Tra oasi, deserti e città storiche, alla scoperta dei siti UNESCO dell’Arabia Saudita
Ci sono paesi che si lasciano raccontare attraverso i monumenti. L’Arabia Saudita, più spesso, si comprende osservando il modo in cui il paesaggio e le città si sono adattati al tempo, al clima, ai commerci e ai movimenti delle persone. I siti UNESCO disseminati nel paese mostrano proprio questo: non soltanto grandi testimonianze archeologiche, ma luoghi in cui per secoli si sono intrecciate rotte carovaniere, pellegrinaggi, agricoltura, architettura e scambi culturali.
Dalle tombe nabatee scolpite nella roccia di Hegra alle case coralline di Jeddah, dai quartieri in terra cruda dell’Arabia centrale fino alle immense distese di palme di Al-Ahsa, il patrimonio saudita rivela una geografia sorprendentemente varia. E soprattutto restituisce profondità a un territorio che per lungo tempo, fuori dalla regione, è stato percepito in modo semplificato. Viaggiare qui significa attraversare spazi enormi e storie molto antiche, ma anche scoprire luoghi ancora abitati, frequentati, attraversati da una quotidianità che continua a dare senso al passato.
Hegra, la città nabatea tra le rocce di AlUla
Nel nord-ovest del paese, la valle di AlUla custodisce il sito archeologico di Hegra, primo patrimonio saudita entrato nella Lista UNESCO. Per secoli questo centro nabateo occupò una posizione strategica lungo le vie commerciali che collegavano il sud della Penisola Arabica al Mediterraneo. Ancora oggi il paesaggio conserva qualcosa di remoto: grandi affioramenti di arenaria emergono dal deserto e, avvicinandosi, rivelano facciate scolpite con precisione sorprendente.
Le oltre 110 tombe monumentali mostrano dettagli architettonici che rimandano a mondi diversi e raccontano quanto fossero articolati gli scambi culturali lungo le rotte carovaniere. Ma Hegra colpisce soprattutto per il rapporto tra spazio e silenzio. Le sepolture non formano una città compatta: appaiono isolate, disseminate nel deserto, separate da distese di sabbia e rocce levigate dal vento. Anche per questo la visita richiede tempo. Non è un luogo da attraversare velocemente, ma uno di quei siti in cui conviene fermarsi, osservare la luce cambiare sulle pareti di pietra e lasciarsi guidare dalla scala del paesaggio.
Diriyah e l’architettura di terra dell’Arabia centrale
Alle porte di Riyadh, At-Turaif racconta una storia completamente diversa. Qui, nella storica Diriyah, nacque nel XVIII secolo il primo Stato saudita, e il quartiere conserva ancora oggi alcuni degli esempi più significativi di architettura najdi.
A definire il paesaggio urbano sono soprattutto i materiali: mattoni crudi, intonaci di terra, muri spessi progettati per trattenere il fresco. Le abitazioni si sviluppano attorno a cortili interni, mentre le aperture restano contenute per proteggere gli spazi dal sole e dal vento del deserto. L’impressione, camminando tra gli edifici restaurati, è quella di un’architettura nata da esigenze pratiche prima ancora che estetiche.
Negli ultimi anni Diriyah è stata oggetto di un vasto progetto di recupero che ha restituito continuità a un’area a lungo rimasta marginale rispetto all’espansione della capitale. Oggi il quartiere alterna musei, spazi espositivi e caffetterie contemporanee, ma senza trasformarsi in una ricostruzione artificiale. La presenza della terra cruda, dei vicoli stretti e delle geometrie essenziali continua a dominare l’esperienza del luogo.
Jeddah, il porto del Mar Rosso
Il quartiere storico di Jeddah conserva invece il carattere di una città cresciuta guardando il mare. Per secoli questo porto è stato il principale punto d’ingresso alla Mecca per i pellegrini provenienti da diverse parti del mondo. Una stratificazione che si riflette ancora oggi nell’architettura e nella vita del centro storico.
Le case in pietra corallina si alzano per diversi piani lungo strade strette, progettate per creare ombra e trattenere il fresco. A renderle riconoscibili sono soprattutto i roshan, i balconi in legno intagliato che schermano gli interni senza impedire il passaggio dell’aria. Dietro queste facciate si percepisce l’influenza di culture diverse, arrivate nei secoli attraverso il Mar Rosso insieme a mercanti e pellegrini.
Al-Balad, il cuore storico della città, rimane uno dei quartieri più vitali del paese. I suk continuano a essere frequentati quotidianamente, molte botteghe lavorano ancora secondo tradizioni antiche e nelle ore serali le strade si riempiono di famiglie, venditori ambulanti e tavoli all’aperto. Più che un sito monumentale isolato dal presente, è una parte della città che continua a vivere secondo ritmi propri.
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Al-Ahsa, l’oasi che ridisegna il deserto
Nell’est dell’Arabia Saudita, Al-Ahsa cambia completamente il paesaggio. Dopo chilometri di territorio arido, l’oasi appare come una distesa continua di palme da dattero alimentata da sorgenti naturali e sistemi di irrigazione storici. Con oltre 2,5 milioni di alberi, è considerata la più grande oasi del mondo.
Qui il rapporto tra presenza umana e ambiente è visibile in modo molto concreto. Per secoli l’acqua sotterranea ha reso possibile lo sviluppo agricolo in una regione climatica estrema, dando origine a villaggi, mercati e reti commerciali legate soprattutto alla coltivazione dei datteri.
Muovendosi nell’oasi, si attraversano paesaggi agricoli ancora attivi: canali, giardini, piccoli centri abitati e piantagioni che scandiscono il territorio. A differenza di altri siti UNESCO più legati alla dimensione archeologica, Al-Ahsa restituisce l’idea di un paesaggio culturale ancora pienamente funzionale, modellato lentamente nel corso dei secoli.
Incisioni rupestri, deserti protetti e città perdute
Il patrimonio UNESCO saudita comprende anche luoghi meno conosciuti ma fondamentali per comprendere la storia della penisola. Nelle aree rupestri di Hail e Ḥimā migliaia di incisioni raccontano scene di caccia, animali e figure umane realizzate nel corso di millenni da comunità nomadi che attraversavano questi territori molto prima della nascita delle grandi città islamiche.
Nell’Al-Rub’ Al-Khali, uno dei deserti più vasti del pianeta, l’area protetta di ‘Uruq Bani Ma’arid conserva invece un ecosistema fragile fatto di dune immense, pianure pietrose e specie adattate a condizioni ambientali estreme.
Più recente è l’inserimento di Al-Faw nella Lista UNESCO. Situata lungo antiche rotte commerciali nell’interno della penisola, l’area archeologica conserva tracce di insediamenti che attraversano epoche molto diverse, dal Paleolitico fino al periodo pre-islamico. È uno dei siti che meglio mostrano quanto fosse articolata la rete di connessioni culturali e commerciali nella regione già molti secoli prima dell’età moderna.
Come organizzare il viaggio
L’Arabia Saudita è una destinazione sicura e visitabile tutto l’anno. Le distanze tra i siti UNESCO sauditi sono considerevoli e vale la pena pianificare il viaggio senza accumulare troppe tappe. Riyadh rappresenta il punto di partenza più naturale per visitare Diriyah, mentre Jeddah consente di esplorare facilmente il centro storico e la costa del Mar Rosso.
Per raggiungere AlUla e Hegra esistono collegamenti aerei interni sia dalla capitale sia da Jeddah; da ottobre a marzo le temperature nel deserto sono più miti. Al-Ahsa, nell’est del paese, è collegata a Riyadh anche tramite la rete ferroviaria.