Samoa:

    Storia

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    Le origini di Samoa sono avvolte in un’ambiguità che rispecchia lo spirito del luogo. La teoria più accreditata afferma che i samoani, come gli altri polinesiani, siano originari delle Indie Orientali, della Penisola della Malesia o delle Filippine, ma i samoani la pensano diversamente. Gli altri polinesiani, dicono, possono pure essere arrivati dall’Asia, ma i samoani arrivano dalle Samoa. Essi ritengono di rappresentare la culla della cultura polinesiana, una stirpe plasmata dal dio Tagaloa mentre era intento a creare il mondo. In effetti la leggenda samoana dell’origine del mondo è incredibilmente simile a quella raccontata nel libro della Genesi.

    A dispetto della loro reputazione di terre lontane ed esotiche, già negli anni '70 del '700 le Isole Samoa erano in realtà affollate come un centro commerciale il sabato pomeriggio; le navi mercantili, che percorrevano la rotta delle spezie ed erano alla ricerca della grande terra del Sud, entravano e uscivano con monotona regolarità. La maggior parte dei contatti e degli scontri che avvennero tra i samoani e gli europei ebbero luogo nelle isole che ora fanno parte delle Samoa Americane, ma le isole delle Samoa indipendenti non sfuggirono alle stesse malattie e agli stessi atti di violenza che puntualmente si verificavano con l’arrivo dalle navi europee. All’epoca dell’arrivo degli inglesi, alle calcagna del turbolento Christian Fletcher e della sua banda di allegri ammutinati, i samoani non erano proprio in uno stato d’animo ospitale. Il risultato dello scontro tra i samoani e gli inglesi fu la perdita di vite umane da entrambe le parti e la nascita di un’ingiustificata reputazione per i samoani, quella di essere una popolazione ostile e aggressiva.

    Date queste premesse, è un miracolo che i missionari che arrivarono all’inizio del XIX secolo, brandendo le loro Bibbie e parlando di dannazione eterna, non fossero uccisi all’istante. Al contrario raccolsero una messe di conversioni, fenomeno che potrebbe essere spiegato col fatto che il cristianesimo e le antiche credenze locali non erano poi così dissimili e che il dio samoano Nafanua aveva predicato l’avvento di una nuova religione che sarebbe stata più forte e potente delle antiche divinità. Le armi e la ricchezza dei palagi (europei o ‘distruttori del cielo’) erano evidenti ed è probabile che l’entusiastica accettazione del cristianesimo sia da imputare più a un pragmatismo religioso che non a una cieca fede. Queste iniziali spedizioni alla ricerca di nuove anime da convertire furono di breve durata, piene di brio, ma senza una pianificazione accurata. La svolta si ebbe nel 1836, quando John Williams e Charles Barff avviarono vere e proprie missioni a Samoa. Williams convertì un gran numero di samoani prima di finire come portata principale in occasione di un tradizionale banchetto melanesiano. La fine del reverendo Williams non arrestò il flusso dei soldati dell’esercito cristiano e l’influenza di questi primi missionari fu così profonda che ancora oggi Samoa è conosciuta come la ‘fascia biblica’ del Pacifico.

    Alla fine del XIX secolo, Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania erano sul piede di guerra e stavano per coinvolgere Samoa in una triplice contesa; tutto questo aveva molto a che fare col commercio e lo sfoggio di una forza militare piuttosto che con la volontà di ‘proteggere’ Samoa. La tensione raggiunse il suo apice e furono chiamate nuove navi in appoggio finché non ci furono ben sette navi da guerra ringhiose e pronte a far fuoco all’interno degli stretti confini del porto di Apia. L’intera vicenda cominciò ad assumere l’aria di un brutto scherzo, quando successe l'imprevisto. Tutti erano così occupati a tenersi d'occhio da non accorgersi che il barometro stava scendendo pericolosamente. Prima che avessero il tempo di rendersene conto, un ciclone di proporzioni epiche si abbattè sulla zona, sei delle navi furono travolte e affondate prima che scendesse la notte. L’unica nave supestite fu la britannica Calliope. Il ciclone infuse un po’ di buon senso negli europei, che decisero di sedersi a un tavolo per le trattative, ma il risultato per Samoa non dei migliori. Le isole furono spartite brano a brano: la parte occidentale venne affidata ai tedeschi, quella orientale agli americani, mentre gli inglesi tornarono a casa a mani vuote.

    I tedeschi fecero il classico errore colonialista di ignorare le usanze e le autorità locali: in breve tempo gli indigeni si ritrovarono sotto il dominio assoluto degli stranieri. I samoani della zona occidentale costituirono una forza di resistenza, il Mau Movement, votato alla tutela della loro cultura e all’affermazione dell’indipendenza. Lo scoppio della guerra mondiale nel 1914 cambiò il campo di operazioni Europa-Pacifico e la Germania ebbe ben altri problemi da affrontare che non un movimento di resistenza di ribelli samoani. Come parte dello sforzo bellico e in nome della vecchia amicizia, la Gran Bretagna chiese alla Nuova Zelanda di prendere il controllo della stazione radio nelle Samoa Occidentali; e la Nuova Zelanda zelantemente lo fece. Sollevando un tovagliolo bianco (nessuno riuscì a trovare una bandiera o un fazzoletto), i neozelandesi furono ricevuti da uno dei due ufficiali in rappresentanza del governo tedesco che prima si scusò per non essere riusciti ad autorizzare la resa delle Samoa Occidentali e poi si assentò senza permesso. I neozelandesi eroicamente ‘presero possesso’ della stazione radio, assemblando i pezzi dell'impianto dispersi dall’esercito sconfitto dopo averli recuperati nella boscaglia. Quindi ‘liberarono’ le Samoa Occidentali.

    Questo avvicendamento di bandiere non significò nulla per il Mau Movement o per la maggioranza della popolazione delle Samoa Occidentali, che continuò a mobilitarsi per l’indipendenza. La Nuova Zelanda governò le isole, introducendo il rugby e i jandals (i tipici sandali neozelandesi) in questo mix culturale. Nel 1961 fu presentata una proposta ufficiale alle Nazioni Unite e l’indipendenza fu concessa nel gennaio del 1962. Sfortunatamente, però, la faccenda fu meno semplice del previsto. Le controversie sindacali e la sempre maggiore dipendenza dagli aiuti stranieri implicarono la sconfitta del sogno di fronte alla dura realtà, ma le cose diventarono veramente critiche quando il paese fu fatto a pezzi da una serie di cicloni che si succedettero in rapida sequenza e quando le coltivazioni del principale prodotto di esportazione, il taro, furono decimate da un fungo parassita. Il paese, che nel 1995 cambiò il suo nome in Stato Indipendente delle Samoa, cadde così in una crisi economica dalla quale non si è ancora del tutto sollevato, anche se i proventi del turismo forniscono un notevole sostegno.

    Gli sforzi di Samoa per diventare un importante centro finanziario hanno subito una battuta d'arresto nel 2001, quando il paese venne inquisito per riciclaggio di denaro sporco.

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