le tappe

  • Castiglioncello (BO)

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di Alberto Angelici

CASTIGLIONCELLO NEL VENTO

castiglioncello (bo)

giorno 20/12/2007

Salgo verso il passo. La strada e’ sinuosa, i crinali s’avvicinano, la valle diviene ad ogni curva piu’ stretta e il panorama muta, abbandonando le peculiarita’ della pianura per quelle montane. Lecci, noccioli e pini subentrano alle colture cerealicole, a peschi e pioppi. Anche l’architettura e’ diversa e la pietra grigia e il legno sostituiscono gradualmente intonaco e mattoni.
Ad ogni ponte le prospettive si ribaltano; ora il torrente scorre alla destra, ora alla sinistra ma sempre tanto in basso che solo a tratti ne scorgo le balze e i gorghi, in un greto bianco di sassi di ogni forma e dimensioni.

In alto, sullo sfondo spoglio di una vegetazione che ancora non avverte il fiato della primavera, compare il profilo di Castiglioncello, antico borgo abbandonato negli anni sessanta: una trentina di costruzioni, allineate e strette l’un l’altra, che sembrano ritagliate in un unico foglio di cartoncino grigio.
Lascio la macchina, imbocco il viottolo che a zig zag scende verso il torrente, passo davanti a due vecchie case legate insieme da una loggetta aerea che mi ricorda certi scorci fiorentini. Hanno un’aria malinconica e triste, nella conca erbosa che lambisce il corso d’acqua, e ho l’ impressione che mi chiamino, in cerca di compagnia, di vita e d’ allegria.

Poco oltre, e’ un ponticello rugginoso e storto. La sensazione e’ che qui la Natura stia recuperando quello che e’ suo; vengo in questi luoghi da anni e ogni volta ho questa impressione che le rocce, la vegetazione e ogni altro elemento naturale stiano riassorbendo, in un lavoro silenzioso ma costante, le brutture prodotte dall’ uomo.
Il paesaggio no, quello e’ armonioso e ricco, e cosi’ mutevole che ad ogni occhiata la prospettiva cambia e nuovi particolari allietano lo sguardo e il cuore.
La strada prosegue sull’altro versante, striata di solchi sempre piu’ profondi. Li guardo e penso…penso che essi marcano le pendenze come i tratti di china sulle mappe da trekking.
Salgo tra cespugli di rosa canina cui il gelo ha reso le bacche morbide come ciliegie mature. Le assaggio, assaporandone il gusto acidulo e accettando il ruvido dei piccoli semi, duri come sassolini. Senza fermarmi, passo le dita tra gli steli delle ginestre, flessibili ma duri come plastica, con cui un tempo non lontano si facevano corde robuste e cesti.
Qua e la’, squarci addomesticati nella casualita’ rustica del pendio, piccoli, verdissimi ritagli d’erba medica e trifoglio, in paziente attesa di mucche e pecore che non ci sono piu’.
Sul versante di fronte, una cascata precipita alta su grandi massi levigati che ne scompongono il corpo in bianco pulviscolo: bizzarri giochi di luce traggono riflessi verdi e grigi e marroni e un arcobaleno in miniatura compare e scompare ad ogni passaggio delle nuvole sul sole.

I contrafforti del paese, le case stesse, sembrano sorgere dalla roccia come un’unica, immane escrescenza, il mimetismo e’ assoluto, perche’ la materia e i colori sono i medesimi.
Seguo la strada, ridotta dagli smottamenti a poco piu’ di un sentiero. Un muro di sostegno e una larga fetta della soprastante costruzione sono rovinati sul passaggio, ingombrandolo di macerie; un’acuminato spezzone di trave sporge all’esterno, in precario equilibrio e sembra una gigantesca matita puntata verso il cielo.

Sono arrivato al culmine del colle. Il silenzio e’ totale , straordinario, e una brezza leggera s’incunea negli occhi vuoti delle finestre, negli squarci dei tetti e ne trae deboli sospiri.
Lo sguardo esplora ogni piega, scruta ogni fenditura poi, quasi che fosse oppresso da tanto sfacelo,fugge lontano a cercare sollievo nell’intatta vastita’ della valle.

Il piccolo abitato si snoda ai lati della stretta e lunga gobba, in due file appena piegate da una parte, poi allarga all’altezza della chiesetta, il cui campanile appare, al suo confronto, troppo massiccio e possente.
Ad ogni porta mi sporgo, ad ogni finestra: tutto cio’ che poteva essere asportato e’ sparito e ai lati delle aperture spuntano dalla pietra color sabbia i perni dei cardini. All’interno i solai hanno ceduto all’incuria e all’azione dell’acqua, precipitando nelle cantine, come un gioco di carte finito male.

Cammino lentamente, su lastroni sconnessi che portano i segni dei carri. A terra, un’ala tronca di falco accentua la cruda bellezza del luogo e, assurdamente, mi ricorda il copricapo di Apollo, protettore dei viaggiatori, che di due ali e’ munito, cosi’ come le caviglie.
Mi affaccio all’ingresso della chiesa, settecentesca come la maggior parte delle case: l’abside e parte del tetto sono crollati, spariti gli arredi, inutile dirlo, e l’altare. Al suo posto cresce ora un querciolo lungo lungo, che si arrampica verso il sole. Numerosi pietroni in bilico al culmine delle pareti perimetrali mi scoraggiano dall’entrare, cosi’ mi limito a fissare nella memoria un immagine che ha un suo fascino decadente, forse lo stesso che due secoli fa suggeriva agli architetti l’invenzione di falsi ruderi romani nei parchi patrizi.
Mi trovo ora nel punto piu’ elevato del borgo, bloccato dai detriti di un paio di edifici completamente crollati che mi inducono a tornare sui miei passi.
All’altra estremita’ del poggio, l’abitato si apre in un prato regolare, delimitato da due piccole costruzioni e, al centro, da un’ unico, solido edificio quadrato di bellissime proporzioni e di linee rigorose e semplici. Non so indovinarne la destinazione originaria ma la posizione privilegiata e la massiccia architettura mi fanno pensare a qualcosa di speciale: forse fu la casa del piu’ ricco del paese o una costruzione destinata a un uso comunitario.

Sosto a lungo su quel prato, che mi consente una panoramica totale su tutto il paese e mi chiedo cosa sarebbe ricostruirlo com’ era in origine. Con gli occhi della fantasia lo vedo intatto, prima abitato da montanari e contadini silenziosi ma caparbi, dediti a una vita di dura sopravvivenza poi rivitalizzata da gente della nostra epoca, stanca dei ritmi della citta’. Persone che si rifugiano qui per un periodo meditativo o per sempre. Fantastico sull’immaginaria, rispettosa, ristrutturazione di tutto il borgo, con le auto confinate alle pendici del colle e due ronzanti trolley da golf che fanno la spola con i bagagli, perche’ le persone, quelle, saranno obbligate a salire a piedi, per assorbire, passo dopo passo, i ritmi e l’atmosfera del borgo. Niente fili elettrici o cavi del telefono: tutte le indispensabili tecnologie (meno possibile!) saranno occultate sotto la superficie, a cominciare dai pannelli solari per produrre corrente, affinche’ nulla possa compromettere la magìa di un luogo affascinante e unico, un luogo che rifiuta la civilta’ del terzo millennio, cosi’ che auto e aerei passano tanto lontani e in silenzio da sembrare in punta di piedi.
Un sogno, naturalmente, ma, come dice il saggio, prima di ogni realta’ c’e’ sempre un sogno.

Nel fluttuare lieve degli uccelli, nell’ ovattato suono del vento vedo e sento l’ anima di chi a Castiglioncello diede vita, forse amandolo, forse odiandolo, e spero possa un giorno essere l’angelo della rinascita di questo affascinante luogo che non merita di terminare la propria esistenza tra rovi e sterpaglie.
(Madonna…ma quanto parlo…)