Sant'Elena: un posto lontano da tutto
Un'isola nell'Atlantico meridionale, a metà strada tra l'Africa e il Sudamerica, dove il servizio di telefonia mobile è arrivato nel 2015 e la tartaruga più vecchia del mondo vive sul prato del governatore.
Non esiste un modo comodo per arrivare a Sant’Elena. Esiste solo un modo possibile. Un volo settimanale da Johannesburg, cinque ore sospesi sopra l’oceano, e poi l’atterraggio: le scogliere di basalto nero che si avvicinano al finestrino, il vento che spinge di lato, la pista ricavata su un pianoro a strapiombo sul mare.
L’aeroporto – inaugurato nel 2017 dopo anni di ritardi causati dal wind shear che terrorizza i piloti – ha cambiato la storia di questo territorio britannico d’oltremare di 122 km e quattromila abitanti. Prima c’era solo una nave postale da Città del Capo. Oggi il tempo per raggiungerla si è accorciato, ma l’isolamento resta intatto. Non è un dato suggestivo: è una struttura che organizza ogni aspetto della vita, dai ritmi commerciali al turismo.
L’isola più vicina è Ascensione, quasi settecento miglia nautiche a nord, completa la triade l’ancora più remota Tristan da Cunha.
Il cellulare prende solo in alcuni punti e con una sim locale, per la connessione ad internet meglio affidarsi ai wifi locali, i carichi con le merci non sempre riescono a portare tutto quello che serve o ad arrivare sempre. La prima cosa che ho notato è che tutti ti salutano, sia per strada sia in auto.
Cosa vedere
Jamestown, la capitale, è un corridoio stretto tra due pareti di roccia vulcanica. Le case georgiane, le facciate dipinte a colori pastello, un forte seicentesco con i cannoni ancora puntati verso il mare: tutto racconta una storia coloniale leggibile nello spazio con una chiarezza. La Jacob’s Ladder, 699 gradini che collegano il centro città a Ladder Hill Fort, è il monumento più fotografato dell’isola e probabilmente la scala più ripida che le vostre gambe incontreranno mai. Dalla cima, Jamestown sembra un modellino posato in fondo a una gola, e l’oceano dietro è di quel blu compatto, quasi solido, che si trova solo dove la terra è lontana da qualsiasi altra terra.
Napoleone Bonaparte arrivò qui nel 1815, dopo Waterloo. Non se ne andò mai: morì sei anni dopo a Longwood House, la residenza umida e ventosa che gli inglesi gli avevano assegnato nell’entroterra. La sua tomba originaria fu una lastra di pietra in una valle silenziosa chiamata Sane Valley, sotto un gruppo di salici. Il corpo fu trasferito a Parigi nel 1840. Longwood House è oggi un piccolo museo gestito dal consolato francese, un’enclave di Francia nel mezzo dell’Atlantico britannico.
Ma Sant’Elena non è solo il suo passato. L’interno dell’isola è una sorpresa continua per chi si aspetta solo roccia vulcanica e vento. I microclimi cambiano nel giro di pochi minuti d’auto: si passa da paesaggi lunari e brulli, con pendii color marrone rossiccio completamente spogli, a foreste umide di felci arboree e piante endemiche che non esistono in nessun altro punto del pianeta.
Il Diana’s Peak, con i suoi 823 metri, è il punto più alto dell’isola e la camminata lungo il crinale attraversa l’ultima foresta pluviale naturale britannica – una cloud forest che ospita centinaia di specie rare – tra alberi endemici (oltre 500 tra specie vegetali e animali non si trovano in nessun’altra parte del mondo) e sterne (è il posto perfetto per fare birdwatching) che volteggiano sopra la testa come piccoli fantasmi bianchi. Dalla cima, nelle giornate limpide, si vede tutta l’isola.
Il mare intorno a Sant’Elena è protetto da una zona marina di duecento miglia ed è tra i più ricchi dell’Atlantico meridionale. Da gennaio a marzo è stagione degli squali balena, da aprile ad agosto arrivano tonni e wahoo, da giugno a dicembre le megattere per la riproduzione. I subacquei trovano relitti, grotte sottomarine e incontri con mante e squali martello. E poi ci sono i delfini, che ho visto volteggiare accanto alla barca.
Non è un’isola per la balneazione ma le acque sono perfette per immersioni, snorkeling, pesca, sport acquatici, nuoto, gite in barca e per avvistare una varietà di vita marina. I subacquei possono esplorare otto relitti accessibili.
Il Museum of St Helena si trova ai piedi della Jacob’s Ladder, appena oltre il Grand Parade, in un edificio in pietra di fine Settecento che un tempo ospitava la centrale elettrica dell’isola. L’ingresso è gratuito – si accettano donazioni – e il museo è gestito quasi interamente da volontari della St Helena Heritage Society, che dal 1979 raccoglie, cataloga e conserva la memoria materiale di questo angolo d’Atlantico. Su due piani si attraversano cinquecento anni di storia compressi in poche stanze: reperti recuperati dai numerosi relitti che punteggiano i fondali intorno all’isola, cimeli dell’epoca napoleonica, documenti sulla tratta degli schiavi — perché Jamestown fu anche uno snodo nella repressione britannica del traffico schiavista, e nella vicina Rupert’s Valley si trovano le sepolture di migliaia di africani liberati dalle navi negriere che non sopravvissero al viaggio. È un museo piccolo che vive di un accumulo paziente di oggetti quotidiani, lettere, strumenti nautici e fotografie sbiadite che qualcuno ha deciso di non buttare via.
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Da sapere
Viaggiare a Sant’Elena impone dei limiti concreti, e conviene saperlo prima di prenotare. Il volo settimanale di Airlink da Johannesburg è l’unico collegamento aereo: se lo perdete, aspettate sette giorni. Non esistono voli interni, non esistono alternative. Pochi esercizi commerciali accettano carte di credito internazionali: la Bank of St Helena offre una Tourist Card che permette di utilizzare il sistema di pagamento locale, e conviene attivarla prima della partenza scaricando l’app ufficiale. I contanti sono essenziali, e c’è uno sportello della banca per il cambio proprio all’areoporto. Il trasporto pubblico è essenziale: noleggiare un’auto è la soluzione più pratica per esplorare l’isola, ma le strade sono strette e le distanze brevi.
Per dormire, l’offerta si è ampliata negli ultimi anni ma resta contenuta. A parte un paio di alberghi come il Mantis St Helena, un hotel ricavato in un’ex caserma ufficiali del 1774, c’è il Blue Lantern, esistono camere e case in affitto. Il cibo dell’isola riflette la sua storia, l’influenza culinaria che mescola tradizione britannica, sudafricana e isolana: pesce, cipolle fritte, riso, patate, curry e tante spezie.
C’è anche un ristorante cinese che non accettando la carta ci ha fatto credito segnando il nome su un grosso quaderno. Nei fine settimana è consuetudine organizzare un "cook-up" (barbecue/braai), portare un pranzo al sacco durante un giro in auto intorno all’isola o riunirsi in famiglia per un abbondante pranzo domenicale.
Il caffè di Sant’Elena è uno dei più apprezzati al mondo e la distilleria di Sant’Elena è nota per essere la distilleria più remota del mondo. Produce una gamma di distillati e liquori dal nome affascinante "Lo Spirito dei Santi".
Quello che Sant’Elena offre davvero non è un’esperienza turistica nel senso convenzionale. Non ci sono resort, non ci sono spiagge attrezzate, la vita notturna non esiste, se non consideriamo il pub. C’è un’isola che funziona secondo regole proprie, dove Jonathan – la tartaruga gigante di oltre 190 anni, la più vecchia del mondo – vive sul prato della Plantation House, la residenza del governatore, e dove il tempo si misura in maree e voli settimanali. Per chi cerca esattamente questo – un luogo dove l’isolamento non è un problema da risolvere ma una condizione da abitare – Sant’Elena è perfetta.