Due fotografi e le Hawai'i: conversazione su viaggi e immagini
A gennaio 2024 il fotografo di Toronto Nathan Cyprys ha intrapreso un viaggio on the road di due settimane nelle Hawai‘i. Era la sua prima volta nell'arcipelago e ha scelto di documentare l'esperienza utilizzando una macchina fotografica a pellicola di grande formato (4x5). Mentre guidava, campeggiava e immortalava i paesaggi, il pensiero tornava spesso alla sua amicizia ventennale con Brendan George Ko, fotografo che si divide tra Toronto e Maui. Cresciuto tra Ontario, New Mexico, Texas e le Hawai‘i, Ko ha dedicato gran parte dei propri lavori recenti a raccontare le storie dell'arcipelago hawaiano. Le Hawai‘i, che appartengono agli Stati Uniti dalla fine dell’Ottocento, sono una meta turistica molto popolare, con i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta. Ecco il resoconto di un’interessantissima conversazione tra Cyprys, un viaggiatore consapevole e rispettoso delle peculiarità dei luoghi che visita, e Ko, un abitante delle Hawai‘i con profondi legami con la cultura e la gente del posto: si è parlato del loro lavoro, della bellezza delle isole e di cosa significhi essere viaggiatori responsabili.
Nathan Cyprys: «Brendan, il tuo primo progetto sulle Hawai‘i si concentra sulla parola aloha. Cosa è arrivato a significare per te questo termine? Hai qualche consiglio pratico per aiutare i viaggiatori a mettere in pratica lo spirito di aloha quando visitano le Hawai‘i?».
Brendan George Ko: «Aloha è una parola ricca di sfumatureViene tradotta spesso come “amore”, ma in questo modo il kaona, il significato più profondo di quel termine, rischia di stemperarsi. Aloha ha in sé elementi di gentilezza, compassione e responsabilità. Quindi, per me, è quasi paragonabile all’amore incondizionato.
«Se dici di amare qualcuno, ti assumi una responsabilità verso quella persona e quella relazione. Penso alla parola hawaiana kuleana, che indica proprio il senso di responsabilità inteso come un dovere che nasce da dentro. Così, quando parlo di aloha, intendo l’attenzione per le persone che ci circondano, il senso di comunità.
«C’è un detto hawaiano: “apri gli occhi, apri le orecchie, chiudi la bocca”. È un principio che fa al caso dei viaggiatori: osservare come vengono fatte le cose qui e cercare di adeguarsi. E, aggiungo io, non stare mai con le mani in mano».
NC: «In che modo il tuo rapporto con le Hawai‘i ha influienzato il tuo lavoro?».
BGK: «Le teorie di Susan Sontag sono probabilmente quelle che più mi hanno aiutato a costruire la mia identità come fotografo durante gli anni dell’università. Alle Hawai‘i il mio modo di lavorare è stato messo alla prova sul campo.
«Qui ho imparato a prendermi il mio tempo, a costruire relazioni e a creare un clima di fiducia indispensabile per lavorare bene. Ho anche avuto il privilegio di avere una casa in cui vivere: un ricercatore deve trovare il modo di mantenersi nei posti in cui si reca, spesso lontanissimi dalla sua dimensione abituale. Io volevo semplicemente scoprire che cosa mi legasse a questa terra.
«Con il tempo, i privilegi di cui ho goduto qui – come l’esperienza sulle voyaging canoe, imbarcazioni sulle quali ho fatto volontariato per innumerevoli ore nel corso di molti anni – mi hanno fatto sentire una profonda responsabilità verso le Hawai‘i e la sua gente, i Kanaka ʻŌiwi (nativi).
«Aiutando nel restauro delle canoe, nelle attività di sensibilizzazione ed educazione della comunità, prestando servizio come documentarista durante i viaggi e partecipando alle cerimonie, ho avuto modo di vedere cose che la maggior parte degli abitanti delle isole non hanno modo di conoscere».
BGK: «Tra l’altro, mi chiedo una cosa: che immagine hanno delle Hawai‘i gli stranieri? Come hai vissuto il primo viaggio sulle isole? Hai notato qualcosa di diverso nella tua percezione tra prima e dopo?».
NC: «Certamente la bellezza dei posti che ho visto mi ha impressionato. Oltre alle meraviglie del paesaggio, ho sentito forte la presenza della cultura americana e l’impatto del turismo.
«Quel particolare senso di America era presente nelle grandi catene di negozi, che creavano un forte contrasto con il paesaggio. Si avvertiva in tutte le comodità e nell’omologazione del consumismo americano — che ormai ha raggiunto ogni angolo del globo — così come nella moltitudine di turisti provenienti dal Nord America continentale (me compreso) e in una pianificazione urbanistica, come a Kona, in cui le automobili hanno la priorità assoluta.
«Non credo comunque che tutto questi mi abbia sorpreso; era in un certo senso prevedibile, specialmente in una destinazione così popolare come le Hawai‘i».
BGK: «Sì, ed è interessante perché l’isola di Hawai‘i sembra per certi versi la più vicina alle “vecchie Hawai‘i”. Quando gli amici vengono a trovarmi rimangono stupefatti perché l’anima tradizionale dell’isola convive con quella marcatamente americana. È un conflitto vissuto anche dagli abitanti del luogo».
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BGK: «Nel tuo lavoro di fotografo eri alla ricerca di qualcosa di particolare, o ti premeva semplicemente tenere un registro visivo del tuo viaggio?».
NC: «L’idea era di tenere una sorta di diario. Avevo lavorato in questo modo per un’altra serie di scatti realizzata negli Stati Uniti, Neighbour State, il frutto di alcuni viaggi on the road con la mia compagna, Layla. Inoltre, dato che il viaggio nelle isole rappresentava un’estensione dei miei progetti Cosmichronos e Paatcha – che documentavano siti astronomici – tenevo moltissimo a vedere il Mauna Kea (un vulcano alto oltre 4000 m, uno dei migliori siti al mondo per l’osservazione del cielo).
«Usare la fotocamera 4x5 è illuminante nel senso che ti costringe davvero a rallentare; trascorri tutto il tempo a guardare fuori dal finestrino dell’auto. Magari passi accanto a un posto qualsiasi senza notarlo e poi, cinque minuti dopo, dici al conducente: “No, fai inversione, dobbiamo tornare indietro, devo scattare una foto”.
«Ero interessato soprattutto al paesaggio. Ci sono così tanti scenari diversi, cosa che ho scoperto girando in macchina per tutta l’isola. È così diverso da qualsiasi cosa io abbia mai visto o da qualsiasi posto in cui sia mai stato prima. Gli effetti delle eruzioni vulcaniche sul territorio sono stati forse la cosa più sbalorditiva, dal momento che non ero mai stato in una zona in cui l’attività vulcanica fosse così recente da poterne valutare l’impatto con tanta chiarezza.
«L’Hawai‘i Volcanoes National Park è il luogo in cui abbiamo potuto osservare al meglio tutto ciò. C’era una nebbia fittissima quando ci siamo andati, in netto contrasto con la settimana precedente, trascorsa a prendere il sole sulla spiaggia. Mentre guidavamo verso la costa, lungo strade tortuose immerse nella foschia, circondati da roccia che sembrava liquida, il cielo si è aperto all’improvviso ed è comparso un arcobaleno.
«In momenti come questo la ricchezza della vita sull’isola si poteva toccare con mano: era straordinario trovarsi circondati da roccia ignea dove pochi, tenaci arbusti endemici riuscivano a farsi strada tra le fessure della terra».
BGK: «Alle Hawai‘i le macchine fotografiche non sono sempre viste di buon occhio. La fotocamera ha giocato un ruolo importante nel processo di sfruttamento della popolazione locale ed è stata determinante per costruire la narrazione delle Hawai‘i come paradiso a disposizione di viaggiatori facoltosi, ignorando completamente la storia delle isole, per molto tempo fieramente indipendenti.
«Nella mia esperienza di fotoreporter, tirare fuori la macchina fotografica e provare a scattare è una decisione da ponderare bene. È necessario che ci sia un saldissimo rapporto di fiducia quando si lavora con la gente del posto. Molte persone scattano foto a questi posti meravigliosi, ma in tal modo è quasi fatale che qualcosa venga rovinato.
«È molto più facile scegliere un posto tranquillo e fotografarlo senza che nessuno sia coinvolto. È un aspetto del lavoro alle Hawai‘i che mi piace molto, sapendo quanto la fotografia abbia "trattato male" questo posto. È una soddisfazione usare la macchina fotografica in modo del tutto diverso».
NC: "Sono d’accordo con te, è confortante trovarsi completamente soli in uno spazio aperto; d’altra parte, però, trovo che ci si possa sentire a proprio agio anche in mezzo a una torma di turisti, perché quando c’è così tanta gente nessuno fa caso a nessun altro.
«Trovo interessante documentare la cultura del turismo e la presenza massiccia di corpi e persone in uno spazio ridotto, ed è per questo che amo fotografare le spiagge. Vedere tutte queste persone assembrate vicino all’acqua è, a suo modo, uno spettacolo interessante.
«Ho provato spesso un senso di trepidazione nel fotografare le Hawai‘i nella prospettiva di un “esterno”, specialmente dopo aver sentito te raccontare di quanto altri fotografi e registi stranieri facciano fatica a rispettare la cultura locale.
«Sono sicuro che molto di tutto ciò sia emerso, anche inconsciamente, nel mio modo di scattare: ho privilegiato immagini più tranquille, che si trattasse di dettagli ravvicinati di animali o piante o di ampie vedute paesaggistiche. In generale, ho evitato di fotografare le persone da vicino o di fare “street photography”, una pratica che avrei percepito come invasiva, e ho evitato di sconfinare in proprietà private.
«In genere, quando fotografo un soggetto come una spiaggia affollata, uso la mia 4x5 su un treppiede. È grossa, lenta, mi costringe a infilarmi sotto un telo nero per inquadrare e mettere a fuoco. Di solito le persone sono incuriosite dalla scena e non si sentono minacciate, il che gioca a mio favore».
BGK: «È vero. In questo modo il paesaggio viene trattato nel suo contesto reale invece di essere idealizzato».
BGK: «Quando chiudi gli occhi e ripensi al tempo trascorso alle Hawai‘i, che cosa ti viene in mente?».
NC: «I gatti! Abbiamo alloggiato in un campeggio dove vivevano dei gatti selvatici. Di notte, se accendevo la torcia e guardavo fuori dalla tenda, vedevo tutti quegli occhi luminosi che mi fissavano tra gli alberi».
BGK: «Qualche altra cosa che ricordi con piacere?».
NC: «Certe volte, durante il viaggio, ho pensato a te, Brendan, e al tuo lavoro. A volte quasi inconsciamente. Ad esempio, c’era un albero che avevi fotografato tu e di cui ho scattato una foto anch’io. Non me ne sono reso conto subito, ma dopo Layla mi ha detto: “Quello è l’albero di Brendan”».
BGK: «Sul serio? Sei stato nella Pololū Valley, allora, e hai fotografato l’albero di Hala».
NC: «Poi, l’immagine della coppia ferma nella valle [foto sopra]; mi piace molto il fatto di aver colto quelle persone intente a guardare quella distesa immensa, come se stessero
iniziando un viaggio insieme».
BGK: «È perfetto anche il modo in cui si intravede quel cenno di sentiero che conduce verso lo sfondo. Mi piace questa immagine perché cattura un’atmosfera. La natura selvaggia si mostra generosamente in tutte le Hawai‘i, ma l’isola di Hawai‘i in particolare è un’isola ancora in formazione, in continua espansione. Ed è l’isola che rende omaggio a Pele, la dea del vulcano.
«Vedi gli alberi di ‘Ōhi‘a che crescono sulle distese di lava e sai che per la gente del posto sono qualcosa di molto speciale: è una pianta ricca di storia, una specie endemica, ed è la prima a crescere sulla lava c’è la colata lavica, che è una forza potenzialmente distruttiva ma anche uno strumento che porta nuova vita alla terra. E di questo gli hawaiani sono profondamente consapevoli».