Sumō a Tokyo: come assistere a un torneo al Ryōgoku Kokugikan (e capire cosa sta succedendo)
Sui marciapiedi compaiono i nobori, lunghe bandiere verticali issate su canne di bambù, con i nomi dei lottatori e dei loro sponsor scritti in verticale. Si muovono tutte insieme quando tira vento dal Sumida-gawa, e si vedono da lontano: è il segnale che a Ryōgoku è tempo di torneo. Il Ryōgoku Kokugikan è lo stadio nazionale del sumō giapponese e si trova a due minuti a piedi dalla stazione JR di Ryōgoku, nel quartiere di Sumida. Fu inaugurato nel 1985 e costruito facendo in modo che tutto, dalla pendenza delle gradinate al soffitto, metta in evidenza il quadrato di argilla di pochi metri di lato, attorno a cui si raccolgono fino a 11.000 persone.
Quando si tengono i tornei
Dei sei tornei ufficiali dell’anno, tre si svolgono qui: a gennaio, a maggio e a settembre. Ciascuno dura quindici giorni e comincia e finisce di domenica.
Il prossimo è l’Hatsu Basho, il torneo di apertura della stagione, dal 10 al 24 gennaio 2027. I biglietti vanno in vendita il 5 dicembre 2026 e il banzuke, cioè la classifica che stabilisce chi combatte contro chi, viene pubblicato il 21 dicembre.
Come prendere i biglietti
I posti standard e quelli in tribuna più vicini al dohyō si comprano circa un mese prima sul sito dell’Associazione Giapponese di Sumo. I giorni di fine torneo e i weekend finiscono per primi, a volte in pochi minuti.
Se restate a bocca asciutta esiste una seconda possibilità, usata anche da molti giapponesi. Ogni mattina del torneo, a partire dalle 8, la biglietteria dello stadio vende 400 biglietti non numerati, più economici degli altri. Sicuramente bisogna mettersi in fila presto, ma funziona.
Il biglietto vale per l’intera giornata e consente di uscire e rientrare una volta, entro le 17. Vale la pena saperlo, perché la giornata è lunga.
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A che ora arrivare
Le porte aprono alle 8 e i primi incontri cominciano verso le 8.30, con i lottatori delle divisioni basse. In quelle ore l’arena è quasi vuota e il silenzio è strano, rotto solo dal tonfo dei corpi e dalla voce del gyōji, l’arbitro.
Il ritmo cambia nel pomeriggio. Verso le 14.15 entra la divisione jūryō per la propria cerimonia di ingresso, e i suoi incontri partono poco dopo. Verso le 15.45 tocca alla makuuchi, la divisione più alta: i lottatori sfilano in cerchio attorno al ring indossando i kesho-mawashi, i grembiuli cerimoniali ricamati e pesantissimi che si usano solo per questo. Subito dopo lo yokozuna, il grado più alto, fa il suo ingresso da solo.
Gli incontri di makuuchi vanno dalle 16 alle 18 circa. La giornata si chiude con lo yumitori-shiki, la cerimonia in cui un lottatore fa roteare un arco.
Chi vuole vedere solo la parte più intensa arriva verso le 14. Chi ha un posto nelle file alte e si presenta la mattina può sedersi più vicino al ring finché non arrivano i legittimi proprietari.
Cosa succede sul dohyō
Il dohyō è la piattaforma di argilla su cui si combatte, con un cerchio di paglia intrecciata al centro. Sopra pende un tetto sospeso, il tsuriyane, costruito sul modello di un santuario shintoista, perchè il dohyō è considerato terreno sacro, consacrato da un sacerdote prima del torneo e il gyōji, oltre ad arbitrare, svolge una funzione sacerdotale.
Prestat attenzione: il combattimento dura pochi secondi, raramente più di un minuto, mentre la cerimonia che lo precede è molto più lunga.
I due lottatori salgono, si accovacciano, si fissano, si rialzano, tornano al proprio angolo, lanciano una manciata di sale sul ring, battono i piedi a terra sollevando le ginocchia, si riaccovacciano. Poi ricominciano. Il sale serve a purificare lo spazio, ed è un gesto che eseguono solo le due divisioni più alte. Il battere dei piedi serve a schiacciare gli spiriti maligni. Questo ciclo va avanti fino allo scadere del tempo concesso, che per la makuuchi è di quattro minuti, e solo allora il gyōji dà il via.
Gli schiaffi sul petto e sulla pancia, che sembrano una provocazione, sono un modo per caricarsi.
Si vince in due modi: spingendo l’avversario fuori dal cerchio, oppure facendogli toccare terra con qualunque parte del corpo che non siano le piante dei piedi. Chi guarda spesso perde il momento esatto, perché succede in un battito.
Un consiglio: tenete d’occhio i piedi più che le braccia.
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Perché contano i gradi
Ogni lottatore combatte una volta al giorno per quindici giorni e accumula vittorie e sconfitte. Quel bilancio decide la sua posizione nel banzuke del torneo successivo, e quindi la sua carriera, il suo stipendio e il suo prestigio. Questo spiega l’intensità di incontri che a uno sguardo esterno sembrerebbero marginali. Un lottatore a otto vittorie e sei sconfitte all’ultimo giorno sta giocando molto più di una partita.
Nella parte alta dello stadio sono appesi i ritratti dei campioni, trentadue fotografie giganti incorniciate. Prima di ogni torneo di Tokyo le due più vecchie vengono consegnate ai lottatori che raffigurano e sostituite con i due vincitori più recenti. È un modo per capire, guardando in alto, chi ha vinto negli ultimi anni.
Ryōgoku, prima e dopo
Il quartiere vive di sumō tutto l’anno. Attorno allo stadio si trovano i ristoranti di chanko nabe, lo stufato che i lottatori mangiano in grandi quantità durante gli allenamenti, servito qui in versione per clienti normali. Molti sono gestiti da ex lottatori ritirati.
A pochi passi dal Kokugikan c’è anche il Museo Edo-Tokyo, che ricostruisce la storia della città dal periodo Edo a oggi. Ha riaperto il 31 marzo 2026 dopo quattro anni di lavori, con sale rifatte e ricostruzioni a grandezza naturale in cui si entra a piedi, tra cui la bottega dell’orologiaio Hattori di Ginza, oggi Wakō.
Ryōgoku si raggiunge in metropolitana o con la linea JR Chūō-Sōbu. Chi arriva da Asakusa può scendere lungo il Sumida-gawa a piedi, passando per Kuramae, quartiere di piccole botteghe artigiane dove si fermano in pochi.