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di Annamaria Ronca

viaggio in Guinea Conakry

conakry

il primo impatto

giorno 03/11/2007

IL PRIMO IMPATTO

Sono arrivata a Conakry alle 21h10 con un volo Air France. Il viaggio è stato stancante. Accanto a me era seduta una donna anziana originaria della Sierra Leone che non parlava nessuna lingua europea ma continuava a chiedermi aiuto per un malessere che non capivo. Intontita, mi sono avviata verso l’uscita dell’aereo e fuori, in fila accanto alla scaletta, uno stuolo di donne in divisa bianca aspettava di salire per pulire l’aeromobile. Decisamente l’aereo era un campo di battaglia. Il caldo africano mi ha assalita. Sorprendentemente, sulla pista c’erano tante persone, militari e civili.
Poi la fila per il controllo passaporti. Un grillo spiccava tra la coda destinata ai guineani. Speravo che non saltasse, non volevo esordire con un urlo. Quelli della dogana sono stati gentili, soprattutto perché sul mio foglio di richiesta di entrata, compilato in aereo, c’era la parola magica: ONU. Al recupero bagagli un solo nastro per tutti i voli. Temevo che la mia valigia non fosse arrivata, invece eccola spuntare. La recupero e mi dirigo all’uscita. Sfortunatamente la persona incaricata di venirmi a prendere all’aeroporto non era li. Due minuti di panico. Mi dirigo fuori dall’aeroporto sperando di incontrarlo. Mi sovrasta una fiumana di gente lungo uno strettissimo corridoio e la città completamente al buio. Già. Le strade non sono illuminate, non c’è la corrente elettrica. Mi hanno guardata tutti. Il mio volto lasciava trasparire il mio smarrimento. Ragazzini che mi si offrivano per la notte, ragazze in abiti succinti cercavano di far colpo sui quei pochi bianchi in circolazione, gente che mi chiedeva se volessi cambiare i soldi, o se volessi un taxi o aiuto per il bagaglio.
Il caldo umido si impossessava del mio corpo lentamente. Mi rivolgo alla sicurezza, mi consigliano di prendere il minibus dell’hotel Camayenne, dove avrei dovuto alloggiare. E cosi faccio. Con me sale un signore americano che cerca di rassicurarmi. Io ho 26 anni, ma sembro una diciottenne. Faccio tenerezza a tutti. L’uomo della sicurezza mi chiede dei soldi per l’informazione, ma non ho né franchi né voglia di regalare euro ad una persona con lo stipendio fisso. Giungo in hotel, la mia stanza è pronta. Per essere un albergo in stile europeo è sporco. Incontro il mio supervisore giunto a Conakry due giorni prima. Col sorriso sulle labbra mi dice che la Guinea è un paese sfortunato e che il mio lavoro inizierà fra tre giorni.

A LAVORO!

L’indomani faccio colazione in albergo. La sala è davvero sporca e l’umidità stronca il fiato. Mentre aspetto il mio supervisore butto l’occhio al panorama. Il paesaggio è semplicemente meraviglioso. Sto guardando l’oceano! E’ emozionante sapere di essere in un altro continente e di toccare quella enorme massa d’acqua disegnata sull’atlante. Io ero li ed era fantastico.
La colazione non è granché, inoltre non è compresa nel prezzo della camera, per cui decido di non farla più in hotel. Finalmente ci rechiamo nell’ufficio di competenza dove conosciamo quella che sarà la mia interprete per i 12 giorni di missione e l’autista che resterà con me fino alla partenza. Stipuliamo i contratti e prendiamo accordi per il primo giorno di missione. Le persone sono molto cordiali, soprattutto la segretaria, che mi porta un panino e dell’acqua senza che le abbia chiesto nulla o espresso la mia fame. Mangio di gusto, ma con l’acqua ho problemi. E’ in busta e sono incapace di berla. Imparerò col tempo, anche se alla prima occasione compro una balla con sei bottiglie da 2 litri. Dopo una giornata di accordi, contratti e pubbliche relazioni, torniamo in albergo. Faccio una doccia e provo a dormire. Inutile. Troppo caldo anche con l’aria condizionata. Il mio corpo non si è ancora abituato. Inoltre, poiché le lenzuola non sono il ritratto della pulizia e il rischio malaria è alto, indosso un pigiama con maniche lunghe e pantalone lungo e un paio di calzettoni fino al ginocchio. Il supervisore era stato invitato a cena quindi io avevo la serata libera. Il sabato mi mette sempre una gran tristezza se lo trascorro da sola e poiché c’erano tutti i presupposti per una serata nostalgica, ho preferito reagire. Contatto l’autista e mi faccio portare in centro. Dopo un quarto d’ora di tour in auto e racconti sulla storia della Guinea, l’autista mi chiede se voglio rientrare in hotel o continuare a girare. Gli rispondo che voglio vedere il centro di Conakry e con mia grande sorpresa apprendo che in centro c’eravamo già da un pezzo. Non so cosa mi aspettassi di trovare esattamente, forse qualche palazzo degno di essere chiamato tale, invece solo buio e baracche. Era appena il mio secondo giorno in Africa occidentale, avevo ancora gli standard di vita europei stampati nel cervello. Tutto ciò che ora mi avviliva e mi creava disagio mi sarebbe diventato enormemente familiare dopo qualche tempo.