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di Marco A.

Appunti ( disordinati ) di viaggio a Beirut

beirut

Una città stimolante e vera metropoli del Levante

giorno 18/06/2010

Appunti disordinati di viaggio a Beirut.
Beirut, città che da tanti anni è sinonimo di pericolo, di guerra civile, protagonista, dagli anni ’70, di tanti notiziari. Israeliani, siriani, palestinesi, drusi, sciiti, maroniti, le dinastie come i Joumblatt ed i Gemayel, le stragi, le guerre arabo-israeliane e le corrispondenze di Marcello Alessandri ( con mia nonna che commentava “pensa che pericoli corre sempre” ), i militari del generale Angioni, insomma un ammucchiarsi di ricordi di corrispondenze in bianco e nero, e poi a colori, ai tempi confuso.
Accade che poi si studia la storia all’università, e dopo anni cominciamo anche a girare il Medio Oriente, anzi, il Levante, come è più proprio definirlo.
Accade che, dopo l’Europa e l’ex Unione Sovietica anche il Levante lo giriamo per bene, ma poi ci accorgiamo che non siamo stati in Libano, e che non abbiamo visto Beirut, pur avendo in casa i libri di Robert Fisk.
Cosa che però, in questo caso, non si traduce semplicemente nel comprare un biglietto aereo, prenotare un albergo e partire.
Fino ad un annetto fa, la destinazione è stata scartata perché “troppo pericolosa”, intendiamoci, solo perché con me viaggia mia moglie e la mia preoccupazione è per lei, per quello che mi riguarda il mio spirito irrequieto da esploratore più un luogo, se ha spessore culturale, è problematico, più ciò me lo rende interessante. Per me vale l’ultima strofa di “Itaca” di Lucio Dalla, “se ci fosse ancora mondo, sono pronto, dove andiamo”.
Poi, un giorno, a Damasco, sulla strada del Monastero di Mar Musa, la nostra guida ci chiede “siete mai stati a Beirut ?”, descrivendocela come una città bellissima. Alla nostra risposta negativa ci chiede il perché, e noi motiviamo con la verità, cioè che il sito del nostro Ministero degli Esteri diceva che era una meta pericolosa, ottenendo come risposta dall’imperturbabile guida “this is not correct”, ed altri quindici minuti di glorificazione della città.
E’ chiaro che la molla della curiosità scatta, cominciando, come sempre faccio, a leggere la Lonely Planet, cercare informazioni sul web, però scontrandomi sempre con quel maledetto problema della “pericolosità”.
Però a fine settembre 2009, dopo mesi di insistenza da parte mia, come regalo per il mio compleanno facciamo un blitz a Tbilisi, in Georgia ( da giovedì a sabato via Riga con Air Baltic, massacrante fisicamente con voli notturni ma assolutamente esaltante ). Interessantissima, e non pericolosa come dicevano.
Quindi, se ce l’abbiamo fatta con Tbilisi, che è in un luogo veramente lontano da tutto e vicino a niente ( lì la sensazione di lontananza, non so perché, è più accentuata, e quasi angosciante, che non quando si è nella confinante Armenia ), reduce da una guerra e teoricamente pericolosa, perché non Beirut, visto che oltretutto è “solo” dall’altra parte del mare ?
Gli studi su Beirut ripartono, con tanto di ulteriori approfondimenti sui drusi, sui maroniti e sul cristianesimo orientale, e si tiene d’occhio l’evoluzione della situazione. Passano i mesi, la situazione resta complessa ma almeno a Beirut il pericolo sembra diminuito, anche in altre parti del paese, come confermavano infatti diversi tour operators che riaprivano la destinazione Libano, prima “sospesa a tempo indeterminato”.
A fine aprile il dado è tratto, si acquistano i biglietti dell’aereo e l’assicurazione sanitaria, si prenotano gli hotels, si chiedono i visti, si mandano le e-mail con il programma ai consolati italiani competenti, ci si registra su dovesiamonelmondo.it, il programma, una settimana nel mese di giugno, è visitare un po’ la Giordania, che altrettanto non avevamo mai visto, con base Madaba, e poi il venerdì partire per il week-end a Beirut.
Però, viste le incognite dell’area, ogni giorno fino alla partenza ho monitorato il web sperando che non scoppiasse qualche incidente e qualche guerra, sarebbe stata una disdetta. Insomma, si era aperta una “finestra di opportunità” e volevo sfruttarla ( nel frattempo, avevo anche letto “Scintille” di Gad Lerner che parla di Beirut, dove lui è nato, e di parecchi altri posti che anche noi avevamo visitato nel nostro “infinito viaggiare” ) a tutti i costi.
Prima parlavo di Levante, credo si debba dare una definizione di quest’area.
In italiano usiamo il termine generico “Medio Oriente”, traslato dall’inglese, forse perché, magari, per loro il “Vicino Oriente” sono i Balcani. Ma in francese l’area viene più propriamente indicata come “Vicino Oriente”, anche se per noi suona peggio, o “Levante”. E’ un’area che comprende una parte dell’Impero Ottomano, diciamo la Turchia, la Siria, il Libano, Israele, la Palestina, la Giordania, Cipro, la parte costiera dell’Egitto fino ad Alessandria ( città levantina, e sia chiaro che questo termine non ha in alcun modo l’accezione negativa che, scorrettamente, nell’italiano del volgo le viene data, nell’anima ma fortemente “egizianizzata” da Nasser, che avevamo visitato in febbraio con la crociera e con una guida locale armena, bravissima ) e tutto il Sinai, qualcuno vi aggiunge il nord dell’Iraq ( anche se io lo collocherei più come “Medio Oriente” tout court ), altri Rodi, io vi aggiungo, per esservi stato ed averle viste, Armenia e Georgia ( e, dal punto di vista culturale ed architettonico, in Italia abbiamo Venezia che è una città che mostra in ogni modo la sua lunghissima consuetudine storica e commerciale con il Levante ). Particolarità, in tutte le città importanti del Levante c’è una comunità armena. E c’è una comunità ebraica, tranne che in Armenia !
Finalmente, arriva il giorno della partenza. Si comincia con la Giordania, volo per Amman con Royal Jordanian, livrea di un marrone che non mi piace ma Airbus molto confortevole con schermo individuale e buona videoteca ( vi ho visto “Invictus”, bellissimo ), ottimo servizio a bordo ( ben sei assistenti di volo ! ), cibo e vino giordani.
Credo, a questo punto, che non sia giusto saltare questi giorni in Giordania a pie’ pari, qualche annotazione credo possa essere opportuna.
Arriviamo ed incontriamo il taxista inviatoci dal Mariam Hotel, l’albergo di Madaba molto caldeggiato da Lonely Planet e che, avendoci soggiornato, mi permetto di caldeggiare anche io, suggerendo inoltre che, come “campo base” per la Giordania, è meglio Madaba che non la caotica e bruttissima Amman, utilizzando poi il servizio di taxi, con il bravissimo autista Bassam, messo a disposizione dall’Hotel Mariam ( eccellente intuizione del proprietario dell’hotel, Charl al-Twal, sempre presente sul pezzo, così facendo abbiamo visto il Monte Nebo, Bethania al di là del Giordano, i Castelli del Deserto, Amman, e persino Petra, attenzione, visto quanto costa l’entrata richiede un forte interesse per visitarla, con andata e ritorno in un giorno e visita al Castello di Kerak; inoltre abbiamo fatto il bagno nel Mar Morto, anche se Amman Beach mi è sembrata troppo cara per il servizio e la pulizia offerti; particolare interessante lì si vedono le donne fare il bagno con il niqab nero integrale ). A Madaba suggerisco poi Haret Jdoudna, uno dei migliori ristoranti in cui abbiamo mai mangiato, ancorché non a buon mercato. E suggerisco di provare il caffè arabo dei chioschi, fatto alla turca nel pentolino e reso ancora più forte con il cardamomo ( e, se si chiede il latte, con l’aggiunta del latte concentrato ). La Giordania, comunque, per il turista, non è un paese a buon mercato ( anche se a Madaba avevamo trovato, in fondo a King Hussein Street, un onestissimo cambiavalute ).
La Giordania è un paese “periferico”, non me ne vogliano i giordani che sono persone ospitalissime e gentili. Era periferia ai tempi dell’Impero Ottomano, quando era stata vitalizzata solo dalla costruzione della ferrovia dell’Hejaz, lo è ora, con, immaginando come teorica linea di spartizione la Strada dei Re, la parte orientale del paese come periferia occidentale della Terra Santa ( ed in effetti Madaba ed il Monte Nebo, con la loro forte presenza cristiana locale, ti fanno sentire in Terra Santa ), mentre invece il resto del paese, ad ovest della Strada dei Re, è l’estrema propaggine del Medio Oriente, ed i continui cartelli stradali, in direzione Azraq, che indicano Iraq ed Arabia Saudita te lo ricordano in continuazione. Come te lo ricordano i numerosi iracheni fuggiti in Giordania ( a cominciare dagli armeni fuggiti dall’Iraq che hanno rimpinguato la comunità locale di Amman ).
Il venerdì mattina, dopo questa full immersion nel paese, salutiamo la Giordania, e si parte per Beirut.
Prima sorpresa, sul volo ( Royal Jordanian, comunque sia lei che MEA hanno una serie di voli tra le due città che ricorda molto una navetta ) pensavo ci fossero pochissimi passeggeri, invece l’Airbus era pieno, e c’erano anche altri turisti italiani.
Il volo è molto breve, meno di un’ora, l’aeroporto Rafic Hariri è sul mare, e, guardando fuori dal finestrino durante l’atterraggio, la pista si vede solo all’ultimo momento.
All’arrivo, si nota una cosa.
Mentre in Giordania, paese assegnato al mandato britannico, grazie all’accordo Sykes - Picot dopo la Prima Guerra Mondiale e l’incauto smembramento dell’Impero Ottomano, la seconda lingua dopo l’arabo è l’inglese ( grazie anche ad una famiglia reale formatasi in Gran Bretagna per generazioni ), in Libano, paese assegnato invece da quell’accordo al mandato francese, è il francese ad essere non dico la seconda lingua ( lo è in Siria, sempre per via di quell’accordo ), ma lingua quasi parificata all’arabo, essendo lingua di riferimento dell’establishment cristiano ( e non solo ) del paese, con i maroniti che si considerano a tutti gli effetti degli europei.
I distintivi di reparto della polizia di frontiera sono del tutto simili a quelli dell’esercito francese.
Mentre in Giordania ci eravamo auto-organizzati con i taxi dell’Hotel Mariam, a Beirut abbiamo seguito i suggerimenti del ministero degli esteri, e ci siamo affidati ad un tour operator sperimentato, nel nostro caso abbiamo utilizzato Nawafir Tours and Travels, che ci aveva già assistito a Damasco con piena soddisfazione, per la fornitura di un autista e di una guida. L’autista Marwan è un giovane molto gentile, mentre la guida, Waed, si rivelerà una delle migliori guide mai avute per preparazione culturale e capacità di capire le esigenze specifiche dell’impostazione culturale del nostro viaggio, e per le sue spiegazioni sulla politica e la situazione del paese.
All’arrivo incontriamo l’autista, e comincia subito la prima situazione teoricamente “critica”.
Per andare dall’aeroporto, che è a sud, al centro città, bisogna passare per il quartiere ( che è molto grande ) degli sciiti. Il che non si traduce altro che nel passare sulla superstrada tagliando in due un anonimo quartiere di alti casermoni ( Beirut tende ad espandersi verso l’alto ). Problemi zero.
Una cosa si nota. Molte bandiere. Mi si permetta ora una digressione.
Noi siamo stati lì durante i mondiali di calcio; nel mondo arabo il calcio è seguitissimo, ed i bar con i maxischermi per le partite sempre molto affollati ( addirittura a Madaba c’era uno dei preti cattolici della cittadina in mezzo a musulmani che lo avevano accolto molto amichevolmente; mi ricordo inoltre in Siria il grande interesse verso la Champions League ed il tifo per il Barcellona diffusissimo a Fez ), con la gente che, non essendoci la squadra della propria nazione, tifa in modo appassionato per una squadra o per l’altra ( un ottimo modo per godersi il mondiale ). E mettono le bandiere delle squadre per cui tifano anche alle finestre delle case o sulle auto. In Giordania il tifo era suddiviso soprattutto tra Argentina, Brasile e Germania, in Libano gli sciiti tifavano per la Germania ( da qui le molte bandiere, erano bandiere e striscioni tedeschi in tutto il quartiere ), i maroniti per la Francia, gli altri generalmente per il Brasile. Da questo si capisce come sia veramente globale e di grandi dimensioni il business dei diritti televisivi delle grandi manifestazioni calcistiche.
C’è traffico, ma non è il caos di Amman né l’incubo di Alessandria ( i taxi collettivi sono meno “anarchici” nel loro modo di muoversi ), anche se c’è l’abuso fastidioso del clacson. Capiremo poi che i tassisti ( che sono tanti ), quando vedono uno straniero ( e noi avevamo proprio l’aria dei turisti ) suonano il clacson per attirare l’attenzione. Appello al sindaco di Beirut : faccia una ordinanza, vieti questa sgradevole e fastidiosissima consuetudine !
Arriviamo all’hotel prescelto, il Casa d’Or, suggerito da Lonely Planet e ben recensito sul web. Confermo anche io. Camere confortevoli con televisione via satellite con canali in inglese e francese ( se non mi ricordo male anche qualcosa in italiano e spagnolo ) addirittura frigorifero ed una cucinetta per il self catering ( anche se a Beirut è meglio approfittare della cucina locale e mangiare fuori ), con un fantastico breakfast libanese, con l’haloumi, il labneh e che include anche il manaish, sia nella versione con sopra il timo che quella con sopra il formaggio. E, per ricordarci l’influenza francese, brioches.
Si trova ad Hamra, nella Beirut Ovest che, va detto subito, non è un quartiere musulmano tout court, ma è abitato in prevalenza da musulmani, ancorché vivano, lavorino e commercino anche i cristiani, come testimoniano le varie chiese cristiane come quella cattolica latina di San Francesco d’Assisi ( e relativa scuola religiosa francofona ), quella maronita di Nostra Signora del Rosario, quella evangelica ( in cui uno dei pastori è un franco-armeno ), insomma, è un quartiere in cui campanili e minareti sono fianco a fianco.
Passeggiando per Rue Hamra, che è piena di cambiavalute ( cambiate lì e non in aeroporto ), negozi anche delle grandi catene che vediamo nelle vie commerciali delle nostre città, piccoli bar dove fanno anche le mitiche spremute a fianco dei locali delle catene globali ( attenzione, sono carissimi tranne uno ), molti palazzi moderni con gli hotels delle grandi catene, sembra di essere in una città mediterranea europea. Donne tutte vestite di nero nessuna.
Il quartiere di Hamra a noi è piaciuto molto, ci sono anche diversi ristoranti libanesi interessanti, noi siamo stati da Istanbouli, cucina libanese tipica, prezzo buono ed una particolarità, comune a diversi ristoranti, che potremmo definire il “coperto alla libanese”. Il “coperto” non si paga, però sono loro a coprire la tavola con verdure ed insalata gratis ( in un caso persino l’hummus ! ) e pane ( che è tipo quello siriano ) a volontà.
Certo, se qualcuno però va a Beirut per la movida notturna, allora è meglio trovare albergo a Beirut Est, a Gemmayzeh o Achrafieh, quartieri cristiani meno multi-religiosi di Hamra; noi li abbiamo visitati di giorno, vedendo molti piccoli negozi e caffè, soprattutto gestiti da armeni ( che vendono anche il tipico “basturma” armeno, chiamato “basterma” in Libano, dove alcuni lo rendono piccante con una spezia tipo peperoncino ), in Libano ne vivono moltissimi, e di giorno è difficile immaginare quelle vie centro della movida notturna di Beirut. Nella zona segnalo il palazzo del Museo Sursock ( ricchissima famiglia greco-ortodossa simbolo della grande borghesia levantina ), bellissimo.
Tornando alla nostra prima passeggiata ad Hamra, all’osservatore attento balza subito all’occhio una delle caratteristiche di Beirut, il contrasto tra il vecchio ed il nuovo, i resti della lunga guerra civile e la corsa spasmodica alla ricostruzione ( con business miliardario ….. miliardario in Euro, intendo ), il ricostruito, il ricostruendo, il datato restaurato ed il distrutto.
Palazzi ad uso residenziale e commerciale nuovissimi, nuovi hotels rutilanti che delineano lo skyline della città. E palazzi vuoti, magari già svuotati internamente, che stanno per venire ristrutturati. Ed aree con macerie e cartello dell’impresa costruttrice che decanta le meraviglie di ciò che sta venendo edificato.
Molti giovani in giro ( compresi alcuni che poco educatamente vanno in giro con auto con musica a volume altissimo ), e donne e ragazze che, nelle zone centrali della città portano al massimo il foulard, altrimenti vestite all’occidentale. Una clamorosa differenza rispetto alle altre città dei paesi arabi.
Altra differenza con le altre città arabe, niente bancarelle e niente suk. Scordatevele, nel centro di Beirut, si trovano nelle periferie musulmane della città.
Anzi no, di suk, in pieno centro, ce ne è uno. E’ un modernissimo centro commerciale con aria condizionata al massimo le cui vie hanno il nome “suk” sia per un po’ di sana ironia sia in quanto costruito più o meno in una area dove c’era il vecchio suk, perché, come ci spiegava Waed, i turisti che principalmente arrivano dai paesi del Golfo, “sono abituati ai grandi centri commerciali all’occidentale dei loro paesi, in un vero suk mediorientale non saprebbero nemmeno come muoversi”.
I turisti dal Golfo ( quelli di cui si mitizza che paghino anche mille dollari per una bottiglia di champagne in certi locali della città ) .… tanti, danarosi, in cerca non solo della bellezza di Beirut, ma soprattutto della libertà di Beirut, che nei loro paesi non c’è. A Beirut raccontano che i passeggeri dei voli che arrivano dal Golfo cominciano a spogliarsi e vestire “all’occidentale” già a bordo quando il loro aereo comincia l’avvicinamento all’aeroporto !
A Beirut ci sono diverse cose da vedere, a cominciare dal centro ( il quartiere chiamato all’americana “Downtown” ), ricostruito da Solidere ( la società di ricostruzione post-bellica ispirata da Rafic Hariri ), e di cui si può vedere un interessante plastico nella sede della società.
La Grande Moschea, recente, è affiancata alla ottocentesca cattedrale Maronita di San Giorgio, mentre a cento metri di distanza in linea d’aria ci sono la cattedrale Greco-Ortodossa di San Giorgio, con a fianco la chiesa Greco-Cattolica ( melchita ) di Sant’Elias, poco più distanti ci sono una chiesa Luterana, la chiesa Cattolica Latina di San Luigi ( dei Cappuccini ), la chiesa Cattolica Armena di Sant’Elia e quella Apostolica Armena di San Nichan, nel loro caratteristico stile, diverse moschee tra cui, interessantissima perché adattata su una precedente base di chiesa dei Crociati, la moschea Al Omari, dove si può entrare per una visita, le donne però devono mettere una sorta di pastrano. Non lontano, anche un importante centro di ritrovo ed assistenza dei Drusi.
Parlando di religione, chiese e moschee sono un po’ ovunque, in Rue du Damas, ex famigerata “linea verde” di confine tra le due Beirut, ci sono l’arcivescovado Greco-Cattolico ed il Patriarcato Siriano-Cattolico, il cimitero protestante francese e quello ebraico ( dove sopra l’ingresso si leggono ancora delle iscrizioni in ebraico ), nella via Mussaitbeh c’è la chiesa Ortodossa Siriana, mentre nelle zone periferiche di Baabda c’è la chiesa Caldea ( vicino all’ambasciata dell’Iraq ) ed in quella di Antelias la sede del Catholicosato Apostolico Armeno di Cilicia, che è strutturato come il Patriarcato Apostolico Armeno di Alessandria d’Egitto e la chiesa Apostolica Armena di Amman, con a fianco gli uffici ecclesiastici, la scuola armena e le associazioni degli armeni.
C’è anche una ex sinagoga, in centro, bella ma visibile e fotografabile solo da lontano, perché, a parte i lavori di restauro in corso in quanto è destinata a diventare un museo, è nel quartiere governativo dove c’è anche la residenza del primo ministro, e le misure di sicurezza, divieto di fotografare compreso, sono strettissime. Così come è fotografabile non da vicino il Grand Serail, il palazzo del governo, di epoca ottomana ( il che ti fa capire come Beirut fosse un centro importante anche nei tempi ottomani ) molto bello anch’esso.
Il centro, “Downtown”, ha alcune cose belle, in quanto il mandato francese ha costruito molto bene urbanisticamente e stilisticamente, e la ricostruzione, in quella zona, è stata molto rigorosa nei restauri dell’originale, e nell’uniformità del colore, quasi sempre un bel giallo sabbia. Si parte dall’Etoile, una piazza con in centro la Torre dell’Orologio, costruita durante il mandato francese ma nel rispetto della tradizione ottomana che prevede, nelle città importanti, la presenza di una torre con l’orologio. Nella piazza, non grande, confluiscono anche un paio di vie pedonali con i bar all’aperto, frequentati da giovani, e vi insistono l’entrata della cattedrale Greco-Ortodossa di San Giorgio e quella della chiesa Greco-Cattolica di Sant’Elias, il palazzo del Parlamento e, curiosità, un palazzo bianco stile dittature europee anni ’30 con il simbolo delle Assicurazioni Generali in tutto e per tutto uguale, come stile, a quello che c’è a Gerusalemme in Jaffa Road.
Dappertutto ci sono palazzi in ristrutturazione e gru ( la guerra civile ha lasciato molti segni ), ci sono alcune vie, in cui la ristrutturazione è terminata, con tutti i palazzi costruiti al tempo del mandato francese quindi con stile francese, che sembrano in tutto e per tutto vie di Parigi ( con l’unica differenza che mentre a Parigi domina il colore grigio a Beirut domina il giallo sabbia ).
E ci sono due silenziose e dolorose testimonianze della guerra civile, sulla Piazza dei Martiri ( ex confine della “linea verde” ), un curioso cinema a forma di ciambellone ovale rimasto danneggiato gravemente, e le macerie crivellate della chiesa Siriano-Cattolica di San Vincenzo de’Paoli, per la quale solo ora si sono trovati i fondi per la ricostruzione ( infatti c’è il mitico cartello con il progetto a fianco ).
Sebbene, macerie a parte, non si respiri certo una atmosfera ostile, anzi, anche passeggiando da soli mia moglie ed io senza guida, non abbiamo mai avuto percezioni di pericolosità, si notano pattuglie di militari, anche sul blindato od in colonna, che ricordano quanto il fragile equilibrio raggiunto sia una pianticella da far crescere con grande cura, da qui anche l’insofferenza che molti libanesi mostrano verso le interferenze dei vari vicini e della varie potenze non vicine ( diciamo che il Libano assomiglia un po’ alla Polonia, stretti ambedue tra due vicini molto …. ingombranti ). Libanesi che si lamentano del fatto che noi europei consideriamo gli arabi tutti uguali, cosa che loro dicono non essere assolutamente vero.
Avviso ai turisti, discorso taxi ( che non abbiamo mai preso ) a parte, l’unico vero fastidio sono i molti bambini in giro ( provenienti dai campi profughi palestinesi in cui la situazione, ho visto un servizio in televisione, è estremamente critica ? ) a chiedere l’elemosina, anche in modo molto aggressivo. Cosa che contrasta clamorosamente, ed in modo anche brutale, con i clubs privati sulla Corniche ( che merita una passeggiata non solo per lo Scoglio dei Piccioni, che mi ha ricordato quello di Biarritz, o per andare a vedere la casa natale di Gad Lerner in Rue Ibn Sina, avendo letto il libro abbiamo voluto andarci, mentre purtroppo non sono riuscito a trovare la casa dove ha vissuto Charles de Gaulle nel suo periodo libanese ), spiagge esclusivi con yachts e motoscafi e donne ben vestite che escono dal club con i figli, si fanno consegnare le chiavi dell’auto dal parcheggiatore e vanno via con costosissimi modelli di Mercedes od addirittura delle Ferrari. Povertà drammatica che convive con insolente opulenza.
Per il resto, i turisti, che non sono molti, vengono accolti con cordialità e curiosità, spesso in negozi e bar ci hanno chiesto da dove venissimo e se Beirut ci fosse piaciuta, con consigli su dove andare e che altre parti del Libano visitare, e come arrivarci. E molto gentili nell’aiutare i turisti, perché è vero che i cartelli delle strade sono bilingui arabo/francese, ma molti cartelli sono legati ad un vecchio modo di classificare le vie, caratterizzati dal numero e non dal nuovo nome della via ! Nessuna fregatura su conti o cose del genere subita. Moltissimi libanesi, non solo i giovani ma anche gli anziani, parlano anche francese od inglese, o tutti e due.
Per il cibo, a parte il ristorante Istanbouli ( che serve anche alcolici ) dove siamo stati, ed i bar dove fanno le spremute di frutta fresca, segnalo un posticino fantastico quasi di fronte alla chiesa Siriano Ortodossa in via Mussaitbeh, dove ci ha portato il nostro autista che lo conosceva, piccolo, gestito da musulmani, dove abbiamo mangiato un fantastico ed ultra abbondante ful, bevuto ottime limonate con la menta, il tutto accompagnato da un generosissimo “coperto libanese” addirittura comprendente anche l’hummus, ad un prezzo straeconomico. Poi a noi piace molto la cucina libanese e del Levante, quindi non abbiamo avuto nemmeno problemi di “adattamento”. I ristoranti di Beirut Est godono di fama di grande qualità anche tra i locali, ma mi dicono non essere per tutte le tasche, quindi non ci siamo stati, mentre alla fine Beirut si è rivelata, fatti i conti, per noi turisti, meno cara della Giordania ( tranne che i servizi espressamente mirati per i turisti, tipo guide ed autisti ).
In caso di self catering, o, nel nostro caso, per voler comprare cose da mettere nella valigia che va nella stiva dell’aereo ( abbiamo comprato vino libanese, basterma, dolci ed un magnifico zaathar per condire le insalate ) suggerisco il supermercato Spinneys ad Achrafieh, di stile europeo in tutto e per tutto ma con prodotti locali ( ed uno degli addetti alla macelleria/salumeria armeno, molto simpatico, con cui abbiamo chiacchierato un po’ ).
La domenica mattina, dopo questo tour molto intenso, volo per Amman e coincidenza per Milano.
Cosa mi ha lasciato Beirut.
Innanzitutto, la soddisfazione per aver visitato una meta non così scontata. E’ stata una pietra miliare nella mia storia di viaggiatore.
La bellezza della città, l’ospitalità della gente, i sapori della cucina, il fascino della complessità culturale e storica levantina. Perché, di fatto, e questa è la vera “morale della favola”, Beirut è l’unica vera metropoli del Levante.
La preoccupazione leggendo le notizie sul Libano per il rischio che una nuova guerra rompa il fragile equilibrio su cui si basa.
E la voglia di tornare in Libano, per approfittare anche del suo mare e della sua montagna, sperando di trovare tariffe aeree convenienti.
Aggiungo una cosa.
Sono stato anche in altri posti dove ci sono state guerre civili, da Cipro, anche la parte turca, alla ex Jugoslavia declinata nei vari stati in cui si è divisa.
Nonostante una guerra civile lunga e devastante, a Beirut ho visto sprazzi di iniziativa economica, molta voglia di vivere, una libertà di costumi e comportamenti impensabile nel resto del mondo arabo, che nella mentalità è complessivamente conservatore, e la “linea verde” che è un luogo geografico in cui ogni tanto si vedono edifici in attesa di ricostruzione. Mentre, per esempio, nella bellissima Mostar, in Europa e vicino all’Italia, non ho visto effervescenza né economica né culturale e soprattutto la “linea verde” non è solo un luogo geografico, ma è anche una linea del fronte ancora stampata nella testa delle persone. Lì cristiani e musulmani vivono in parti diverse, e campanili e minareti non sono mescolati ma si fronteggiano minacciosamente.
E’ una nota di ottimismo sul futuro del Libano, paese che seguivo dal punto di vista informativo e che, visitandolo, ho cominciato ad amare molto, speriamo che la piantina della convivenza e della crescita del paese continui ad attecchire.