Benin:

    Storia

    Fino al XVII secolo la storia del Benin non si può isolare da quella dell'intera Africa occidentale divisa in numerosi piccoli principati. Si sa che basta una mela marcia per contaminare le altre e, nel caso del Benin, uno dei principi litigò con il fratello e si impadronì prima di Abomey e poi dell'intero regno di Dan, che prese il nome di Dahomey (che in fon significa 'nella pancia di Dan'). In seguito il re fece il giuramento - poi ripetuto dai suoi successori - di annettere nuove terre a quelle ereditate, promessa che evidentemente portò a una guerra dopo l'altra e a un pessimo rapporto con gli Yoruba nigeriani.

    Si sa che poco lontano da una buona guerra c'è sempre l'Europa, e i portoghesi, ma non solo, cominciarono a impiantare le prime stazioni commerciali a Porto Novo e a Ouidah. Il regno di Dahomey accettò di commerciare con gli europei, e la principale mercanzia furono i prigionieri di guerra venduti come schiavi in cambio di armi. Per ben più di un secolo una media di 10.000 schiavi all'anno venne trasportata nelle Americhe, molti in Brasile e nei Caraibi e una gran parte ad Haiti, dove diffusero le loro conoscenze e pratiche vudù. Il Benin divenne la zona forse più frequentata dagli europei e il Benin meridionale può rivendicare il poco onorevole titolo di 'Costa degli schiavi'.

    Nel XIX secolo i francesi penetrarono nel paese e ottennero il controllo della costa, annettendo il regno del Dahomey all'Africa occidentale francese. Noto come 'l'angolo latino dell'Africa occidentale', il Dahomey divenne famoso nel secolo successivo per la sua élite istruita di impiegati e consulenti locali. L'alto livello d'istruzione si ritorse contro la Francia perché gli abitanti cominciarono ben presto a protestare contro la cosiddetta 'assimilazione', a esigere l'uguaglianza e addirittura a pubblicare un giornale di denuncia.

    Dopo la seconda guerra mondiale il popolo del Dahomey progredì rapidamente, dando vita a sindacati e partiti politici, e nel 1960 ottenne senza scalpore l'indipendenza dalla Francia. Tutti gli impiegati originari del Dahomey che svolgevano il proprio lavoro di consulenti dei funzionari statali in altri paesi dell'Africa francese vennero espulsi in massa. Il loro rientro in patria fu causa di tensioni che sfociarono nel colpo si stato militare del 1963. Nei nove anni successivi il Benin divenne la Bolivia africana: si susseguirono cinque colpi di stato, nove governi e cinque costituzioni. Con la loro tipica ironia beffarda, gli abitanti del paese chiamano questo periodo il 'folklore'. Nonostante questi sconvolgimenti, la pacifica e civile natura del popolo fon ebbe la meglio e nessun leader fu mai giustiziato, anzi quando il generale Soglo fu deposto nel 1967, i militari bussarono educatamente alla porta per comunicargli: 'Lei è deposto'.

    Le cortesie però non durarono a lungo: nel 1972 il tenente colonnello Mathieu Kérékou prese il potere, chiamò la radio 'la voce della rivoluzione' e fomentò il risentimento contro i bianchi. Il marxismo divenne l'ideologia ufficiale del paese che nel 1974 prese il nome di Benin e visse un periodo di omicidi, rivolte e scioperi. Nel 1977 un gruppo di esuli, alcuni europei e un mercenario francese atterrarono all'aeroporto di Cotonou per tentare un nuovo colpo di stato: i combattimenti durarono qualche ora, poi il commando riprese il volo. La rivoluzione portò alla centralizzazione dell'industria e dell'agricoltura, ad ammonimenti nei confronti delle chiese e a uno spirito militante nell'esercito, ma fu in effetti più retorica che reale visto che l'industria privata continuò a svilupparsi. A metà degli anni '80 la confusa situazione economica portò a nuovi tentativi di colpo di stato, ben sei in un solo anno. Verso la fine degli anni '80, con gli occhi del mondo puntati sull'Europa orientale, ben pochi si accorsero degli scioperi, delle rivolte, degli episodi di sciacallaggio e delle repressioni che ebbero luogo nelle strade di Porto Novo.

    Nel 1990 Kérékou prese atto del fallimento del suo piano economico, rinunciò al marxismo e convocò una nuova assemblea costituente. Nonostante le accuse ricevute per gli insuccessi e gli abusi del passato, Kérékou ottenne l'appoggio dei delegati che organizzarono un nuovo colpo di stato in suo favore. L'anno seguente furono convocate elezioni libere e Kérékou perse il potere per qualche anno, ma nel 1996 venne incredibilmente rieletto. La crisi economica a metà degli anni '90 è stata superata velocemente grazie in parte alla ripresa dello sviluppo e alla stabilità e in parte a un diffuso ottimismo. Nelle elezioni del marzo 2001, Mathieu Kérékou è stato riconfermato presidente.

    Il 16 dicembre 2002 (primo turno) e il 19 gennaio 2003 (secondo turno), a Cotonou, si sono svolte le prime elezioni comunali libere di tutto il paese, dopo la fine del partito unico nel 1990.

    La coalizione governativa Unione per il Benin del Futuro (Ubf) è uscita vincitrice dalle elezioni legislative del 31 marzo 2003, conquistando 52 seggi su 83 e ottenendo così la “chiara maggioranza” che sino a quella data le era mancata.

    Il Benin resta uno degli Stati più poveri al mondo, ma a differenza degli altri vicini dell’Africa occidentale, come Nigeria, Togo, Burkina Faso, è una nazione che sta attraversando alcune positive trasformazioni dal punto di vista politico, economico e sociale. Infatti nel 2006 il governo ha firmato un accordo di US$307 milioni con la Millennium Challenge Corporation, fondata dall'amministrazione USA per aiutare i paesi meno fortunati. Grazie a questo accordo, il Benin spera di strappare alla povertà circa 250,000 persone entro il 2015.

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