La società rurale haitiana è formata in massima parte da contadini che lavorano per la loro sussistenza, coltivando un piccolo appezzamento proprio o in affitto dal quale ricavano fagioli, patate dolci e altri alimenti con tecniche ancora affidate al lavoro manuale. La maggior parte delle famiglie vive in casette con una o due camere da letto, senza elettricità né acqua corrente, e si affida al carbone come principale fonte di energia. Per alleviare il duro lavoro esistono delle attività comunitarie chiamate kombits, e poi la musica e passatempi come il Krik Krak, un gioco orale di indovinelli. Ma non fatevi illusioni: ad Haiti la vita è dura e la miseria assai poco pittoresca, e forse i suoi abitanti riescono a sopravvivere soltanto grazie al loro famoso senso dell’umorismo.
Molti giovani, che vorrebbero sfuggire al ciclo della povertà rurale, si trasferiscono a Port-au-Prince o a Cap Haïtien, ma quasi tutti finiscono nelle baraccopoli come Cité Soleil, dove 200.000 persone vivono nei 5 kmq di una palude bonificata e dove mancano quasi completamente le infrastrutture urbane, come vedrete dalle fogne a cielo aperto e intuirete dall’assenza di forze di polizia in grado di mantenere una parvenza di legge e ordine. Nelle fresche colline sopra i quartieri poveri, l’1% degli haitiani (quasi tutti mulatti), che controlla il 44% delle risorse del paese, vive nella zona blindata di Pétionville, dove i bei ristoranti e i negozi di lusso restituiscono un’immagine completamente diversa della società haitiana.
Tra neri (che formano il 95% circa della popolazione) e i mulatti (circa il 5%) ci sono profonde e violente divisioni. Se i neri sono sempre stati la stragrande maggioranza degli haitiani, i mulatti sono avvantaggiati per quanto riguarda l’istruzione, la pubblica amministrazione e le forze armate. Quasi tutti i mulatti parlano francese, ovvero la lingua colta che dà accesso alle professioni più prestigiose, mentre la maggioranza della popolazione parla il creolo. Questo sistema sociale suddiviso in due caste è probabilmente il principale ostacolo alla trasformazione di Haiti in una stabile e prospera nazione caraibica.
Haiti è la patria del tanto discusso, ma anche splendidamente spirituale, voudou (vudù), una religione panteistica africana simile al culto yoruba della Nigeria, che fu portata nell’isola dagli schiavi africani e in seguito si amalgamò con il cattolicesimo. Dopo che i missionari convertirono gli schiavi al cristianesimo (torturando i capi religiosi fino alla morte e con altri mezzi simili), certi santi cattolici con attributi analoghi a quelli delle divinità africane divennero i simboli delle tradizioni spirituali che erano state venerate per generazioni.
I riti vudù celebrano i lwa (spiriti), gli avvenimenti fortunati, la nascita e la morte con danze, suoni di tamburi e possessioni spiritiche. Le cerimonie hanno luogo anche per guadagnarsi il favore di un certo lwa o per allontanare le malattie o la sfortuna, e possono includere offerte di cibo, giocattoli e persino sacrifici di animali. Altre forme di preghiera riguardano il veve, un disegno di pappa d’avena rivolto a una particolare divinità, e la creazione di coloratissime bandierine per la preghiera, che sono considerate la migliore espressione dell’arte folk haitiana e ricercate dai collezionisti di tutto il mondo. La musica, i tamburi e le danze associate ai rituali vudù sono diventati una parte importante della cultura popolare haitiana.
Il ballo nazionale è il méringue (parente stretto della versione dominicana), ma vedrete anche ballare la juba o il crabienne. La musica haitiana è stata influenzata dagli stili cubani e dal jazz americano, e uno dei generi più popolari tra quelli importati è il compas, ma sono abbastanza seguiti anche lo zouk, il reggae e la soca.
Il paese vanta molti pittori famosi, soprattutto Hector Hyppolite, LaFortune Félix e Prefete Duffaut. La pittura haitiana utilizza un ricco repertorio visuale e tematico, spesso reso con tonalità vivaci e forme organiche e sensuali. Tra gli scrittori locali ricordiamo Philippe-Thoby Marcelin, René Depestre e, il più importante di tutti, Jean Price-Mars, che insieme hanno gettato le basi di una letteratura nazionale, recentemente orientata verso il creolo anziché il francese.
Molti giovani, che vorrebbero sfuggire al ciclo della povertà rurale, si trasferiscono a Port-au-Prince o a Cap Haïtien, ma quasi tutti finiscono nelle baraccopoli come Cité Soleil, dove 200.000 persone vivono nei 5 kmq di una palude bonificata e dove mancano quasi completamente le infrastrutture urbane, come vedrete dalle fogne a cielo aperto e intuirete dall’assenza di forze di polizia in grado di mantenere una parvenza di legge e ordine. Nelle fresche colline sopra i quartieri poveri, l’1% degli haitiani (quasi tutti mulatti), che controlla il 44% delle risorse del paese, vive nella zona blindata di Pétionville, dove i bei ristoranti e i negozi di lusso restituiscono un’immagine completamente diversa della società haitiana.
Tra neri (che formano il 95% circa della popolazione) e i mulatti (circa il 5%) ci sono profonde e violente divisioni. Se i neri sono sempre stati la stragrande maggioranza degli haitiani, i mulatti sono avvantaggiati per quanto riguarda l’istruzione, la pubblica amministrazione e le forze armate. Quasi tutti i mulatti parlano francese, ovvero la lingua colta che dà accesso alle professioni più prestigiose, mentre la maggioranza della popolazione parla il creolo. Questo sistema sociale suddiviso in due caste è probabilmente il principale ostacolo alla trasformazione di Haiti in una stabile e prospera nazione caraibica.
Haiti è la patria del tanto discusso, ma anche splendidamente spirituale, voudou (vudù), una religione panteistica africana simile al culto yoruba della Nigeria, che fu portata nell’isola dagli schiavi africani e in seguito si amalgamò con il cattolicesimo. Dopo che i missionari convertirono gli schiavi al cristianesimo (torturando i capi religiosi fino alla morte e con altri mezzi simili), certi santi cattolici con attributi analoghi a quelli delle divinità africane divennero i simboli delle tradizioni spirituali che erano state venerate per generazioni.
I riti vudù celebrano i lwa (spiriti), gli avvenimenti fortunati, la nascita e la morte con danze, suoni di tamburi e possessioni spiritiche. Le cerimonie hanno luogo anche per guadagnarsi il favore di un certo lwa o per allontanare le malattie o la sfortuna, e possono includere offerte di cibo, giocattoli e persino sacrifici di animali. Altre forme di preghiera riguardano il veve, un disegno di pappa d’avena rivolto a una particolare divinità, e la creazione di coloratissime bandierine per la preghiera, che sono considerate la migliore espressione dell’arte folk haitiana e ricercate dai collezionisti di tutto il mondo. La musica, i tamburi e le danze associate ai rituali vudù sono diventati una parte importante della cultura popolare haitiana.
Il ballo nazionale è il méringue (parente stretto della versione dominicana), ma vedrete anche ballare la juba o il crabienne. La musica haitiana è stata influenzata dagli stili cubani e dal jazz americano, e uno dei generi più popolari tra quelli importati è il compas, ma sono abbastanza seguiti anche lo zouk, il reggae e la soca.
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