Alaska:

    Storia

    Dall'arrivo dei bianchi, l'Alaska ha tratto sia vantaggi sia svantaggi dalle sue risorse naturali. C'era un tempo in cui la pelliccia aveva ancora un grande valore, i picconi trovavano sempre l'oro, le balene si dirigevano compiacenti verso gli arpioni e il petrolio sgorgava nelle condutture: allora l'Alaska sembrava un immenso e ricco contenitore di risorse naturali. Ma appena queste stesse risorse hanno cominciato a venir meno e ad esaurirsi, lo stato è caduto in disgrazia, ed è stato spesso descritto come una terra brulla e ingrata che solo gli orsi polari o gli inuit potevano abitare.

    I primi abitanti dell'Alaska migrarono dall'Asia verso il Nord America a partire da 40.000 anni fa, durante un'era glaciale che fece sommergere dalle acque dell'oceano un ponte di terra di 1449 km separando la Siberia e l'Alaska. Anche se molte di queste tribù nomadi proseguirono verso sud, quattro gruppi etnici rimasero in questi territori selvaggi: gli athabaski, gli aleuti, gli inuit e le tribù dei tlingit e degli haidas che abitano le zone costiere. Il primo uomo di origine caucasica a mettere piede in Alaska fu Virtus Bering, un navigatore danese che si imbarcò per conto dello zar di Russia nel 1728; egli fornì subito informazioni sulla grande ricchezza che si poteva trarre dallo sfruttamento delle pelli delle numerose foche e lontre marine. I russi crearono immediatamente a Kodiak Island una base per il commercio delle pelli: un'attività portata avanti illegalmente, che sterminò gli animali senza alcun tipo di regolamentazione fino a che fu istituita una compagnia russo-americana, nel 1790. Altri invasori Europei, principalmente spagnoli e inglesi, furono attratti da queste coste così proficue, ma il predominio russo continuò indisturbato fino al XIX secolo.

    Il mercato delle pelli conobbe tempi duri nel 1860 e, con le guerre europee che richiedevano sia attenzioni sia risorse, i russi decisero di vendere le loro proprietà; molte proposte in tal senso furono fatte agli Stati Uniti, i quali, dopo essersi mostrati indecisi, nel 1867 firmarono un accordo assai conveniente in base al quale acquistarono la regione per 7,2 milioni di dollari (meno di un cent all'ettaro). Nonostante l'affare, l'Alaska rimase disorganizzata e senza legge, accessibile e apprezzabile solo per pochi colonizzatori, fino a che le sue risorse naturali non cominciarono a essere sfruttate una a una.

    Prima fu il turno delle balene, catturate soprattutto nel sud-est, e poi dei numerosissimi salmoni; ma il vero boom dell'economia e della popolazione si ebbe in Alaska nel 1880 con la scoperta dell'oro.

    Con quella fiducia che sempre accompagna la ricchezza e con il passaggio da un secolo all'altro, gli abitanti dell'Alaska (tutti e sessantamila) cominciarono a esigere garanzie per il loro futuro.

    Il Congresso cominciò a concedere privilegi legislativi senza voto ma il movimento, che rivendicava il diritto di sovranità, si arrestò durante la prima guerra mondiale quando molti abitanti partirono verso sud alla ricerca di lavori meglio retribuiti. L'Alaska, quasi disabitata, sonnecchiò fino a metà del 1942, allorquando i Giapponesi suonarono le campane di guerra attaccando le isole Aleutine e Attu. Vennero allora costruite grandi basi militari e infrastrutture dagli Stati Uniti che avevano risposto a questo attacco militare inflitto ai territori nord-occidentali. Degno di nota è soprattutto il fatto che fu costruito l'Alcan (Alaska-Canada), l'unico collegamento via terra tra l'Alaska e il resto degli USA, un capolavoro della tecnica di 2447 km portato a termine in poco più di otto mesi. L'iniezione di fondi e l'impegno personale per la ricostruzione post bellica, portò a una svolta nella storia di questo stato. Nel 1959 il presidente Eisenhower proclamò l'Alaska quarantanovesimo stato dell'Unione, consentendo agli abitanti di coniare l'intelligente e scherzoso soprannome "Lower 48".

    Nel 1968 furono scoperti importanti giacimenti petroliferi sotto Prudhoe Bay nel Mar Glaciale Artico, che furono la causa di accese polemiche tra un'avida industria petrolifera, gli ambientalisti e i nativi dell'Alaska che cercavano di avanzare rivendicazioni di carattere etico verso quella terra che ora stava promettendo di dare straordinarie ricchezze. Fu firmato un trattato con le popolazioni indigene, nel 1971, e furono costruiti 1270 km di oleodotto fino al porto di Valdez.

    Nel 1977 il petrolio, che aveva reso l'Alaska lo stato più ricco degli USA, cominciò a fluire. Il petrolio è ancora considerato da molti abitanti dell'Alaska come il loro bene più prezioso, nonostante le ombre gettate dalla caduta dei prezzi mondiali nel 1986 e dal tragico disastro dell'Exxon Valdez nel 1989.

    Lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare del petrolio, è un argomento scottante in Alaska, che riguarda contemporaneamente la tanto desiderata indipendenza da Washington, gli interessi dei gruppi ambientalisti, il desiderio del benessere economico e i diritti delle popolazioni indigene. Una crescente consapevolezza del fatto che le zone selvagge dell'Alaska siano una notevole risorsa naturale, e che possono avere ancor più valore se lasciate intatte, potrebbe essere il sentimento che salverà le meravigliose terre di questo paese.

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