Il cielo sopra Chongqing. Viaggio nella metropoli verticale della Cina
La prima cosa che Chongqing fa, una volta atterrati, è togliere la terra da sotto i piedi. E non in senso figurato. Si esce da un palazzo convinti di essere al piano terra e si scopre che sotto ce ne sono ancora dieci, quindici, venti. Si attraversa una strada, si prende un ascensore e si sbuca su un'altra strada. Si guarda la mappa e la mappa, con tutta evidenza, non sa dove ci si trovi. Perché Chongqing non è stata costruita su una superficie. È stata costruita nello spazio.
Le strade e le scale salgono, scendono, si sovrappongono. I ponti attraversano lo Yangzi e il Jialing come se dovessero tenere insieme pezzi di città che altrimenti prenderebbero direzioni diverse. I grattacieli si arrampicano sulle colline. La metro passa sopra le automobili, sotto le case e qualche volta dentro i palazzi. Come a Liziba. La monorotaia della linea 2 entra in un edificio residenziale e ne esce dall'altra parte. I passeggeri guardano il telefono. Nessuno sembra trovarci qualcosa di strano. Strani, semmai, siamo noi che lo troviamo strano. Noi e i tanti turisti che cercano di girare il video perfetto nel quale fingono di inghiottire il treno e finiscono per essere inghiottiti dalla folla che replica lo stesso scatto all'infinito.
Una municipalità grande quanto quattro regioni
Si dice che Chongqing sia ’la città più grande del mondo’, con trenta e passa milioni di abitanti. Solo che non è vero. O almeno non lo è nel modo in cui siamo abituati a pensare una città.
Quei milioni di abitanti non vivono tutti in un’unica, sterminata distesa di grattacieli. Appartengono alla municipalità di Chongqing, un territorio amministrativo che comprende il nucleo metropolitano, ma anche altre città, campagne, montagne e insediamenti lontani dal centro. Una sorta di regione con il nome di una città, amministrata direttamente dal governo centrale: una particolarità che condivide con Pechino, Shanghai e Tianjin. Grande quanto? Circa 82.400 chilometri quadrati: Piemonte, Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige messi insieme, o quasi.
Chongqing non è dunque la più popolosa area metropolitana del pianeta, ma è comunque immensa. Lo si capisce guardandola, specialmente di notte, quando le luci si arrampicano sulle colline e proseguono oltre il punto in cui lo sguardo riesce a seguirle. Lo si capisce dai ponti, dalle autostrade sovrapposte, dai quartieri costruiti sulle rive dei due fiumi. E lo si capisce soprattutto quando si prova ad attraversarla.
L’Italia a un volo di distanza
Questa città, fino a poco tempo fa quasi sconosciuta in Occidente, è diventata rapidamente una delle destinazioni più desiderate dai viaggiatori internazionali. Per gli italiani c’è oggi una ragione in più per scoprirla: Hainan Airlines collega direttamente Chongqing con Roma e Milano, attualmente con due voli settimanali da ciascuna città. La metropoli intravista nei reel di skyline fantascientifici non è più così remota. E anche grazie ai collegamenti ferroviari ad alta velocità, può diventare il punto di partenza di un itinerario attraverso Sichuan, Shaanxi, Guizhou e Yunnan, tra grandi città, paesaggi carsici e antichi centri storici.
Da capitale di guerra a metropoli dei social
Chongqing ha risolto problemi apparentemente impossibili. Ed è riuscita anche a trasformarsi da grigia e caotica megalopoli industriale in moderna e vivace meta internazionale, perfetta per essere raccontata sui social.
Per molto tempo appartenuta alla provincia del Sichuan, nel 1997 è diventata una municipalità amministrata direttamente dal governo centrale. La sua storia, tuttavia, era cominciata molto prima. La posizione lungo lo Yangzi ne aveva fatto un centro commerciale e militare fondamentale; tra il 1937 e il 1945, durante la guerra sino-giapponese, fu anche capitale della Cina.
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Il pentolone dei barcaioli
Il fiume portava uomini, merci, notizie. E fame. Sui moli, scaricatori e barcaioli non avevano il tempo né il denaro per pasti elaborati. C’erano grandi pentoloni di brodo bollente, divisi in sezioni. Ognuno gettava qualcosa nella propria parte (verdure, tofu, carne, frattaglie…), poi aspettava che cuocesse e mangiava. Così, almeno secondo la tradizione, è nato l’hotpot di Chongqing.
Ancora oggi arriva in tavola come un piccolo spettacolo. Il brodo málà ribolle, rosso di peperoncino e profumato di pepe del Sichuan. Gli ingredienti spariscono nella pentola e bisogna recuperarli con le bacchette, sperando di riconoscerli. Alla fine, restano l’odore delle spezie sui vestiti e la sensazione di aver capito qualcosa della città, meglio di una visita a un museo.
Templi, mercanti e una porta rimasta sola
Eppure, i musei, i templi e le tracce del passato sono ancora lì. Chongqing non li ha cancellati: ha costruito intorno a loro e sopra di loro.
Al Tempio dei Luohan ci sono il fumo dell’incenso, centinaia di sculture rupestri della dinastia Song e 500 arhat in terracotta, tutti differenti, disposti lungo un percorso labirintico. Alzando gli occhi, dietro i tetti del tempio compaiono i grattacieli. Non è un contrasto studiato, preparato per spiegare la Cina contemporanea, e proprio per questo la spiega così bene.
Poco distante, il Palazzo delle Corporazioni di Huguang racconta un’altra Chongqing: quella dei mercanti arrivati dalle province di Hunan, Hubei, Guangdong e Guangxi. Nei suoi edifici restaurati si susseguono cortili, giardini, sale da tè e antichi palcoscenici per l’opera cinese. A circa cento metri resiste Dongshuimen, una delle due sole porte rimaste della vecchia città murata, che un tempo serviva a entrare in città.
Ciqikou e il tempio millenario
Ma oggi, a Chongqing, non è più così semplice stabilire dove la città cominci e dove finisca. Continua per chilometri, si arrampica sulle colline e si moltiplica nei riflessi dei fiumi, pur conservando luoghi nei quali il tempo sembra rallentare.
A Ciqikou, l’antico ’porto della porcellana’, la strada principale è affollata di negozi e visitatori, ma nei vicoli laterali sopravvive una trama più silenziosa di cortili, case tradizionali e piccole soglie aperte. Nel Tempio Baolun, il cui edificio principale ha più di mille anni, la metropoli diventa improvvisamente lontana nello spazio e nel tempo.
In Didi, sospesi sul fiume
Si torna nel traffico, magari salendo su un comodo e super economico Didi, l’Uber cinese sul quale una corsa di mezz’ora non costa più di 3 euro. Quasi tutti sono elettrici: non li senti arrivare e solo allora ti accorgi della relativa quiete che avvolge le strade di una metropoli così grande. Una specie di miracolo, se visto con gli occhi di chi vive dalle nostre parti, dove smog e rumore sembrano invincibili.
Proviamo a costruirci una mappa mentale della città salendo sulla funivia dello Yangzi. Il viaggio dura appena cinque minuti e copre poco più di un chilometro. La cabina si stacca dalla riva e la città, per la prima volta, sembra disporsi in modo comprensibile. Ci sono il fiume, i ponti, le torri, le colline. Dura poco: si arriva dall’altra parte e Chongqing torna a confondere le coordinate.
Quando il cielo diventa spazio urbano
La funivia si può osservare anche da Baixiang Ju, un complesso di edifici residenziali costruito sulle pendici della città. Passa tra i palazzi, vicina alle finestre, inserita nella vita quotidiana degli abitanti, come in un film indeciso se raccontare un’utopia o una distopia.
Il sabato sera, e in occasione delle principali festività, migliaia di punti luminosi si alzano sopra la confluenza dei due fiumi. All’inizio sembrano stelle disposte con eccessiva precisione. Poi cominciano a muoversi, formando figure, architetture, animali, ideogrammi e immagini legate alla storia della città. Il cielo diventa uno schermo. È difficile immaginare un luogo più adatto a una simile rappresentazione: in una città costruita su tanti livelli, anche il cielo finisce per diventare spazio urbano. Soprattutto la sera, quando questa città cambia registro.
Hongyadong, undici piani di luci
Hongyadong accende migliaia di luci sul fianco della collina. Il complesso, sviluppato su undici livelli (undici, avete letto bene), riproduce le antiche case su palafitte del lungofiume e contiene ristoranti, negozi, locali e sale da tè. Vista dal basso, Hongyadong sembra un palazzo impossibile, finito lì per caso, sospeso tra il fiume e i grattacieli, con la folla ai suoi piedi ferma, intenta a fotografarlo. Si potrebbe liquidare tutto come eccessivo, kitsch, ma sarebbe un peccato. Di notte tutta la città diventa spettacolo onirico, circo, luna park. I ponti cambiano colore, le facciate dei grattacieli esibiscono complessi giochi di luce moltiplicati dai riflessi sull’acqua e la foschia cancella i contorni degli edifici. Dalle imbarcazioni che partono da Chaotianmen, Chongqing appare come un film in formato iMax. Sfuma il confine tra realtà e immaginazione, è tutto vero ma sembra irreale, tutto si fonde e si confonde: il fiume con il ponte, lo spazio pubblico con l’esercizio commerciale. E anche noi: guardiamo, passeggiamo, consumiamo, entriamo in un mondo che ha dentro un altro mondo, poi un altro ancora. Alla fine non troviamo l’uscita: ci lasciamo alle spalle il mall ma finiamo in un parcheggio, quella scala mobile non ci porta in strada ma nella hall di un albergo, e oltre la porta non si apre una piazza, ma una terrazza. Ci siamo persi o siamo entrati in un videogioco? Pare un sogno lisergico ma ad occhi aperti, e ricoperti di sudore.
Longmenhao e Nanshan: quello che resta della memoria
Perfino le zone recuperate raccontano questa sovrapposizione. A Longmenhao, ville, scuole, residenze e antiche ambasciate dei primi del Novecento sono state restaurate o ricostruite e trasformate in un nuovo quartiere urbano.
Sulle colline di Nanshan, invece, il Museo della Guerra di Resistenza contro il Giappone conserva edifici modernisti, rifugi e memorie del periodo in cui la città fu capitale in tempo di guerra.
Il punto in cui finisce la città
Alla fine, ciò che rimane non è una singola immagine. Non Hongyadong illuminata, non la monorotaia dentro il palazzo, non la funivia sul fiume e neppure le figure disegnate dai droni.
Rimane piuttosto un’abitudine: alzare gli occhi e cercare il punto in cui finisce la città e comincia il cielo. Sperando di ritrovare la direzione.