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di Gianluca Alò

Tibet in Apnea

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Monte Everest - The Big One

giorno 26/04/2010

Migliaia di chilometri dividono paesi, civiltà, situazioni politico/sociali e drammi, ma a volte solo delle linee immaginarie chiamate confini. Dove al di qua o al di là possono accadere cose che l’umanità non dovrebbe conoscere. Nella ricerca di emozioni, panorami, cultura, luoghi sacri e persone, quest’anno la mia meta è stata il Tibet. Partiti da Roma via Kathmandu, dopo una peripezia legata alle valigie che si erano disperse in quel di Nuova Delhi, si parte diretti per Lhasa. Il panorama indescrivibile e le montagne che scorrono nell’oblò dell’aereo rendono 105 minuti di volo il giro sulla ruota panoramica più alta del mondo. Scesi a Lhasa, ci sono subito controlli del visto, dei passaporti e infine la presentazione della guida che ci condurrà in giro per il Tibet. Già dall’aeroporto, in mezzo al nulla, il paesaggio montano, a me ben conosciuto, mozza il fiato, panorami sterminati e incontaminati hanno reso il respiro, già affannato dall’alta quota (3650 mt), molto faticoso. Colori accesi ovunque, bandiere di preghiere e neve ritraggono un quadro d’autore mai dipinto. Il tour parte da Lhasa, l’acclimatazione richiederebbe almeno una settimana ma il tempo non ce lo permette, quindi dopo tre giorni siamo partiti alla volta dell’Everest. Già a Lhasa la quota si fa sentire pesantemente, mal di testa e qualche nausea. Ma nessuno si scoraggia, era tutto programmato. I colori e i contrasti sono di tonalità così profonde che a volte sembra che tutto sia disegnato da un bravissimo designer. Le montagne intorno Lhasa di color carminio intenso si stagliano su una cornice, il cielo, di un blu intenso come se scolpissero ogni momento i contorni di una tela. La fatica e l’affanno dopo le interminabili scale del Potala Palace fanno del panorama suggestivo un bellissimo momento di relax. Nelle sue 1000 e più stanze il Potale Palace si estende per centinaia di metri, eppure entrando si ha la sensazione di un luogo ristretto e accogliente, con luoghi piccoli e grandi ma sempre accoglienti. In Tibet la cosa straordinaria sono il culto del colore vivace e delle raffigurazioni sacre, ovunque e in ogni forma. Lhasa ci ha lasciati senza “fiato”. Il tour inizia, tutti sulla Jeep. Nel percorso tocchiamo altitudini oltre i 5000 mt, panorami senza precedenti, montagne altissime e scorci inenarrabili, ma arrivati sul Lago Yandrok-tso ci siamo proprio resi conto per la prima volta della diversità e unicità che il Tibet racchiude nelle proprie terre, a volte aspre e violente, ma intrise di storia e cultura che vengono dal passato, dalla terra primordiale. Nel nostro percorso abbiamo incontrato, contadini, bambini, lavoratori, tutte persone simpaticissime, cordiali e sempre sorridenti, pronte a scambiare due parole. La vetta ci attende, dopo un impervio tragitto arriviamo all’Everest base camp. Intorno solo pareti altissime di montagne, yak e tante persone che pregano. Nelle strette vicinanze si trova infatti il Rombuk Monastery dove le persone pregano girando in senso orario su quello che rimane del monastero. Arriviamo nella nostra tenda, molto grande e accogliente. Una signorina ci saluta e ci offre subito una tazza di tè. Al centro si trova una stufa, che per funzionare usava un singolare combustibile, rifiuti organici di pecora e mucca le migliori per combustione, a detta della tibetana. Organizziamo, letti, cena e posizionamenti all’interno della tenda. A questo punto siamo pronti per il trekking fino al base camp alpino. Passati i controlli dei visti, ci affacciamo sulla valle dell’everest dove sono accampati con tende, un numero elevatissimo di alpinisti che attendono di poter scalare il Tetto del Mondo. Purtroppo sconfortati da una nuvolosità fittissima e dal rischio di non poter vedere la vetta, che era coperta da nuvoloni giganti, abbiamo intrapreso la via del Rombuk, sempre in senso orario, luogo magico dove le persone meditano per ore ed ore. Come per magia ad un certo punto la guida ci chiama energicamente per farci vedere quello per cui avevamo fatto tanta strada, lui il signore delle vette, l’impressionante e gigante EVEREST. L’emozione è forte, e solo dopo qualche minuto di silenzio per la sua bellezza e maestosità, iniziamo una infinita serie di fotografie e riprese. L’emozione purtroppo non è descrivibile e palpabile solo con le parole, ma spero di aver dato l’idea di cosa sia il Tibet e vedere la vetta più alta del mondo.