L'altra Lisbona: arte contemporanea e spazi reinventati
C'è una Lisbona che negli ultimi anni ha iniziato a cambiare recuperando vecchi palazzi dimenticati, capannoni e fonderie, e li ha trasformati in luoghi per l'arte contemporanea. Per scoprirla bisogna spostarsi di qualche chilometro dal centro storico e raggiungere la zona tra Ajuda e Marvila, i distretti creativi della capitale.
Le atmosfere giapponesi del CAM Gulbenkian
Un buon punto di partenza può essere il Centro de Arte Moderna Gulbenkian, riaperto nel settembre 2024 dopo 18 mesi di lavori. È il primo progetto completato in Portogallo da Kengo Kuma, che ha ripensato l’edificio in cemento progettato dal britannico Leslie Martin riportandolo all’estetica iniziale.
Lo si nota subito da lontano per la pensilina lunga cento metri, rivestita di grandi tegole in ceramica bianca prodotte in Portogallo. Kuma si è ispirato all’engawa, il corridoio coperto delle case tradizionali giapponesi, pensato come uno spazio di interazione tra interno ed esterno.
Il paesaggista Vladimir Djurovic ha trasformato il verde circostante in un piccolo bosco urbano da popolar prima o dopo la visita al museo. Dentro si trova una delle collezioni più importanti di arte moderna e contemporanea portoghese, da Amadeo de Souza-Cardoso a Paula Rego, accanto a nomi internazionali come Robert Delaunay, David Hockney e Bridget Riley. Vale la pena attraversare il giardino fino al Museu Calouste Gulbenkian: in pochi minuti a piedi si passa dall’arte egizia a quella del Novecento.
Ajuda, il quartiere degli atelier
Alle spalle di Belém, sulla collina dominata dal Palácio Nacional da Ajuda, in un tranquillo quartiere residenziale, si trovano il Giardino botanico, che è il più antico orto botanico del Portogallo e ha una colonia di pavoni, e il Palazzo Nazionale una residenza reale in stile neoclassico che ospita il Tesoro Reale e la Biblioteca Nazionale.
Per capire com’è il quartiere conviene passare dal Mercado da Ajuda, in Travessa da Boa Hora. È un mercato municipale recente, aperto nel 2006 per dare una sede ai venditori ambulanti della zona. Al piano principale ci sono pesce, carne, frutta e verdura; a quello di sotto, banchi di vestiti, scarpe e ferramenta.
Sembra quasi di stare in provincia e è forse per questo che negli ultimi anni ha attirato artisti in cerca di spazio, luce e affitti meno proibitivi di quelli del centro.
Da fuori molte gallerie si riconoscono appena, incastrate tra un centro estetico e una casa, l’ingresso sembra quello di un’abitazione qualunque. Gli studi sono spesso ricavati in ex laboratori artigiani, rimesse o garage. Alcuni aprono su appuntamento, altri durante gli open studio o eventi come la Lisbon Design Week, che dal 2025 si è estesa proprio ad Ajuda, Belém e Restelo.
Tra loro c’è Martinho Pita che è un ex architetto che lavora con gli artigiani del vetro soffiato. A terra ci sono gli stampi in legno utilizzati per modellare il vetro e le opere in vetro occupano il resto dello spazio. Il suo lavoro dimostra come una nuova generazione di designer lisbonesi superi i confini tra le discipline: l’arredo si avvicina alla scultura, l’illuminazione diventa intervento architettonico e l’artigianato si trasforma in un campo di sperimentazione progettuale.
De Maneiras Que, l’atelier di Carlos Manuel Gonçalves, trasforma invece i ricordi d’infanzia in personaggi di ceramica, un materiale entrto nella sua vita quasi per caso. Durante la pandemia, un’attività che in precedenza era un interesse personale si è rapidamente trasformata nella sua carriera artistica professionale. Cresciuto in un piccolo villaggio dell’Alentejo, riprende creature immaginarie, animali e figure del mondo rurale, dando vita a mostri dalle espressioni buffe e a oggetti che oscillano tra scultura e uso quotidiano. Un immaginario fantastico che nasce dai ricordi personali, lontano dalla ceramica decorativa tradizionale.
Poco distante c’è Nuba, nuvola, che riunisce sotto lo stesso tetto studi indipendenti di design, architettura e ceramica. Tra le realtà che lo animano c’è Pareidólia Design, il progetto della designer e architetta Tatiana Ferreira, che esplora le potenzialità dell’argilla attraverso oggetti d’uso, elementi d’arredo e composizioni murali. Le sue creazioni si distinguono per forme irregolari, superfici ricche di texture e contrasti cromatici, con l’argilla rossa come protagonista.
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Xabregas: l’arte contemporanea negli spazi industriali
Nella parte orientale di Lisbona, tra il Tago, i binari ferroviari e gli edifici delle vecchie attività produttive, Xabregas conserva le tracce di una stagione in cui questa zona era uno dei poli industriali della città. Per decenni fabbriche, magazzini e abitazioni operaie hanno definito il paesaggio e la vita del quartiere. Con il declino industriale, molti di questi spazi sono rimasti inutilizzati, per poi diventare progressivamente sede di gallerie, scuole d’arte e progetti culturali. È una trasformazione che coinvolge l’intera fascia orientale di Lisbona, da Xabregas a Marvila, senza cancellarne del tutto il carattere produttivo.
Qui si trova la Galeria Filomena Soares, fondata nel 1999 e ospitata in un ex contesto industriale in Rua da Manutenção. Con circa 1.000 metri quadrati distribuiti in due sale espositive, è una delle gallerie commerciali di arte contemporanea più consolidate di Lisbona. In oltre venticinque anni di attività ha costruito una rete di relazioni tra la scena portoghese e quella internazionale, collaborando con artisti, curatori e istituzioni e affiancando alle mostre pubblicazioni, performance e progetti interdisciplinari.
La dimensione internazionale emerge chiaramente dai nomi presenti nel suo programma. Accanto ad artisti portoghesi come Helena Almeida, Rui Chafes, Fernanda Fragateiro e Pedro Barateiro, la galleria ha presentato il lavoro di figure quali Dan Graham, artista e teorico statunitense noto per le sue ricerche tra arte, architettura e spazio pubblico; Shirin Neshat, artista iraniana che affronta temi legati a identità, genere e cultura; Tracey Moffatt, artista australiana che lavora tra fotografia e immagine in movimento; Carlos Garaicoa, artista cubano che indaga il rapporto tra architettura, città e memoria; e Fredrik Værslev, artista norvegese noto per la sua ricerca sulla pittura.
Marvila: dalla Catedral do Vinho alle gallerie
Nel quartiere di Marvila, il passato industriale ha lasciato edifici che oggi ospitano nuove attività culturali. Uno dei più riconoscibili è la Catedral do Vinho, l’antico complesso vinicolo di Abel Pereira da Fonseca, costruito a partire dal 1910 e ampliato nel 1917 su progetto dell’architetto Manuel Norte Júnior. Il soprannome deriva dalla monumentalità delle cantine e dalla facciata in stile Art Nouveau, con elementi decorativi che richiamano le botti. Situati vicino al Tago, i magazzini erano parte di un’importante rete di produzione e distribuzione del vino. Dopo la cessazione dell’attività dell’azienda nel 1993 e una prima fase di recupero in occasione dell’Expo ’98, gli spazi sono rimasti a lungo inutilizzati. Nel settembre 2023 il complesso ha accolto 8 Marvila, un progetto temporaneo di riuso che ha riunito cultura, commercio indipendente, ristorazione ed eventi in 22.000 metri quadrati. Il progetto ha recuperato parte dei materiali presenti nell’edificio, dal legno al ferro, riutilizzandoli nei nuovi allestimenti.
Tra queste c’è la Galeria Zé dos Bois, storica associazione culturale nata nel Bairro Alto nel 1994, che ha aperto qui una seconda sede senza abbandonare quella originaria. La sua presenza porta nel quartiere una programmazione indipendente che attraversa arti visive, performance e musica.
Poco distante, Underdogs rappresenta un altro passaggio significativo nella trasformazione culturale della città. Il progetto è stato ideato nel 2010 dall’artista portoghese Alexandre Farto, noto come Vhils, e ha assunto la forma di una piattaforma permanente grazie all’incontro con la curatrice Pauline Foessel a Shanghai nel 2012. Il suo lavoro mette in relazione gli spazi espositivi con le strade della città, coinvolgendo artisti portoghesi e internazionali legati all’arte urbana, entrati progressivamente nelle gallerie e nelle collezioni, mantenendo un legame con il contesto cittadino.
Nella stessa zona si incontrano altre due gallerie: Francisco Fino, in Rua Capitão Leitão, e Dialogue, in Rua José Domingos Barreiros: entrambi sono spazi industriali riconvertiti a studi d’arte.
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Matinha: design e riuso industriale
Poco più a nord, nella zona di Matinha, c’è Hamrei, uno showroom di mobili e oggetti fatti a mano da artigiani. Vale la pena visitarlo anche solo per l’edificio, un ex spazio industriale con cemento e travi a vista. È un’estetica talvolta definita brutiful, fusione di brutal e beautiful, che trova nell’incontro tra architettura industriale e design una delle sue espressioni più riconoscibili.
Tornando verso il centro, nel quartiere di Intendente, una ex fonderia in Rua Nova do Desterro ospita da qualche anno Depozito, uno spazio di circa 400 metri quadrati dedicato al design e all’artigianato portoghese. Il progetto nasce dalla collaborazione tra A Vida Portuguesa, il marchio fondato da Catarina Portas, e Portugal Manual, la piattaforma di Filipa Belo. Gli oggetti della tradizione locale stanno accanto alle creazioni di designer e artigiani contemporanei, dai vasai dell’Alentejo alla nuova gioielleria portoghese.
Amoreiras: tre secoli di architettura in un colpo d’occhio
Sulla collina delle Amoreiras, una delle sette di Lisbona, convivono tre epoche architettoniche. La più antica è l’Aqueduto das Águas Livres, opera di ingegneria del Settecento che, come il palazzo del MACAM, resistette al terremoto del 1755. Di fronte si alzano le torri di Tomás Taveira, inaugurate nel 1985, con i tetti ispirati agli elmi dei guerrieri medievali e le facciate dai colori decisi. All’epoca fecero scandalo: erano le prime architetture contemporanee a rompere lo skyline di una città che fino ad allora era cambiata pochissimo. Il complesso fu anche il primo grande centro urbano portoghese a riunire negozi, uffici e abitazioni. Nel 1993 ricevette il Prémio Valmor e Municipal de Arquitetura. Oggi le torri sono uno dei segni più riconoscibili del postmodernismo in Portogallo e continuano a far discutere.
Tra l’acquedotto e le torri sorge il Dom Pedro Lisboa Hotel, aperto nella primavera del 1998 come primo cinque stelle del gruppo Dom Pedro e oggi parte di Radisson Individuals. Da fuori è una torre moderna di 21 piani, coeva delle trasformazioni che nello stesso anno l’Expo portava sul fiume. Dentro colonne di marmo e statue nella hall, arredi dorati e una collezione di sculture e dipinti distribuita negli spazi comuni come nelle 263 camere. Lo stesso richiamo alla classicità torna nella Spa Aquae con un pannello in ceramica che raffigura un volto di ispirazione greca.
Dai piani alti la vista attraversa il centro storico, il Castello di São Jorge e la Baixa pombalina fino al Tago e alla parte orientale della città, dove si trovano Xabregas e Marvila.
L’anno di apertura dell’hotel coincide con quello dell’Expo ‘98, che portò l’attenzione internazionale sulla capitale e ridefinì il rapporto di Lisbona con il fiume. Il grande progetto espositivo si concentrò nell’area oggi conosciuta come Parque das Nações. Xabregas e Marvila seguirono un percorso più lento, fatto di magazzini e fabbriche riconvertiti uno alla volta.
Da quassù i tre momenti stanno nello stesso campo visivo: il tessuto storico, le trasformazioni del secondo Novecento e il recupero degli spazi industriali di una città che negli ultimi decenni ha ripensato parti consistenti del proprio territorio senza lasciare indietro parti di sé.