Sono poche le notizie certe sulle origini del popolo tibetano. Si sa che i tibetani discendono dalle tribù nomadi e guerriere conosciute con il nome di qiang. Le testimonianze cinesi di tali tribù risalgono al II secolo a.C. Tuttavia, il popolo tibetano non emerse come una entità politica unitaria fino al VII secolo d.C. I tibetani hanno molti miti relativi alle origini del mondo e del loro popolo. Secondo loro, la valle dello Yarlung fu la culla della civiltà. Non esistono testimonianze storiche della dinastia di Yarlung che precedano l'ingresso del regno sulla scena internazionale, avvenuto nel VI secolo. A quell'epoca, tramite conquiste e alleanze, era riuscita a unificare gran parte del Tibet centrale. Namri Songsten (570-619 circa), il trentaduesimo re tibetano, estese l'influenza del Tibet all'Asia interna, sconfiggendo le tribù qiang al confine con la Cina. Il periodo di maggior splendore per il Tibet fu quello del regno del figlio di Namri Songsten, Songsten Gampo (618-49 circa), quando il paese divenne una vera e propria potenza a livello locale.
Sotto Songsten Gampo, l'espansione tibetana continuò senza sosta. L'esercito tibetano raggiunse addirittura l'India settentrionale e costituì una minaccia per la Cina. Il Nepal e la Cina reagirono alle incursioni tibetane scegliendo di allearsi con gli invasori mediante un'oculata politica matrimoniale. Così, il buddhismo si diffuse prima che altrove sull'altopiano tibetano, dove divenne la religione ufficiale dei sovrani.
Per i due secoli successivi al regno di Songsten Gampo, il Tibet continuò ad accrescere il suo potere. Durante il regno di re Trisong Detsen (755-97), la sua influenza si estendeva già al Turkestan, al Pakistan settentrionale, al Nepal e all'India. Nel 783, l'esercito tibetano invase Chang'an (oggi Xi'an), la capitale cinese, costringendo i cinesi a sottoscrivere un trattato che riconoscesse i nuovi confini. A Trisong Detsen si deve la costruzione del Monastero di Samye, la prima istituzione che si occupò della traduzione delle scritture buddhiste e dell'educazione dei monaci tibetani.
Le controversie sulla strada che il buddhismo avrebbe dovuto intraprendere in Tibet culminarono nella Grande Disputa di Samye, durante la quale si dice che il re Trisong Detsen si esprimesse in favore dei maestri indiani fautori di un approccio graduale all'illuminazione basato sullo studio scolastico e sui precetti morali. Tuttavia, ci fu una forte opposizione a questo buddhismo istituzionalizzato e clericale, soprattutto da parte dei sostenitori della fede bön. Il re tibetano successivamente incoronato, Tritsug Detsen Ralpahen, cadde vittima dell'opposizione e fu assassinato da suo fratello, Langdharma, che sferrò un feroce attacco al buddhismo. Nell'842 Langdharma fu a sua volta assassinato durante una festa (da un monaco buddhista travestito da danzatore) e lo stato tibetano si divise ben presto in una serie di principati in guerra fra loro. Nella confusione che seguì, l'appoggio al buddhismo cominciò a diminuire e il buddhismo monastico clericale sperimentò una 'pausa' di 150 anni.
Il collasso dello stato tibetano, avvenuto nell'842, pose fine all'espansione tibetana in Asia. Travolto inizialmente dalle lotte locali per il potere, il buddhismo ricominciò gradualmente a esercitare una certa influenza. Con l'affievolirsi della fede buddhista in India, Nepal e Cina, il Tibet cominciò lentamente a emergere come la nazione buddhista più devota del mondo. La cosiddetta Seconda Diffusione del Dharma (in alcuni casi tradotta come 'Legge'), alla fine del X secolo, portò a una ripresa dell'influenza buddhista nell'XI secolo. Molti tibetani si recarono in India per studiare. Le nuove idee che essi introdussero in patria al loro ritorno ebbero un effetto rivitalizzante sul pensiero tibetano e contribuirono alla nascita di nuove scuole di buddhismo tibetano.
Al momento della caduta della dinastia Tang, nel 907, la Cina aveva recuperato la maggior parte dei territori conquistati in passato dai tibetani. Nel periodo della dinastia Song (960-1276) le due nazioni non ebbero contatti l'una con l'altra; gli unici rapporti che il Tibet aveva con l'estero erano quelli con i vicini stati buddhisti a sud. La situazione cambiò quando Genghis Khan, nel 1206, si lanciò in una serie di conquiste che portarono alla supremazia mongola su un vasto impero che comprendeva l'Asia centrale e la Cina. I mongoli non riservarono molte attenzioni al Tibet fino al 1239, quando effettuarono una serie di incursioni nel paese. Prima di tornare indietro, arrivarono quasi fino a Lhasa.
Secondo i tibetani, le truppe mongole al loro ritorno in patria parlarono della grandezza spirituale dei lama tibetani a Godan Khan, nipote di Genghis Khan, e in risposta a ciò Godan Khan convocò Sakya Pandita, il capo spirituale del Monastero di Sakya, presso la sua corte. Il risultato di tale incontro fu l'inizio di un rapporto d'interdipendenza fra i Tibetani, profondamente religiosi, e i mongoli, militarmente avventurosi. Il buddhismo tibetano divenne la religione di stato dell'impero mongolo nell'Asia orientale e il capo Sakya Lama ne divenne la guida spirituale, una posizione che comportava anche l'assunzione del potere temporale sul Tibet. L'influenza dei Sakyapa durò meno di cento anni. Nel 1350 Changchub Gyaltsen (un monaco che aveva studiato a Sakya) cercò di sconfiggere i Sakyapa. La dinastia mongola Yuan in Cina perse il suo potere 18 anni più tardi, quando salì al trono la dinastia cinese Ming.
Caduto l'impero mongolo, sia la Cina sia il Tibet riconquistarono l'indipendenza. I rapporti fra Cina e Tibet assunsero la forma di regolari scambi di cortesie diplomatiche fra due governi indipendenti. Lo sforzo di Changchub Gyaltsen di far sparire tutte le tracce dell'amministrazione mongola costituì, per il Tibet, una vera e propria dichiarazione d'indipendenza dall'influenza straniera e un tentativo di ricerca di una identità nazionale.
Nel 1374 un giovane di nome Tsongkhapa cominciò a frequentare le principali scuole di buddhismo tibetano e studiò sotto la guida di eminenti lama. Tsongkhapa fondò un monastero a Ganden, vicino a Lhasa, dove gli apparve Atisha, lo studioso bengalese dell'XI secolo il cui contributo era stato fondamentale per la seconda diffusione del buddhismo in Tibet. Anche se è probabile che Tsongkhapa non intendesse fondare una nuova scuola di buddhismo, i suoi insegnamenti attrassero molti discepoli, i quali trovarono nel suo desiderio di ritorno ai precetti originari di Atisha una interessante alternativa alla via seguita dagli ordini politicamente corrotti Sakyapa e Kagyupa. Nel 1445, i suoi discepoli fondarono un monastero (Tashilhunpo) presso Shigatse e il movimento cominciò a essere conosciuto con il nome di ordine Gelugpa (virtuoso). Il fondatore di Tashilhunpo, Genden Drup, era nipote di Tsongkhapa. Prima della sua morte, annunciò che si sarebbe reincarnato in Tibet e diede ai suoi seguaci delle indicazioni che li avrebbero aiutati a ritrovarlo. La sua reincarnazione, Genden Gyatso, fu nominato capo del Monastero di Drepung, il più importante del Tibet a quel tempo, e consolidò ulteriormente il prestigio del nuovo ordine Gelugpa.
I mongoli cominciarono a interessarsi al nuovo e sempre più potente ordine del Tibet ai tempi della terza guida reincarnata del Gelugpa, Sonam Gyatso (1543-88). Con un gesto che ricordava l'ingresso dei Sakyapa sulla scena internazionale nel XIII secolo, Sonam Gyatso, nel 1578, accettò l'invito a incontrare Altyn Khan. Durante l'incontro, Sonam Gyatso ricevette il titolo di Ta-Le (Dalai), che significa 'Oceano', nel suo caso 'Oceano di Saggezza'. Al titolo fu dato valore retroattivo e venne quindi conferito anche alle due precedenti reincarnazioni, cosicché Sonam Gyatso divenne il terzo Dalai Lama.
I rapporti fra i mongoli e i Gelugpa segnarono l'ingresso dell'ordine dei Gelugpa nelle questioni temporali. I legami con i mongoli divennero più stretti quando, alla morte del terzo Dalai Lama nel 1588, la sua successiva reincarnazione fu trovata nel pronipote del mongolo Altyn Khan. Non c'è da meravigliarsi se i re di Tsang e i Karmapa del Monastero di Tsurphu videro l'alleanza fra i Gelugpa e i mongoli come una minaccia diretta al loro potere. Nel 1611 il re di Tsang attaccò i monasteri di Drepung e di Sera. Il quarto Dalai Lama fuggì dal Tibet e morì, all'età di 25 anni (probabilmente avvelenato), nel 1616.
Ben presto si trovò un successore per il quarto Dalai Lama e il ragazzo in questione fu condotto a Lhasa scortato dai mongoli. I sostenitori dei Gelugpa conquistarono il potere e nel 1640 le forze mongole intervennero in loro aiuto sconfiggendo le forze di Tsang. Il re fu preso in ostaggio e più tardi fu ucciso, probabilmente su pressione dei monaci di Tashilhunpo. Il quinto Dalai Lama riuscì a diffondere il suo potere in tutto il Tibet. Grazie all'appoggio dei mongoli, l'intero Tibet fu riappacificato entro il 1656 e in quel periodo il controllo del Dalai Lama si estendeva da Kailash a occidente fino a Kham a oriente. Il quinto Dalai Lama era diventato il sovrano spirituale e temporale di un Tibet riunificato.
Quando morì, nel 1682, il governo tibetano si trovò di fronte alla pericolosa prospettiva di trovare la sua reincarnazione e di aspettare poi 18 anni fino a quando il ragazzo in questione fosse diventato maggiorenne. Il reggente del Dalai Lama tenne segreta la morte e annunciò che il Dalai Lama era entrato in un lungo periodo di meditazione (più di 10 anni!). Nel 1695 il segreto fu scoperto e il reggente fu costretto a far salire al trono molto rapidamente il sesto Dalai Lama, un ragazzo che egli stesso aveva individuato. La scelta non fu particolarmente felice, dal momento che un monaco gesuita che lo incontrò osservò che 'nessuna persona di bell'aspetto, sia maschio sia femmina, poteva ritenersi al sicuro dalla sua sfrenata dissolutezza'.
In Cina la dinastia Ming era caduta nel 1644; il vuoto di potere venne colmato dai manchu provenienti dal nord, che fondarono la dinastia Qing (1644-1912). I rapporti del Tibet con il nuovo governo dei Qing furono difficili fin dall'inizio. Nel 1705, le forze mongole scesero a Lhasa, uccisero il reggente del Tibet e catturarono il sesto Dalai Lama con l'intenzione di consegnarlo all'imperatore Kang Xi di Pechino. Il Dalai Lama, però, morì durante il tragitto (probabilmente assassinato) e il principe Lhabzang Khan nominò un altro Dalai Lama a Lhasa. Le sue macchinazioni provocarono una forte ostilità nei suoi confronti da parte dei tibetani e gli crearono nemici fra le altre tribù mongole, che consideravano il Dalai Lama come il loro capo spirituale.
Nel 1717, i mongoli Dzungar attaccarono Lhasa, uccisero Lhabzang Khan e deposero dal trono il nuovo Dalai Lama. Il settimo, scelto dai tibetani stessi, era rinchiuso nel Monastero di Kumbum, sotto la 'protezione' cinese. L'imperatore Kang Xi, nel 1720, inviò delle truppe a Lhasa. Queste scacciarono i mongoli Dzungar e, avendo portato con sé il settimo Dalai Lama, furono viste come dei liberatori dai tibetani. L'imperatore Kang Xi dichiarò il Tibet un protettorato della Cina, un precedente storico per la conquista comunista avvenuta circa 250 anni più tardi.
In un primo momento i manchu nominarono un re, ma nel 1750 il potere temporale tornò nelle mani del settimo Dalai Lama, che governò con successo fino alla sua morte, avvenuta nel 1757. L'ultimo intervento militare cinese ebbe luogo come reazione all'invasione di gurkha da parte del Nepal nel 1788. Da questo momento in poi, l'influenza manchu in Tibet continuò a diminuire. Una conseguenza significativa di questo intervento fu il divieto dei contatti con l'estero, imposto per timore di un intervento britannico nell'invasione dei gurkha.
Nel momento in cui la Gran Bretagna perse ufficialmente i contatti con il Tibet e la Russia cominciò a estendere i confini del suo impero fino all'Asia centrale e all'India, lord Cuzon, viceré dell'India, decise di bloccare sul nascere i piani russi. In una spedizione del 1903 si scoprì che il Dalai Lama era fuggito in Mongolia con un 'consigliere' russo, Agvan Dorjeff. Ciò nonostante, la Gran Bretagna e il Tibet stipularono un accordo tramite delle negoziazioni con Tri Rinpoche, un lama che il Dalai Lama aveva nominato reggente in sua assenza. L'unica cosa che mancava all'accordo anglo-tibetano era la firma del sovrano manchu. In effetti, l'accordo implicava che il Tibet fosse un paese sovrano con il diritto di stipulare trattati su sua iniziativa. I manchu si opposero a questo trattato e nel 1906 la Gran Bretagna firmò un secondo accordo che riconosceva la sovranità della Cina sul Tibet.
Nel 1910, con la dinastia Qing sull'orlo del collasso, i manchu fecero valere il trattato e invasero il Tibet, costringendo ancora una volta il Dalai Lama alla fuga (questa volta fra le braccia degli inglesi in India). Fu proprio durante questo esilio che il Dalai Lama fece amicizia con sir Charles Bell, studioso del Tibet e politico. Questa amicizia diede inizio a una distensione nei rapporti fra Gran Bretagna e Tibet, tanto che la Gran Bretagna diventò un importante mediatore nelle relazioni fra Tibet e Cina.
Nel 1911 una rivoluzione in Cina provocò la caduta definitiva dei Qing. Lo spirito della rivolta si estese anche al Tibet, dove ci furono diversi ammutinamenti da parte delle truppe e aspri scontri fra l'esercito tibetano e l'esercito manchu. Alla fine del 1912 gli ultimi occupanti vennero cacciati dal Tibet e furono costretti a tornare in Cina passando dall'India. Nel 1913 il tredicesimo Dalai Lama ritornò a Lhasa. Per i trent'anni successivi, il Tibet fu libero da qualsiasi influenza da parte della Cina. Purtroppo, però, si trattò di un periodo piuttosto breve.
Nel 1920 sir Charles Bell si recò in missione a Lhasa. In questa occasione, il Dalai Lama accettò una fornitura di armi e munizioni moderne da parte della Gran Bretagna a scopo di autodifesa. Vennero costruite linee di comunicazione e piccole centrali idroelettriche e alcuni esperti inglesi analizzarono delle zone del Tibet per accertarne il potenziale minerario. L'ostacolo principale alla modernizzazione era, però, costituito dal sistema sociale tibetano. Per i monaci, infatti, il compito principale del governo era quello di mantenere lo status religioso del paese. I tentativi di modernizzazione erano visti come contrari a questo scopo e in breve tempo conobbero una forte opposizione. I timori dei monaci si dimostrarono fondati quando il Dalai Lama attivò l'esercito da poco costituito per sedare una rivolta minacciosa presso il Monastero di Drepung. Ben presto un'ondata di conservatorismo soffocò le innovazioni in corso. Il breve periodo d'indipendenza del Tibet fu caratterizzato anche dal conflitto fra il Panchem Lama e il Dalai Lama riguardo all'autonomia del Monastero di Tashilhunpo e delle sue proprietà.
Dopo la morte del tredicesimo Dalai Lama, nel 1933, il paese fu guidato dal reggente di Reting. L'attuale Dalai Lama, il quattordicesimo, fu trovato nel villaggio di Pari Takster vicino a Xining presso Amdo e fu nominato Dalai Lama nel 1940, all'età di quattro anni e mezzo. Nel 1947, Lhasa fu scossa da un tentativo di colpo di stato, chiamato Cospirazione di Reting. E nel 1949 il governo nazionalista cinese, contrariamente a tutte le previsioni, cadde sotto il dominio di Mao Zedong.
I tibetani non potevano certo immaginare che l'ascesa al potere dei comunisti in Cina avrebbe aperto il capitolo più triste della storia del Tibet. La 'liberazione' cinese del Tibet, infatti, causò la morte di 1,2 milioni di tibetani, incise duramente sullo stile di vita tradizionale del paese, provocò la fuga del Dalai Lama in India e la distruzione su larga scala di quasi tutte le strutture storiche dell'altopiano.
Nel 1950, un anno dopo l'ascesa al potere dei comunisti in Cina, l'esercito cinese attaccò il Tibet centrale e travolse il suo esercito scarsamente equipaggiato. A Lhasa, il governo tibetano reagì facendo salire al potere il quattordicesimo Dalai Lama, di soli 15 anni, un'azione che portò giubilo nel paese, ma che non valse a proteggere il Tibet dall'avanzata delle truppe cinesi. Anche l'appello alle Nazioni Unite si rivelò inutile: solo El Salvador infatti appoggiò una mozione per condannare l'invasione. La Gran Bretagna e l'India, paesi per tradizione sostenitori del Tibet, riuscirono a convincere l'ONU a non discutere della questione per timore della disapprovazione della Cina.
I cinesi stilarono un accordo e offrirono al Tibet la possibilità di siglarlo oppure di affrontare ulteriori aggressioni da parte della Cina. L'Accordo sulle Misure per una Liberazione Pacifica del Tibet, in 17 punti, prometteva un paese unico e due sistemi di governo, ma non garantiva che tale promessa sarebbe stata onorata. I cinesi prepararono un sigillo falso del Dalai Lama e ratificarono l'accordo. Inizialmente, l'occupazione avvenne in maniera ordinata. Con il passare del tempo, però, le truppe cinesi cominciarono a fare razzia nel paese e l'inflazione aumentò notevolmente. A questo punto, sembrava inevitabile che il Tibet si sarebbe ribellato e altrettanto inevitabile che i cinesi avrebbero represso la rivolta senza troppi problemi.
Nel 1959, in occasione del Capodanno tibetano, un gruppo di danzatori cinesi fu invitato presso la base militare di Lhasa. L'invito rivolto al Dalai Lama perché partecipasse ai festeggiamenti fu una sorta di ordine. Desideroso di evitare che i cinesi potessero offendersi, il Dalai Lama accettò. Con l'avvicinarsi del giorno stabilito, il capo della sicurezza del Dalai Lama scoprì che al Dalai Lama era stato chiesto di presentarsi in segreto e senza la sua solita scorta di 25 guardie del corpo. Nonostante il Dalai Lama avesse accettato queste condizioni, la notizia si diffuse e la frustrazione dei tibetani esplose. Sembrava, infatti, ovvio che i cinesi avessero intenzione di rapire il Dalai Lama. Un'immensa folla di persone si riunì intorno al Palazzo d'Estate di Norbulingka del Dalai Lama e i cittadini giurarono che l'avrebbero protetto con la loro vita.
Non avendo altra possibilità di scelta, il Dalai Lama cancellò il suo appuntamento presso la base militare. Nel frattempo, alla folla sulle strade si aggiunsero i soldati tibetani, che abbandonarono la loro divisa dell'Esercito di Liberazione Popolare e iniziarono a distribuire armi alla popolazione. Un gruppo di ministri annunciò che l'Accordo in 17 punti era nullo e che il Tibet rinnegava l'autorità della Cina.
Il Dalai Lama non aveva potere d'intervento e riuscì soltanto a scrivere alcune lettere di riconciliazione alla Cina, mentre il popolo si preparava alla guerra nelle strade di Lhasa. In un ultimo disperato tentativo di evitare spargimenti di sangue, il Dalai Lama arrivò addirittura a offrire se stesso ai cinesi. La risposta a questa offerta arrivò sotto forma di due ordigni fatti esplodere nei giardini del Norbulingka. Questo attacco mostrò chiaramente come l'unica possibilità rimasta al Dalai Lama fosse la fuga. Il 17 marzo il Dalai Lama lasciò Norbulingka travestito da soldato. Quattordici giorni più tardi era in India.
La guerra scoppiò la mattina del 20 marzo e centinaia di tibetani vennero uccisi dalle truppe cinesi. Una ricerca effettuata fra i cadaveri a Norbulingka rivelò che il Dalai Lama era fuggito. Dopo tre giorni di attacchi violenti, i tibetani morti per le strade di Lhasa erano tra i 10.000 e i 15.000. I cinesi consolidarono la loro repressione della rivolta di Lhasa assumendo il controllo di tutti i principali passi fra il Tibet e l'India.
I cinesi abolirono il governo tibetano e cominciarono a riorganizzare la società tibetana secondo i loro principi marxisti. Le persone colte e appartenenti all'aristocrazia furono destinate ai lavori umili e costrette a prendere parte a combattimenti, chiamati thamzing, nei quali spesso qualcuno restava ucciso. I cinesi cercarono di fomentare la lotta di classe e gli 'sfruttatori feudali' di un tempo (quelli per i quali i poveri del Tibet avrebbero dovuto nutrire un profondo risentimento) furono sottoposti a punizioni di crudeltà inaudita. Ai monaci fu richiesto di adottare uno stile di vita più secolare, che comprendeva anche il matrimonio. Particolarmente significativa in questa lunga serie di errori fu la decisione cinese di alterare le pratiche agricole tibetane. La coltivazione dell'orzo, il prodotto agricolo più diffuso in Tibet, fu sostituita da quella del riso e del grano. I contadini tibetani protestarono, sostenendo che questi prodotti non erano adatti alle condizioni climatiche del Tibet. Avevano ragione, e il risultato di questa scelta cinese fu una grande carestia. Si calcola che, alla fine del 1961, circa 70.000 tibetani erano morti di fame o stavano per morire.
Addirittura il Panchen Lama, fino ad allora tacito alleato dei cinesi, cominciò ad avere dei ripensamenti. Fece pervenire a Mao Zedong una relazione in cui descriveva la situazione difficile in cui si trovava il suo popolo, chiedendo, fra le altre cose, la libertà di culto e la fine delle razzie presso i monasteri tibetani. Quattro anni più tardi, egli scomparve in un carcere di alta sicurezza, dove rimase rinchiuso per 10 anni. Con il suo allontanamento, i cinesi avevano eliminato l'ultimo ostacolo alla costituzione della Regione Autonoma del Tibet.
La Regione Autonoma del Tibet venne ufficialmente alla luce nel 1965, fra squilli di tromba e racconti di tibetani felici che cercavano di ricacciare indietro lacrime di gratitudine nei confronti della grande madrepatria. Nel frattempo, però, in Cina stava cominciando un periodo di disordini. Quella che nel 1965 era iniziata come una lotta per il potere fra Mao e Liu Shaoqi, entro l'agosto del 1966 si era trasformata nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, un movimento destinato a colpire la Cina fin nelle sue viscere, a ribaltare le sue tradizioni, a causare numerosissimi morti e a consegnare il governo del paese alle Guardie Rosse. Tutta la Cina soffrì durante l'audace esperimento di Mao di creare un nuovo paradiso socialista, ma il Tibet fu la regione che soffrì maggiormente.
Le prime Guardie Rosse arrivarono a Lhasa nel luglio del 1966 e per più di tre anni proseguirono l'opera di distruzione dei monumenti culturali e religiosi del Tibet. Alla fine del 1969 l'Esercito di Liberazione Popolare (PLA) riuscì a porre sotto controllo le Guardie Rosse. Tuttavia, in Tibet gli episodi di violenza non accennarono a diminuire. Le rivolte erano di breve durata e venivano represse brutalmente. Nel 1975, un gruppo di giornalisti stranieri che appoggiavano la causa cinese furono invitati a recarsi in Tibet. Le loro testimonianze descrissero un quadro piuttosto triste di un paese la cui popolazione era stata messa in ginocchio dalla politica imposta dai cinesi e dalle atrocità da essi perpetrate. E ciò altro non era se non una sorta di genocidio culturale. Quello stesso anno, l'ultima base dei guerriglieri tibetani sovvenzionata dalla CIA venne chiusa a Mustang, nel Nepal settentrionale.
Alla morte di Mao, nel 1976, la ribellione era ancora in corso e cercare di mantenere la pace sull'altopiano era estremamente costoso per i cinesi. Il successore di Mao, Hua Guofeng, decise di ammorbidire la linea di governo nei confronti del Tibet e promosse una ripresa degli usi e costumi tibetani. A metà del 1977, la Cina annunciò che avrebbe gradito il ritorno nel paese del Dalai Lama e di altri rifugiati tibetani e di lì a poco il Panchen Lama fu rilasciato, dopo più di 10 anni di reclusione.
Quando fu invitato a tornare, il Dalai Lama chiese che gli fosse concesso di inviare una delegazione in Tibet per accertarsi della situazione. Stranamente, i cinesi acconsentirono. Tre delegazioni successive giunsero alla stessa amara conclusione: 1,2 milioni di morti, 4254 monasteri e conventi distrutti, due terzi del territorio tibetano annessi alla Cina, 100.000 tibetani costretti ai lavori forzati e una vastissima opera di disboscamento in atto. In soli 30 anni, i cinesi avevano trasformato il Tibet in una terra desolata e irriconoscibile.
In Cina, l'influenza politica di Hua Guofeng fu di breve durata e dopo di lui salì al potere Deng Xiaoping. Nel 1980, Deng inviò Hu Yaobang in missione da parte della Cina per verificare la situazione in Tibet. Questa missione coincise con le visite delle delegazioni inviate dal governo tibetano in esilio. Sebbene non fossero negative quanto quelle dei tibetani, le conclusioni di Hu dipinsero un quadro davvero desolato. Venne preparato un piano in sei punti per migliorare le condizioni di vita e le libertà dei tibetani, le tasse vennero diminuite per due anni e le iniziative imprenditoriali private vennero autorizzate, anche se con delle limitazioni. Come nel resto della Cina, il governo diede vita a un programma che estendeva le libertà individuali pur mantenendo un sistema politico autoritario a partito unico.
I primi anni '80 videro il ripristino, seppur limitato, della libertà di culto. I monasteri che non erano stati distrutti riaprirono e la Cina restituì al Tibet alcuni oggetti sacri. Vi fu pure un allentamento del divieto di compiere pellegrinaggi. Sulle strade di Lhasa cominciarono di nuovo ad apparire immagini del Dalai Lama. Nessuna di queste iniziative, però, indicava un cambiamento di rotta da parte della Cina in materia di religione. Chiunque esercitasse la libertà di culto lo faceva a proprio rischio e pericolo.
I colloqui volti a riportare il Dalai Lama nell'ambito dell'influenza della Cina proseguirono, ma con scarsi risultati. Nel 1983 tali colloqui erano ormai interrotti e i cinesi decisero che dopo tutto non volevano il ritorno del Dalai Lama. In questo stesso periodo, cominciò a emergere una certa politica cinese relativa all'immigrazione degli han sull'altopiano. Il Tibet fu considerato una meta ideale per l'immigrazione di massa e ai cinesi disposti a emigrare vennero offerti stipendi interessanti e prestiti senza interesse. Soltanto nel 1984, più di 100.000 cinesi han usufruirono degli incentivi per 'modernizzare' il Tibet.
Nel 1986, una nuova ondata di stranieri si riversò in Tibet. Quando i cinesi cominciarono a ridurre le restrizioni sul turismo, si verificò una vera e propria invasione di turisti individuali e di gruppi organizzati. Per la prima volta dopo l'occupazione cinese, gli occidentali potevano vedere di persona quali ne fossero stati gli effetti. Per la Cina l'ingresso degli stranieri in Tibet presentava aspetti sia positivi sia negativi: essi portavano nel paese valuta molto apprezzata, ma mostravano di simpatizzare con i tibetani.
Quando, nel settembre del 1987, un gruppo di 30 monaci del Monastero di Sera iniziarono a marciare intorno al Jokhang gridando 'Indipendenza per il Tibet' e 'Lunga vita a Sua Santità il Dalai Lama', parte della popolazione si unì a loro e molta gente fu arrestata. Quattro giorni più tardi un altro gruppo di monaci fece la stessa cosa, questa volta brandendo la bandiera del Tibet.
I monaci furono picchiati e arrestati. I turisti occidentali assistettero al formarsi di una folla di 2000 o 3000 tibetani arrabbiati. Le automobili della polizia vennero assalite e la polizia cinese cominciò a sparare sulla folla. La reazione della Cina fu molto dura. Vennero interrotte tutte le comunicazioni con l'esterno e gli stranieri furono fatti allontanare da Lhasa. Era, però, troppo tardi per evitare che le testimonianze dirette degli occidentali pervenissero ai giornali di tutto il mondo. A Lhasa ci fu una forte repressione, ma ciò non impedì alla protesta di manifestarsi ancora nei mesi successivi.
Già a metà degli anni '70 il Dalai Lama era diventato una personalità importante a livello internazionale e, dal suo esilio di Dharamsala in India, si adoperava senza sosta per fare in modo che il mondo si rendesse conto di quello che stava accadendo al suo paese. La sua visita negli USA portò alla condanna ufficiale dell'occupazione cinese del Tibet. Nel 1987 si rivolse al Congresso degli USA per stilare un piano di pace in cinque punti.
Tale piano prevedeva che il Tibet divenisse una 'Zona di Pace', che fosse abbandonata la politica di appoggio dell'immigrazione degli han, che venissero ripristinati i diritti fondamentali dell'uomo e le libertà democratiche, che fosse protetto il patrimonio naturale del Tibet, che cessasse lo smaltimento di rifiuti nucleari sull'altopiano e che fosse avviato il dialogo tra cinesi e tibetani sul futuro del Tibet. I cinesi condannarono il piano pubblicamente e mantennero la stessa posizione quando, un anno dopo, il Dalai Lama pronunciò un discorso al Parlamento Europeo di Strasburgo nel quale chiedeva la piena indipendenza per il proprio paese e offriva ai cinesi il diritto di occuparsi degli affari esteri e militari del Tibet.
Nel 1989 le proteste in Tibet continuarono e alcuni elementi della comunità tibetana in esilio iniziarono a parlare di un ricorso alle armi. Si trattava di una eventualità cui il Dalai Lama si era sempre opposto. Secondo lui, qualsiasi miglioramento della situazione in Tibet doveva essere ottenuto con metodi non violenti. Nel 1989, i suoi sforzi per ottenere pace e libertà per il suo popolo furono ricompensati con il Nobel per la Pace.
I tibetani oggi hanno riconquistato molte libertà di culto, ma a caro prezzo. I monaci e le religiose, che sono spesso i più attivi nelle proteste e nelle aspirazioni indipendentiste, sono guardati con sospetto dalle autorità e spesso vengono arrestati e malmenati. Una volta incarcerati, le nuove leggi impediscono loro di tornare ai propri monasteri. Negli ultimi anni le istituzioni religiose sono state al centro di una campagna di 'rieducazione patriottica' e di 'ateismo civilizzatore' e sono state imposte quote restrittive relativamente al numero di monaci e religiose che possono far parte di un monastero. I monaci di Drepung sono stati costretti a firmare una denuncia di condanna del Dalai Lama, pena la reclusione. Ufficialmente, i cinesi negano l'esistenza di una qualsiasi politica a favore dell'immigrazione degli han in Tibet, ma la questione non è risolta e i tibetani rischiano di diventare una minoranza nel loro paese.
Le proteste e le azioni repressive da parte del governo sono continuate fino alla fine degli anni '90; il governo cinese ha continuato a considerare il Tibet come una provincia cinese e sembra non essere per nulla vicino alla conclusione di un accordo di qualsiasi genere con il Dalai Lama.
Tuttavia, vi sono stati alcuni sviluppi positivi. Nel 1997 il governo USA ha nominato un 'Coordinatore Speciale per il Tibet' e il viaggio in Cina del presidente Clinton nel 1998 ha fatto tornare alla ribalta la questione del Tibet. Lo status quo non è, però, cambiato.
Il governo tibetano in esilio, con sede a Dharamsala (nell'India del Nord) amministra tutte le questioni che riguardano i tibetani in esilio. Il popolo tibetano lo considera come l'unico governo legittimo.
Alla fine di maggio 2004 il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese in un documento ha dichiarato: «Con l’applicazione dell’autonomia etnica regionale, il popolo tibetano gode pienamente del diritto politico dell’autonomia, ha pieni poteri decisionali per lo sviluppo economico e sociale, ha libertà di ereditare e sviluppare le proprie tradizioni e di praticare il credo religioso». Secondo Pechino, con la fuga del Dalai Lama nel 1959 si è messo fine a una «schiavitù feudale e teocratica, persino più oscura e retriva del medioevo europeo». In questo rapporto sono state gettate nell'oblio la distruzione, le uccisioni e le torture avvenute durante la Rivoluzione Culturale cinese (1966-1976), il vero e proprio stato di polizia presente oggi in Tibet. Il governo tibetano in esilio sostiene che la Cina ha perseguito il genocidio del popolo tibetano fin dal 1951, provocando la morte di un milione e duecentomila persone e tentando di sradicarne la cultura e la religione.
Nel corso degli anni Ottanta il Dalai Lama aveva proposto di rendere vigente in Tibet il medesimo ordinamento di Hong Kong ma le autorità di Pechino hanno respinto l'ipotesi poiché ritengono il principio di «una nazione, due sistemi» applicabile soltanto a quelle regioni che l'aggressione «imperialista» aveva strappato alla Cina e non al Tibet, territorio che da sempre è considerato come cinese.
Nel 1997, il governo degli Stati Uniti creò un 'Coordinatore speciale' per il Tibet e nel 1998 un commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Mary Robinson, visitò la regione. Si parlò anche di una rappacificazione con il governo di Pechino, e nel 2002 una delegazione del Dalai Lama visitò il paese.
Attualmente il problema dell'indipendenza del Tibet resta ancora aperto e il Dalai Lama è tuttora in esilio.
Sotto Songsten Gampo, l'espansione tibetana continuò senza sosta. L'esercito tibetano raggiunse addirittura l'India settentrionale e costituì una minaccia per la Cina. Il Nepal e la Cina reagirono alle incursioni tibetane scegliendo di allearsi con gli invasori mediante un'oculata politica matrimoniale. Così, il buddhismo si diffuse prima che altrove sull'altopiano tibetano, dove divenne la religione ufficiale dei sovrani.
Per i due secoli successivi al regno di Songsten Gampo, il Tibet continuò ad accrescere il suo potere. Durante il regno di re Trisong Detsen (755-97), la sua influenza si estendeva già al Turkestan, al Pakistan settentrionale, al Nepal e all'India. Nel 783, l'esercito tibetano invase Chang'an (oggi Xi'an), la capitale cinese, costringendo i cinesi a sottoscrivere un trattato che riconoscesse i nuovi confini. A Trisong Detsen si deve la costruzione del Monastero di Samye, la prima istituzione che si occupò della traduzione delle scritture buddhiste e dell'educazione dei monaci tibetani.
Le controversie sulla strada che il buddhismo avrebbe dovuto intraprendere in Tibet culminarono nella Grande Disputa di Samye, durante la quale si dice che il re Trisong Detsen si esprimesse in favore dei maestri indiani fautori di un approccio graduale all'illuminazione basato sullo studio scolastico e sui precetti morali. Tuttavia, ci fu una forte opposizione a questo buddhismo istituzionalizzato e clericale, soprattutto da parte dei sostenitori della fede bön. Il re tibetano successivamente incoronato, Tritsug Detsen Ralpahen, cadde vittima dell'opposizione e fu assassinato da suo fratello, Langdharma, che sferrò un feroce attacco al buddhismo. Nell'842 Langdharma fu a sua volta assassinato durante una festa (da un monaco buddhista travestito da danzatore) e lo stato tibetano si divise ben presto in una serie di principati in guerra fra loro. Nella confusione che seguì, l'appoggio al buddhismo cominciò a diminuire e il buddhismo monastico clericale sperimentò una 'pausa' di 150 anni.
Il collasso dello stato tibetano, avvenuto nell'842, pose fine all'espansione tibetana in Asia. Travolto inizialmente dalle lotte locali per il potere, il buddhismo ricominciò gradualmente a esercitare una certa influenza. Con l'affievolirsi della fede buddhista in India, Nepal e Cina, il Tibet cominciò lentamente a emergere come la nazione buddhista più devota del mondo. La cosiddetta Seconda Diffusione del Dharma (in alcuni casi tradotta come 'Legge'), alla fine del X secolo, portò a una ripresa dell'influenza buddhista nell'XI secolo. Molti tibetani si recarono in India per studiare. Le nuove idee che essi introdussero in patria al loro ritorno ebbero un effetto rivitalizzante sul pensiero tibetano e contribuirono alla nascita di nuove scuole di buddhismo tibetano.
Al momento della caduta della dinastia Tang, nel 907, la Cina aveva recuperato la maggior parte dei territori conquistati in passato dai tibetani. Nel periodo della dinastia Song (960-1276) le due nazioni non ebbero contatti l'una con l'altra; gli unici rapporti che il Tibet aveva con l'estero erano quelli con i vicini stati buddhisti a sud. La situazione cambiò quando Genghis Khan, nel 1206, si lanciò in una serie di conquiste che portarono alla supremazia mongola su un vasto impero che comprendeva l'Asia centrale e la Cina. I mongoli non riservarono molte attenzioni al Tibet fino al 1239, quando effettuarono una serie di incursioni nel paese. Prima di tornare indietro, arrivarono quasi fino a Lhasa.
Secondo i tibetani, le truppe mongole al loro ritorno in patria parlarono della grandezza spirituale dei lama tibetani a Godan Khan, nipote di Genghis Khan, e in risposta a ciò Godan Khan convocò Sakya Pandita, il capo spirituale del Monastero di Sakya, presso la sua corte. Il risultato di tale incontro fu l'inizio di un rapporto d'interdipendenza fra i Tibetani, profondamente religiosi, e i mongoli, militarmente avventurosi. Il buddhismo tibetano divenne la religione di stato dell'impero mongolo nell'Asia orientale e il capo Sakya Lama ne divenne la guida spirituale, una posizione che comportava anche l'assunzione del potere temporale sul Tibet. L'influenza dei Sakyapa durò meno di cento anni. Nel 1350 Changchub Gyaltsen (un monaco che aveva studiato a Sakya) cercò di sconfiggere i Sakyapa. La dinastia mongola Yuan in Cina perse il suo potere 18 anni più tardi, quando salì al trono la dinastia cinese Ming.
Caduto l'impero mongolo, sia la Cina sia il Tibet riconquistarono l'indipendenza. I rapporti fra Cina e Tibet assunsero la forma di regolari scambi di cortesie diplomatiche fra due governi indipendenti. Lo sforzo di Changchub Gyaltsen di far sparire tutte le tracce dell'amministrazione mongola costituì, per il Tibet, una vera e propria dichiarazione d'indipendenza dall'influenza straniera e un tentativo di ricerca di una identità nazionale.
Nel 1374 un giovane di nome Tsongkhapa cominciò a frequentare le principali scuole di buddhismo tibetano e studiò sotto la guida di eminenti lama. Tsongkhapa fondò un monastero a Ganden, vicino a Lhasa, dove gli apparve Atisha, lo studioso bengalese dell'XI secolo il cui contributo era stato fondamentale per la seconda diffusione del buddhismo in Tibet. Anche se è probabile che Tsongkhapa non intendesse fondare una nuova scuola di buddhismo, i suoi insegnamenti attrassero molti discepoli, i quali trovarono nel suo desiderio di ritorno ai precetti originari di Atisha una interessante alternativa alla via seguita dagli ordini politicamente corrotti Sakyapa e Kagyupa. Nel 1445, i suoi discepoli fondarono un monastero (Tashilhunpo) presso Shigatse e il movimento cominciò a essere conosciuto con il nome di ordine Gelugpa (virtuoso). Il fondatore di Tashilhunpo, Genden Drup, era nipote di Tsongkhapa. Prima della sua morte, annunciò che si sarebbe reincarnato in Tibet e diede ai suoi seguaci delle indicazioni che li avrebbero aiutati a ritrovarlo. La sua reincarnazione, Genden Gyatso, fu nominato capo del Monastero di Drepung, il più importante del Tibet a quel tempo, e consolidò ulteriormente il prestigio del nuovo ordine Gelugpa.
I mongoli cominciarono a interessarsi al nuovo e sempre più potente ordine del Tibet ai tempi della terza guida reincarnata del Gelugpa, Sonam Gyatso (1543-88). Con un gesto che ricordava l'ingresso dei Sakyapa sulla scena internazionale nel XIII secolo, Sonam Gyatso, nel 1578, accettò l'invito a incontrare Altyn Khan. Durante l'incontro, Sonam Gyatso ricevette il titolo di Ta-Le (Dalai), che significa 'Oceano', nel suo caso 'Oceano di Saggezza'. Al titolo fu dato valore retroattivo e venne quindi conferito anche alle due precedenti reincarnazioni, cosicché Sonam Gyatso divenne il terzo Dalai Lama.
I rapporti fra i mongoli e i Gelugpa segnarono l'ingresso dell'ordine dei Gelugpa nelle questioni temporali. I legami con i mongoli divennero più stretti quando, alla morte del terzo Dalai Lama nel 1588, la sua successiva reincarnazione fu trovata nel pronipote del mongolo Altyn Khan. Non c'è da meravigliarsi se i re di Tsang e i Karmapa del Monastero di Tsurphu videro l'alleanza fra i Gelugpa e i mongoli come una minaccia diretta al loro potere. Nel 1611 il re di Tsang attaccò i monasteri di Drepung e di Sera. Il quarto Dalai Lama fuggì dal Tibet e morì, all'età di 25 anni (probabilmente avvelenato), nel 1616.
Ben presto si trovò un successore per il quarto Dalai Lama e il ragazzo in questione fu condotto a Lhasa scortato dai mongoli. I sostenitori dei Gelugpa conquistarono il potere e nel 1640 le forze mongole intervennero in loro aiuto sconfiggendo le forze di Tsang. Il re fu preso in ostaggio e più tardi fu ucciso, probabilmente su pressione dei monaci di Tashilhunpo. Il quinto Dalai Lama riuscì a diffondere il suo potere in tutto il Tibet. Grazie all'appoggio dei mongoli, l'intero Tibet fu riappacificato entro il 1656 e in quel periodo il controllo del Dalai Lama si estendeva da Kailash a occidente fino a Kham a oriente. Il quinto Dalai Lama era diventato il sovrano spirituale e temporale di un Tibet riunificato.
Quando morì, nel 1682, il governo tibetano si trovò di fronte alla pericolosa prospettiva di trovare la sua reincarnazione e di aspettare poi 18 anni fino a quando il ragazzo in questione fosse diventato maggiorenne. Il reggente del Dalai Lama tenne segreta la morte e annunciò che il Dalai Lama era entrato in un lungo periodo di meditazione (più di 10 anni!). Nel 1695 il segreto fu scoperto e il reggente fu costretto a far salire al trono molto rapidamente il sesto Dalai Lama, un ragazzo che egli stesso aveva individuato. La scelta non fu particolarmente felice, dal momento che un monaco gesuita che lo incontrò osservò che 'nessuna persona di bell'aspetto, sia maschio sia femmina, poteva ritenersi al sicuro dalla sua sfrenata dissolutezza'.
In Cina la dinastia Ming era caduta nel 1644; il vuoto di potere venne colmato dai manchu provenienti dal nord, che fondarono la dinastia Qing (1644-1912). I rapporti del Tibet con il nuovo governo dei Qing furono difficili fin dall'inizio. Nel 1705, le forze mongole scesero a Lhasa, uccisero il reggente del Tibet e catturarono il sesto Dalai Lama con l'intenzione di consegnarlo all'imperatore Kang Xi di Pechino. Il Dalai Lama, però, morì durante il tragitto (probabilmente assassinato) e il principe Lhabzang Khan nominò un altro Dalai Lama a Lhasa. Le sue macchinazioni provocarono una forte ostilità nei suoi confronti da parte dei tibetani e gli crearono nemici fra le altre tribù mongole, che consideravano il Dalai Lama come il loro capo spirituale.
Nel 1717, i mongoli Dzungar attaccarono Lhasa, uccisero Lhabzang Khan e deposero dal trono il nuovo Dalai Lama. Il settimo, scelto dai tibetani stessi, era rinchiuso nel Monastero di Kumbum, sotto la 'protezione' cinese. L'imperatore Kang Xi, nel 1720, inviò delle truppe a Lhasa. Queste scacciarono i mongoli Dzungar e, avendo portato con sé il settimo Dalai Lama, furono viste come dei liberatori dai tibetani. L'imperatore Kang Xi dichiarò il Tibet un protettorato della Cina, un precedente storico per la conquista comunista avvenuta circa 250 anni più tardi.
In un primo momento i manchu nominarono un re, ma nel 1750 il potere temporale tornò nelle mani del settimo Dalai Lama, che governò con successo fino alla sua morte, avvenuta nel 1757. L'ultimo intervento militare cinese ebbe luogo come reazione all'invasione di gurkha da parte del Nepal nel 1788. Da questo momento in poi, l'influenza manchu in Tibet continuò a diminuire. Una conseguenza significativa di questo intervento fu il divieto dei contatti con l'estero, imposto per timore di un intervento britannico nell'invasione dei gurkha.
Nel momento in cui la Gran Bretagna perse ufficialmente i contatti con il Tibet e la Russia cominciò a estendere i confini del suo impero fino all'Asia centrale e all'India, lord Cuzon, viceré dell'India, decise di bloccare sul nascere i piani russi. In una spedizione del 1903 si scoprì che il Dalai Lama era fuggito in Mongolia con un 'consigliere' russo, Agvan Dorjeff. Ciò nonostante, la Gran Bretagna e il Tibet stipularono un accordo tramite delle negoziazioni con Tri Rinpoche, un lama che il Dalai Lama aveva nominato reggente in sua assenza. L'unica cosa che mancava all'accordo anglo-tibetano era la firma del sovrano manchu. In effetti, l'accordo implicava che il Tibet fosse un paese sovrano con il diritto di stipulare trattati su sua iniziativa. I manchu si opposero a questo trattato e nel 1906 la Gran Bretagna firmò un secondo accordo che riconosceva la sovranità della Cina sul Tibet.
Nel 1910, con la dinastia Qing sull'orlo del collasso, i manchu fecero valere il trattato e invasero il Tibet, costringendo ancora una volta il Dalai Lama alla fuga (questa volta fra le braccia degli inglesi in India). Fu proprio durante questo esilio che il Dalai Lama fece amicizia con sir Charles Bell, studioso del Tibet e politico. Questa amicizia diede inizio a una distensione nei rapporti fra Gran Bretagna e Tibet, tanto che la Gran Bretagna diventò un importante mediatore nelle relazioni fra Tibet e Cina.
Nel 1911 una rivoluzione in Cina provocò la caduta definitiva dei Qing. Lo spirito della rivolta si estese anche al Tibet, dove ci furono diversi ammutinamenti da parte delle truppe e aspri scontri fra l'esercito tibetano e l'esercito manchu. Alla fine del 1912 gli ultimi occupanti vennero cacciati dal Tibet e furono costretti a tornare in Cina passando dall'India. Nel 1913 il tredicesimo Dalai Lama ritornò a Lhasa. Per i trent'anni successivi, il Tibet fu libero da qualsiasi influenza da parte della Cina. Purtroppo, però, si trattò di un periodo piuttosto breve.
Nel 1920 sir Charles Bell si recò in missione a Lhasa. In questa occasione, il Dalai Lama accettò una fornitura di armi e munizioni moderne da parte della Gran Bretagna a scopo di autodifesa. Vennero costruite linee di comunicazione e piccole centrali idroelettriche e alcuni esperti inglesi analizzarono delle zone del Tibet per accertarne il potenziale minerario. L'ostacolo principale alla modernizzazione era, però, costituito dal sistema sociale tibetano. Per i monaci, infatti, il compito principale del governo era quello di mantenere lo status religioso del paese. I tentativi di modernizzazione erano visti come contrari a questo scopo e in breve tempo conobbero una forte opposizione. I timori dei monaci si dimostrarono fondati quando il Dalai Lama attivò l'esercito da poco costituito per sedare una rivolta minacciosa presso il Monastero di Drepung. Ben presto un'ondata di conservatorismo soffocò le innovazioni in corso. Il breve periodo d'indipendenza del Tibet fu caratterizzato anche dal conflitto fra il Panchem Lama e il Dalai Lama riguardo all'autonomia del Monastero di Tashilhunpo e delle sue proprietà.
Dopo la morte del tredicesimo Dalai Lama, nel 1933, il paese fu guidato dal reggente di Reting. L'attuale Dalai Lama, il quattordicesimo, fu trovato nel villaggio di Pari Takster vicino a Xining presso Amdo e fu nominato Dalai Lama nel 1940, all'età di quattro anni e mezzo. Nel 1947, Lhasa fu scossa da un tentativo di colpo di stato, chiamato Cospirazione di Reting. E nel 1949 il governo nazionalista cinese, contrariamente a tutte le previsioni, cadde sotto il dominio di Mao Zedong.
I tibetani non potevano certo immaginare che l'ascesa al potere dei comunisti in Cina avrebbe aperto il capitolo più triste della storia del Tibet. La 'liberazione' cinese del Tibet, infatti, causò la morte di 1,2 milioni di tibetani, incise duramente sullo stile di vita tradizionale del paese, provocò la fuga del Dalai Lama in India e la distruzione su larga scala di quasi tutte le strutture storiche dell'altopiano.
Nel 1950, un anno dopo l'ascesa al potere dei comunisti in Cina, l'esercito cinese attaccò il Tibet centrale e travolse il suo esercito scarsamente equipaggiato. A Lhasa, il governo tibetano reagì facendo salire al potere il quattordicesimo Dalai Lama, di soli 15 anni, un'azione che portò giubilo nel paese, ma che non valse a proteggere il Tibet dall'avanzata delle truppe cinesi. Anche l'appello alle Nazioni Unite si rivelò inutile: solo El Salvador infatti appoggiò una mozione per condannare l'invasione. La Gran Bretagna e l'India, paesi per tradizione sostenitori del Tibet, riuscirono a convincere l'ONU a non discutere della questione per timore della disapprovazione della Cina.
I cinesi stilarono un accordo e offrirono al Tibet la possibilità di siglarlo oppure di affrontare ulteriori aggressioni da parte della Cina. L'Accordo sulle Misure per una Liberazione Pacifica del Tibet, in 17 punti, prometteva un paese unico e due sistemi di governo, ma non garantiva che tale promessa sarebbe stata onorata. I cinesi prepararono un sigillo falso del Dalai Lama e ratificarono l'accordo. Inizialmente, l'occupazione avvenne in maniera ordinata. Con il passare del tempo, però, le truppe cinesi cominciarono a fare razzia nel paese e l'inflazione aumentò notevolmente. A questo punto, sembrava inevitabile che il Tibet si sarebbe ribellato e altrettanto inevitabile che i cinesi avrebbero represso la rivolta senza troppi problemi.
Nel 1959, in occasione del Capodanno tibetano, un gruppo di danzatori cinesi fu invitato presso la base militare di Lhasa. L'invito rivolto al Dalai Lama perché partecipasse ai festeggiamenti fu una sorta di ordine. Desideroso di evitare che i cinesi potessero offendersi, il Dalai Lama accettò. Con l'avvicinarsi del giorno stabilito, il capo della sicurezza del Dalai Lama scoprì che al Dalai Lama era stato chiesto di presentarsi in segreto e senza la sua solita scorta di 25 guardie del corpo. Nonostante il Dalai Lama avesse accettato queste condizioni, la notizia si diffuse e la frustrazione dei tibetani esplose. Sembrava, infatti, ovvio che i cinesi avessero intenzione di rapire il Dalai Lama. Un'immensa folla di persone si riunì intorno al Palazzo d'Estate di Norbulingka del Dalai Lama e i cittadini giurarono che l'avrebbero protetto con la loro vita.
Non avendo altra possibilità di scelta, il Dalai Lama cancellò il suo appuntamento presso la base militare. Nel frattempo, alla folla sulle strade si aggiunsero i soldati tibetani, che abbandonarono la loro divisa dell'Esercito di Liberazione Popolare e iniziarono a distribuire armi alla popolazione. Un gruppo di ministri annunciò che l'Accordo in 17 punti era nullo e che il Tibet rinnegava l'autorità della Cina.
Il Dalai Lama non aveva potere d'intervento e riuscì soltanto a scrivere alcune lettere di riconciliazione alla Cina, mentre il popolo si preparava alla guerra nelle strade di Lhasa. In un ultimo disperato tentativo di evitare spargimenti di sangue, il Dalai Lama arrivò addirittura a offrire se stesso ai cinesi. La risposta a questa offerta arrivò sotto forma di due ordigni fatti esplodere nei giardini del Norbulingka. Questo attacco mostrò chiaramente come l'unica possibilità rimasta al Dalai Lama fosse la fuga. Il 17 marzo il Dalai Lama lasciò Norbulingka travestito da soldato. Quattordici giorni più tardi era in India.
La guerra scoppiò la mattina del 20 marzo e centinaia di tibetani vennero uccisi dalle truppe cinesi. Una ricerca effettuata fra i cadaveri a Norbulingka rivelò che il Dalai Lama era fuggito. Dopo tre giorni di attacchi violenti, i tibetani morti per le strade di Lhasa erano tra i 10.000 e i 15.000. I cinesi consolidarono la loro repressione della rivolta di Lhasa assumendo il controllo di tutti i principali passi fra il Tibet e l'India.
I cinesi abolirono il governo tibetano e cominciarono a riorganizzare la società tibetana secondo i loro principi marxisti. Le persone colte e appartenenti all'aristocrazia furono destinate ai lavori umili e costrette a prendere parte a combattimenti, chiamati thamzing, nei quali spesso qualcuno restava ucciso. I cinesi cercarono di fomentare la lotta di classe e gli 'sfruttatori feudali' di un tempo (quelli per i quali i poveri del Tibet avrebbero dovuto nutrire un profondo risentimento) furono sottoposti a punizioni di crudeltà inaudita. Ai monaci fu richiesto di adottare uno stile di vita più secolare, che comprendeva anche il matrimonio. Particolarmente significativa in questa lunga serie di errori fu la decisione cinese di alterare le pratiche agricole tibetane. La coltivazione dell'orzo, il prodotto agricolo più diffuso in Tibet, fu sostituita da quella del riso e del grano. I contadini tibetani protestarono, sostenendo che questi prodotti non erano adatti alle condizioni climatiche del Tibet. Avevano ragione, e il risultato di questa scelta cinese fu una grande carestia. Si calcola che, alla fine del 1961, circa 70.000 tibetani erano morti di fame o stavano per morire.
Addirittura il Panchen Lama, fino ad allora tacito alleato dei cinesi, cominciò ad avere dei ripensamenti. Fece pervenire a Mao Zedong una relazione in cui descriveva la situazione difficile in cui si trovava il suo popolo, chiedendo, fra le altre cose, la libertà di culto e la fine delle razzie presso i monasteri tibetani. Quattro anni più tardi, egli scomparve in un carcere di alta sicurezza, dove rimase rinchiuso per 10 anni. Con il suo allontanamento, i cinesi avevano eliminato l'ultimo ostacolo alla costituzione della Regione Autonoma del Tibet.
La Regione Autonoma del Tibet venne ufficialmente alla luce nel 1965, fra squilli di tromba e racconti di tibetani felici che cercavano di ricacciare indietro lacrime di gratitudine nei confronti della grande madrepatria. Nel frattempo, però, in Cina stava cominciando un periodo di disordini. Quella che nel 1965 era iniziata come una lotta per il potere fra Mao e Liu Shaoqi, entro l'agosto del 1966 si era trasformata nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, un movimento destinato a colpire la Cina fin nelle sue viscere, a ribaltare le sue tradizioni, a causare numerosissimi morti e a consegnare il governo del paese alle Guardie Rosse. Tutta la Cina soffrì durante l'audace esperimento di Mao di creare un nuovo paradiso socialista, ma il Tibet fu la regione che soffrì maggiormente.
Le prime Guardie Rosse arrivarono a Lhasa nel luglio del 1966 e per più di tre anni proseguirono l'opera di distruzione dei monumenti culturali e religiosi del Tibet. Alla fine del 1969 l'Esercito di Liberazione Popolare (PLA) riuscì a porre sotto controllo le Guardie Rosse. Tuttavia, in Tibet gli episodi di violenza non accennarono a diminuire. Le rivolte erano di breve durata e venivano represse brutalmente. Nel 1975, un gruppo di giornalisti stranieri che appoggiavano la causa cinese furono invitati a recarsi in Tibet. Le loro testimonianze descrissero un quadro piuttosto triste di un paese la cui popolazione era stata messa in ginocchio dalla politica imposta dai cinesi e dalle atrocità da essi perpetrate. E ciò altro non era se non una sorta di genocidio culturale. Quello stesso anno, l'ultima base dei guerriglieri tibetani sovvenzionata dalla CIA venne chiusa a Mustang, nel Nepal settentrionale.
Alla morte di Mao, nel 1976, la ribellione era ancora in corso e cercare di mantenere la pace sull'altopiano era estremamente costoso per i cinesi. Il successore di Mao, Hua Guofeng, decise di ammorbidire la linea di governo nei confronti del Tibet e promosse una ripresa degli usi e costumi tibetani. A metà del 1977, la Cina annunciò che avrebbe gradito il ritorno nel paese del Dalai Lama e di altri rifugiati tibetani e di lì a poco il Panchen Lama fu rilasciato, dopo più di 10 anni di reclusione.
Quando fu invitato a tornare, il Dalai Lama chiese che gli fosse concesso di inviare una delegazione in Tibet per accertarsi della situazione. Stranamente, i cinesi acconsentirono. Tre delegazioni successive giunsero alla stessa amara conclusione: 1,2 milioni di morti, 4254 monasteri e conventi distrutti, due terzi del territorio tibetano annessi alla Cina, 100.000 tibetani costretti ai lavori forzati e una vastissima opera di disboscamento in atto. In soli 30 anni, i cinesi avevano trasformato il Tibet in una terra desolata e irriconoscibile.
In Cina, l'influenza politica di Hua Guofeng fu di breve durata e dopo di lui salì al potere Deng Xiaoping. Nel 1980, Deng inviò Hu Yaobang in missione da parte della Cina per verificare la situazione in Tibet. Questa missione coincise con le visite delle delegazioni inviate dal governo tibetano in esilio. Sebbene non fossero negative quanto quelle dei tibetani, le conclusioni di Hu dipinsero un quadro davvero desolato. Venne preparato un piano in sei punti per migliorare le condizioni di vita e le libertà dei tibetani, le tasse vennero diminuite per due anni e le iniziative imprenditoriali private vennero autorizzate, anche se con delle limitazioni. Come nel resto della Cina, il governo diede vita a un programma che estendeva le libertà individuali pur mantenendo un sistema politico autoritario a partito unico.
I primi anni '80 videro il ripristino, seppur limitato, della libertà di culto. I monasteri che non erano stati distrutti riaprirono e la Cina restituì al Tibet alcuni oggetti sacri. Vi fu pure un allentamento del divieto di compiere pellegrinaggi. Sulle strade di Lhasa cominciarono di nuovo ad apparire immagini del Dalai Lama. Nessuna di queste iniziative, però, indicava un cambiamento di rotta da parte della Cina in materia di religione. Chiunque esercitasse la libertà di culto lo faceva a proprio rischio e pericolo.
I colloqui volti a riportare il Dalai Lama nell'ambito dell'influenza della Cina proseguirono, ma con scarsi risultati. Nel 1983 tali colloqui erano ormai interrotti e i cinesi decisero che dopo tutto non volevano il ritorno del Dalai Lama. In questo stesso periodo, cominciò a emergere una certa politica cinese relativa all'immigrazione degli han sull'altopiano. Il Tibet fu considerato una meta ideale per l'immigrazione di massa e ai cinesi disposti a emigrare vennero offerti stipendi interessanti e prestiti senza interesse. Soltanto nel 1984, più di 100.000 cinesi han usufruirono degli incentivi per 'modernizzare' il Tibet.
Nel 1986, una nuova ondata di stranieri si riversò in Tibet. Quando i cinesi cominciarono a ridurre le restrizioni sul turismo, si verificò una vera e propria invasione di turisti individuali e di gruppi organizzati. Per la prima volta dopo l'occupazione cinese, gli occidentali potevano vedere di persona quali ne fossero stati gli effetti. Per la Cina l'ingresso degli stranieri in Tibet presentava aspetti sia positivi sia negativi: essi portavano nel paese valuta molto apprezzata, ma mostravano di simpatizzare con i tibetani.
Quando, nel settembre del 1987, un gruppo di 30 monaci del Monastero di Sera iniziarono a marciare intorno al Jokhang gridando 'Indipendenza per il Tibet' e 'Lunga vita a Sua Santità il Dalai Lama', parte della popolazione si unì a loro e molta gente fu arrestata. Quattro giorni più tardi un altro gruppo di monaci fece la stessa cosa, questa volta brandendo la bandiera del Tibet.
I monaci furono picchiati e arrestati. I turisti occidentali assistettero al formarsi di una folla di 2000 o 3000 tibetani arrabbiati. Le automobili della polizia vennero assalite e la polizia cinese cominciò a sparare sulla folla. La reazione della Cina fu molto dura. Vennero interrotte tutte le comunicazioni con l'esterno e gli stranieri furono fatti allontanare da Lhasa. Era, però, troppo tardi per evitare che le testimonianze dirette degli occidentali pervenissero ai giornali di tutto il mondo. A Lhasa ci fu una forte repressione, ma ciò non impedì alla protesta di manifestarsi ancora nei mesi successivi.
Già a metà degli anni '70 il Dalai Lama era diventato una personalità importante a livello internazionale e, dal suo esilio di Dharamsala in India, si adoperava senza sosta per fare in modo che il mondo si rendesse conto di quello che stava accadendo al suo paese. La sua visita negli USA portò alla condanna ufficiale dell'occupazione cinese del Tibet. Nel 1987 si rivolse al Congresso degli USA per stilare un piano di pace in cinque punti.
Tale piano prevedeva che il Tibet divenisse una 'Zona di Pace', che fosse abbandonata la politica di appoggio dell'immigrazione degli han, che venissero ripristinati i diritti fondamentali dell'uomo e le libertà democratiche, che fosse protetto il patrimonio naturale del Tibet, che cessasse lo smaltimento di rifiuti nucleari sull'altopiano e che fosse avviato il dialogo tra cinesi e tibetani sul futuro del Tibet. I cinesi condannarono il piano pubblicamente e mantennero la stessa posizione quando, un anno dopo, il Dalai Lama pronunciò un discorso al Parlamento Europeo di Strasburgo nel quale chiedeva la piena indipendenza per il proprio paese e offriva ai cinesi il diritto di occuparsi degli affari esteri e militari del Tibet.
Nel 1989 le proteste in Tibet continuarono e alcuni elementi della comunità tibetana in esilio iniziarono a parlare di un ricorso alle armi. Si trattava di una eventualità cui il Dalai Lama si era sempre opposto. Secondo lui, qualsiasi miglioramento della situazione in Tibet doveva essere ottenuto con metodi non violenti. Nel 1989, i suoi sforzi per ottenere pace e libertà per il suo popolo furono ricompensati con il Nobel per la Pace.
I tibetani oggi hanno riconquistato molte libertà di culto, ma a caro prezzo. I monaci e le religiose, che sono spesso i più attivi nelle proteste e nelle aspirazioni indipendentiste, sono guardati con sospetto dalle autorità e spesso vengono arrestati e malmenati. Una volta incarcerati, le nuove leggi impediscono loro di tornare ai propri monasteri. Negli ultimi anni le istituzioni religiose sono state al centro di una campagna di 'rieducazione patriottica' e di 'ateismo civilizzatore' e sono state imposte quote restrittive relativamente al numero di monaci e religiose che possono far parte di un monastero. I monaci di Drepung sono stati costretti a firmare una denuncia di condanna del Dalai Lama, pena la reclusione. Ufficialmente, i cinesi negano l'esistenza di una qualsiasi politica a favore dell'immigrazione degli han in Tibet, ma la questione non è risolta e i tibetani rischiano di diventare una minoranza nel loro paese.
Le proteste e le azioni repressive da parte del governo sono continuate fino alla fine degli anni '90; il governo cinese ha continuato a considerare il Tibet come una provincia cinese e sembra non essere per nulla vicino alla conclusione di un accordo di qualsiasi genere con il Dalai Lama.
Tuttavia, vi sono stati alcuni sviluppi positivi. Nel 1997 il governo USA ha nominato un 'Coordinatore Speciale per il Tibet' e il viaggio in Cina del presidente Clinton nel 1998 ha fatto tornare alla ribalta la questione del Tibet. Lo status quo non è, però, cambiato.
Il governo tibetano in esilio, con sede a Dharamsala (nell'India del Nord) amministra tutte le questioni che riguardano i tibetani in esilio. Il popolo tibetano lo considera come l'unico governo legittimo.
Alla fine di maggio 2004 il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese in un documento ha dichiarato: «Con l’applicazione dell’autonomia etnica regionale, il popolo tibetano gode pienamente del diritto politico dell’autonomia, ha pieni poteri decisionali per lo sviluppo economico e sociale, ha libertà di ereditare e sviluppare le proprie tradizioni e di praticare il credo religioso». Secondo Pechino, con la fuga del Dalai Lama nel 1959 si è messo fine a una «schiavitù feudale e teocratica, persino più oscura e retriva del medioevo europeo». In questo rapporto sono state gettate nell'oblio la distruzione, le uccisioni e le torture avvenute durante la Rivoluzione Culturale cinese (1966-1976), il vero e proprio stato di polizia presente oggi in Tibet. Il governo tibetano in esilio sostiene che la Cina ha perseguito il genocidio del popolo tibetano fin dal 1951, provocando la morte di un milione e duecentomila persone e tentando di sradicarne la cultura e la religione.
Nel corso degli anni Ottanta il Dalai Lama aveva proposto di rendere vigente in Tibet il medesimo ordinamento di Hong Kong ma le autorità di Pechino hanno respinto l'ipotesi poiché ritengono il principio di «una nazione, due sistemi» applicabile soltanto a quelle regioni che l'aggressione «imperialista» aveva strappato alla Cina e non al Tibet, territorio che da sempre è considerato come cinese.
Nel 1997, il governo degli Stati Uniti creò un 'Coordinatore speciale' per il Tibet e nel 1998 un commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Mary Robinson, visitò la regione. Si parlò anche di una rappacificazione con il governo di Pechino, e nel 2002 una delegazione del Dalai Lama visitò il paese.
Attualmente il problema dell'indipendenza del Tibet resta ancora aperto e il Dalai Lama è tuttora in esilio.
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