
foto di Bernard Napthine
Visitare il Myanmar è una scelta etica. Abbiamo raccolto alcuni argomenti e domande frequenti che ti aiuteranno a decidere in modo responsabile.
Per oltre mezzo secolo, il Myanmar (ex Birmania) è stato alla mercé di dittatori, giunte militari, fazioni di ribelli e trafficanti di droga sanguinari e senza scrupoli. I governi dittatoriali che si sono susseguiti hanno tentato, invano, di cancellare ogni traccia di democrazia nel paese, arrestando intere assemblee parlamentari, ricorrendo al lavoro coatto per dare fiato a un'economia in crisi, imprigionando Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace 1991, e riducendo brutalmente al silenzio ogni voce dissidente. Benché l'ingresso del Myanmar nel nuovo millennio sia stato caratterizzato da un abbandono della politica socialista e isolazionista in favore di un pragmatismo economico, la sua condizione di stato "paria" agli occhi del mondo occidentale è diventata un handicap economico. Il governo attualmente in carica sta cercando di perfezionare i suoi equilibrismi politici che mirano ad attirare gli investimenti stranieri, mantenendo allo stesso tempo il potere con le unghie e con i denti. Le forze ribelli sono indecise tra il proseguire la lotta rivoluzionaria oppure rassegnarsi e sopravvivere.
Il Myanmar non è di certo il paese asiatico più facile o più tranquillo da visitare, ma è ricco di luoghi incantevoli e persone sorprendentemente cordiali; consente, inoltre, di dare uno sguardo a una società di tipo orwelliano, bizzarra e inetta, che sembra aver perso ogni contatto con il presente. Grazie alle politiche di chiusura verso ogni influenza esterna, il Myanmar è uno dei paesi meno occidentalizzati del mondo. Si tratta di una condizione che molti considerano pittoresca dimenticando, però, la realtà politica che l'ha determinata.
Per oltre mezzo secolo, il Myanmar (ex Birmania) è stato alla mercé di dittatori, giunte militari, fazioni di ribelli e trafficanti di droga sanguinari e senza scrupoli. I governi dittatoriali che si sono susseguiti hanno tentato, invano, di cancellare ogni traccia di democrazia nel paese, arrestando intere assemblee parlamentari, ricorrendo al lavoro coatto per dare fiato a un'economia in crisi, imprigionando Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace 1991, e riducendo brutalmente al silenzio ogni voce dissidente. Benché l'ingresso del Myanmar nel nuovo millennio sia stato caratterizzato da un abbandono della politica socialista e isolazionista in favore di un pragmatismo economico, la sua condizione di stato "paria" agli occhi del mondo occidentale è diventata un handicap economico. Il governo attualmente in carica sta cercando di perfezionare i suoi equilibrismi politici che mirano ad attirare gli investimenti stranieri, mantenendo allo stesso tempo il potere con le unghie e con i denti. Le forze ribelli sono indecise tra il proseguire la lotta rivoluzionaria oppure rassegnarsi e sopravvivere.
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