritto della tribù (ufficialmente nota come Eastern Band of the Cherokee Indians, un gruppo indipendente dalla nazione cherokee dell’Oklahoma) di possedere e controllare le terre. Oggi le proprietà dei cherokee orientali includono 23.000 ettari del Qualla Boundary, una comunità gestita dalla tribù composta da sette comuni situati circa un’ora a ovest di Asheville.
Per gran parte del XX secolo la tribù dovette affrontare le stesse difficoltà di molte comunità native in tutto il paese: discriminazione dilagante e grave mancanza di opportunità economiche, in particolare dopo il crollo dell’industria del legname negli anni ’20. I programmi del New Deal degli anni ’30 fornirono posti di lavoro nell’edilizia e nella conservazione, e l’istituzione del Great Smoky Mountains National Park nel 1934 portò nella zona un flusso di visitatori creando un potenziale sviluppo del turismo. I visitatori arrivavano alla ricerca degli indiani, e alcuni residenti assecondavano lo stereotipo indossando copricapi di piume e montando tepee, due elementi che non fanno parte del patrimonio culturale cherokee. Presso le bancarelle lungo la strada venivano venduti acchiappasogni, gilet con frange e altri oggetti kitsch. Non tutti si sentivano a proprio agio in questo ruolo, che però garantiva un reddito alla tribù.
La celebrazione delle tradizioni cherokee
Nel frattempo i cherokee continuavano a creare oggetti dell’artigianato tradizionale come sculture in legno, ceramiche, opere di perline e cesti. I cesti intrecciati in canna di fiume sono tra i simboli più emblematici della cultura cherokee – in alcuni scavi sono stati rinvenuti frammenti risalenti al XV secolo. Nel 1946 un gruppo di 60 artisti e artigiani cherokee fondò quella che sarebbe diventata la Qualla Arts & Crafts Mutual, la più antica cooperativa di nativi americani della nazione, che fungeva da luogo di vendita di oggetti artigianali di pregio, garantendo la sopravvivenza di tradizioni secolari. Oggi il gruppo si è ampliato fino a superare i 350 artigiani.
Nel 1948 i cherokee aprirono un museo in una baita di legno dedicato alla storia e all’artigianato della tribù. Si tratta di uno dei più antichi musei tribali degli Stati Uniti sempre in attività, e nel corso degli anni si è ampliato fino a diventare un importante repertorio di manufatti cherokee. Nel 2023 il museo ha avviato una ristrutturazione pluriennale, motivata da una rivalutazione del suo ruolo nella comunità. “La vecchia esposizione non era stata sempre curata da storici nativi”, spiega Anna Chandler, responsabile della comunicazione del museo. “L’obiettivo primario del rinnovamento della galleria principale è narrare la storia dei cherokee dal loro punto di vista”. Il museo è stato ribattezzato Museum of the Cherokee People– invece del superato ‘Museum of the Cherokee Indian’ – per sottolineare che “questo è un luogo in cui i membri della tribù devono sentirsi i benvenuti”, secondo le parole di Chandler. “È anche un modo per far capire ai visitatori che i nativi non appartengono al passato e collocare il popolo cherokee nel presente. Abbiamo anche lavorato a stretto contatto con il Cherokee Speakers Council per decidere il nome cherokee del museo. Non è una traduzione diretta, ma significa più o meno ‘Siamo tutti Cherokee e tutto questo ci appartiene’. Questo senso di appartenenza, questo coinvolgimento della comunità è stato davvero fondamentale per la nuova denominazione, per reintrodurre e accogliere la comunità in modo che facesse parte di questa nuova direzione”.
Il ripensamento del passato ha determinato anche altri cambiamenti. Nel 2024 il Clingmans Dome, il punto più alto del Great Smoky Mountains National Park, è stato ribattezzato Kuwohi, il suo antico nome cherokee, che significa ‘luogo dei gelsi’.
L’investimento nel futuro e nel passato
Per gran parte del XX secolo il turismo ha dato impulso all’economia dei cherokee, ma l’attività era sempre stagionale. I periodi difficili erano i mesi da novembre a marzo, quando arrivavano pochi turisti. I tassi di povertà non scendevano mai sotto la doppia cifra e talvolta raggiungevano anche il 50%. Negli anni ’90 il consiglio tribale ha autorizzato un nuovo tipo di turismo in grado di garantire entrate costanti tutto l’anno. Inaugurato nel 1997, l’Harrah’s Cherokee Casino Resort ha trasformato le sorti della comunità. Oggi il resort accoglie oltre quattro milioni di visitatori all’anno e i profitti annuali generati dall’hotel, dai luoghi di intrattenimento e dalle sale da gioco raggiungono la cifra sbalorditiva di 400 milioni di dollari. I proventi del gioco d’azzardo sono stati reimmessi nella comunità, con milioni di dollari investiti in scuole, strutture sanitarie e attrazioni culturali (tra cui il Museum of the Cherokee People). Anche i 16.000 membri della tribù cherokee ne traggono beneficio, poiché ricevono una rendita annuale che attualmente ammonta a circa $14.000 a testa e che ha contribuito a far uscire molte persone dalla povertà generazionale. A partire dagli anni ’90 la tribù ha anche investito nel riacquisto delle terre cherokee, recuperando territori ancestrali che erano stati loro sottratti nel XIX secolo. Tra gli acquisti più significativi c’è Kituwah (Città Madre), un sito sacro di 125 ettari considerato il luogo di origine di tutti i cherokee.