Dal 7 aprile del 1994 al giugno dello stesso anno in Ruanda si è perpetrato uno dei più sanguinosi crimini umanitari che la storia dell’uomo abbia conosciuto. Circa un milione di ruandesi di etnia tutsi è stato massacrato dai connazionali hutu. Il massacro ha lasciato enormi ferite nella regione dei Grandi Laghi, ma la comunità internazionale pare non aver dato molto peso alla cosa.
Per secoli tre gruppi etnici diversi hanno pacificamente convissuto in Ruanda: i tutsi, gli hutu e i meno numerosi twa (o Batwa). Al termine del XIX secolo l’area è finita sotto il controllo tedesco, durato fino al 1916, anno in cui le truppe belghe hanno occupato parte dei territori dei Grandi Laghi. Dopo la seconda guerra mondiale e fino all’indipendenza del 1962, il Ruanda è stato un protettorato delle Nazioni Unite, rappresentato da un re tutsi sotto il Governo del Belgio, che ha di fatto controllato il Paese e iniziato la discriminazione razziale nei confronti degli hutu (in maggioranza), a favore dei tutsi (circa un decimo degli hutu), penalizzando gli hutu soprattutto nei diritti di impiego nel settore pubblico.
Col tempo gli hutu hanno avvertito il bisogno di far sentire il loro peso, costringendo il re Kigeri V ed altri tutsi ad emigrare in Uganda nel 1959. In quel periodo iniziarono i primi episodi di violenza.
Nei primi anni 90 le truppe del RPF (Rwandan Patriotic Front) invadono il paese e la tensione tra le due etnie aumenta. Il 6 aprile 1994 l’aereo su cui viaggiava Juvenal Habyarimana (presidente hutu dopo il colpo di stato avvenuto nel 1973) è stato abbattuto e il 7 aprile è iniziato il genocidio dei tutsi, accusati dalla maggioranza hutu di essere responsabili dell'accaduto. Circa un milione di tutsi sono stati sterminati, senza distinzioni tra uomini, donne e bambini, e spesso coinvolgendo tra le vittime hutu moderati o legati da vincoli famigliari a persone di etnia tutsi. La comunità internazionale ha limitato gli interventi nella zona, inviando un piccolo contingente di pace delle Nazioni Unite, che con il passare del tempo è stato ridotto da 2400 a 500 uomini.
Una grave colpa per l'occidente. Non è un caso che il conflitto si sia concluso proprio nel momento in cui le fonti di informazione posero la loro attenzione sulla questione ruandese. Nel mese di giugno del 1994 il RPF riuscì a porre fine ai massacri, ma non senza ricorrere alla violenza. Il RPF, con a capo Paul Kagame, ottenne il controllo del Ruanda. Oltre 2 milioni di hutu fuggirono nei paesi limitrofi, soprattutto nello Zaire.
Nello Zaire, gli estremisti hutu si organizzarono in campi di addestramento per ritornare a combattere in Ruanda contro i tutsi. Intanto, l’ONU istituiva il Tribunale Internazionale per i Crimini in Ruanda, processando numerosi hutu accusati di crimini contro l’umanità.
La violenza continua. Nella zona del Kivu, al confine tra Ruanda e Zaire, gli scontri tra hutu e tutsi proseguono fino al 1996, anno in cui le milizie tutsi invadono lo Zaire per riportare i rifugiati in Ruanda. Nel 1997, i ribelli provenienti dal Ruanda e dall’Uganda depongono il presidente zairese Mobutu e instaurano al suo posto Kabila: lo Zaire prende il nome di Repubblica Democratica del Congo. Nel conflitto, poco noto in occidente, perdono la vita circa tre milioni di congolesi. La guerra termina nel 2002: il Ruanda accetta di ritirare le proprie truppe a patto di vedersi consegnare i profughi hutu disarmati.
I tutsi, ora al governo con Paul Kagame (eletto nel 2000 e riconfermato nel 2003, con la prima elezione dopo il genocidio), accusano il tribunale dell'ONU di lentezza e di corruzione.
Oltre dieci anni dopo il genocidio, la condizione in Ruanda è ancora drammatica. Nonostante i proclami del presidente Kagame, l’odio tra le due etnie è ancora vivo. Per di più, il virus dell’AIDS è diventato una calamità, mettendo in ginocchio la popolazione.
A tutto ciò si aggiunge una situazione economica non rassicurante: il 90% della popolazione è impiegata nel settore agricolo (che rappresenta il 42% del PIL), ma se la densità demografica aumenta (il Ruanda è lo stato africano con il maggior numero di abitanti per chilometro quadrato), il terreno impoverisce e riduce la sua resa.
L'attuale governo sta comunque lavorando sodo per mantenere una certa stabilità politica e la pace.
Per secoli tre gruppi etnici diversi hanno pacificamente convissuto in Ruanda: i tutsi, gli hutu e i meno numerosi twa (o Batwa). Al termine del XIX secolo l’area è finita sotto il controllo tedesco, durato fino al 1916, anno in cui le truppe belghe hanno occupato parte dei territori dei Grandi Laghi. Dopo la seconda guerra mondiale e fino all’indipendenza del 1962, il Ruanda è stato un protettorato delle Nazioni Unite, rappresentato da un re tutsi sotto il Governo del Belgio, che ha di fatto controllato il Paese e iniziato la discriminazione razziale nei confronti degli hutu (in maggioranza), a favore dei tutsi (circa un decimo degli hutu), penalizzando gli hutu soprattutto nei diritti di impiego nel settore pubblico.
Col tempo gli hutu hanno avvertito il bisogno di far sentire il loro peso, costringendo il re Kigeri V ed altri tutsi ad emigrare in Uganda nel 1959. In quel periodo iniziarono i primi episodi di violenza.
Nei primi anni 90 le truppe del RPF (Rwandan Patriotic Front) invadono il paese e la tensione tra le due etnie aumenta. Il 6 aprile 1994 l’aereo su cui viaggiava Juvenal Habyarimana (presidente hutu dopo il colpo di stato avvenuto nel 1973) è stato abbattuto e il 7 aprile è iniziato il genocidio dei tutsi, accusati dalla maggioranza hutu di essere responsabili dell'accaduto. Circa un milione di tutsi sono stati sterminati, senza distinzioni tra uomini, donne e bambini, e spesso coinvolgendo tra le vittime hutu moderati o legati da vincoli famigliari a persone di etnia tutsi. La comunità internazionale ha limitato gli interventi nella zona, inviando un piccolo contingente di pace delle Nazioni Unite, che con il passare del tempo è stato ridotto da 2400 a 500 uomini.
Una grave colpa per l'occidente. Non è un caso che il conflitto si sia concluso proprio nel momento in cui le fonti di informazione posero la loro attenzione sulla questione ruandese. Nel mese di giugno del 1994 il RPF riuscì a porre fine ai massacri, ma non senza ricorrere alla violenza. Il RPF, con a capo Paul Kagame, ottenne il controllo del Ruanda. Oltre 2 milioni di hutu fuggirono nei paesi limitrofi, soprattutto nello Zaire.
Nello Zaire, gli estremisti hutu si organizzarono in campi di addestramento per ritornare a combattere in Ruanda contro i tutsi. Intanto, l’ONU istituiva il Tribunale Internazionale per i Crimini in Ruanda, processando numerosi hutu accusati di crimini contro l’umanità.
La violenza continua. Nella zona del Kivu, al confine tra Ruanda e Zaire, gli scontri tra hutu e tutsi proseguono fino al 1996, anno in cui le milizie tutsi invadono lo Zaire per riportare i rifugiati in Ruanda. Nel 1997, i ribelli provenienti dal Ruanda e dall’Uganda depongono il presidente zairese Mobutu e instaurano al suo posto Kabila: lo Zaire prende il nome di Repubblica Democratica del Congo. Nel conflitto, poco noto in occidente, perdono la vita circa tre milioni di congolesi. La guerra termina nel 2002: il Ruanda accetta di ritirare le proprie truppe a patto di vedersi consegnare i profughi hutu disarmati.
I tutsi, ora al governo con Paul Kagame (eletto nel 2000 e riconfermato nel 2003, con la prima elezione dopo il genocidio), accusano il tribunale dell'ONU di lentezza e di corruzione.
Oltre dieci anni dopo il genocidio, la condizione in Ruanda è ancora drammatica. Nonostante i proclami del presidente Kagame, l’odio tra le due etnie è ancora vivo. Per di più, il virus dell’AIDS è diventato una calamità, mettendo in ginocchio la popolazione.
A tutto ciò si aggiunge una situazione economica non rassicurante: il 90% della popolazione è impiegata nel settore agricolo (che rappresenta il 42% del PIL), ma se la densità demografica aumenta (il Ruanda è lo stato africano con il maggior numero di abitanti per chilometro quadrato), il terreno impoverisce e riduce la sua resa.
L'attuale governo sta comunque lavorando sodo per mantenere una certa stabilità politica e la pace.
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