Vivere l'Asia: dall'Iran al Delta del Mekong

Ragazza nomade del Tibet occidentale - foto di Kazuyoshi Nomachi

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Dall'Iran al Vietnam la vita si svolge così, scandita dal più grande direttore d'orchestra di tutti i tempi: la natura.

Vivere l'Asia: dall'Iran al Delta del Mekong

È estate nel Dasht-e Kavir, il più settentrionale dei due deserti distesi sotto il sole dell'Iran come due cammelli che si stanno lentamente disidratando. La temperatura si aggira attorno a 50°C. La distesa di sabbia e sale è di un biancore accecante. Il deserto è assordante nel suo assoluto, inimmaginabile silenzio.

A Garmeh, città d'oasi, i cammelli più fortunati si riparano nelle poche zone all'ombra che riescono a trovare. Al di là delle mura di mattoni di fango, decine di tipi diversi di palme da dattero assorbono la fresca acqua sorgiva cui Garmeh deve la propria esistenza. Eppure, in questo ambiente così aspro e desolato, un uomo di nome Maziar vive una vita che molti non riuscirebbero neanche a immaginare.

Maziar, sua moglie, i suoi genitori e qualunque visitatore essi ospitino nella loro guesthouse abitano in una serie di stanze coperte di variopinti tappeti persiani e costruite una decina di metri sottoterra, dove la temperatura è inferiore di 25° rispetto a quella esterna. Qui suonano, dormono, socializzano, in una sola parola vivono, fin quando il sole allenta la sua morsa rovente e inizia lentamente a scomparire sotto un cielo acceso di mille colori. Mentre il crepuscolo scende su Garmeh accolto dai lamenti dei cammelli, Maziar e la sua famiglia stanno a guardare dal piatto tetto della loro casa, fatta con i tre elementi che costituiscono l'oasi: sabbia, acqua e palme. È di nuovo arrivato il fresco della sera e con esso il momento della cena, che probabilmente sarà a base di kebab di cammello seguito da datteri come dessert. La loro vita si svolge così, a un ritmo scandito dal più grande direttore d'orchestra di tutti i tempi: madre natura. [...]

Per Passang, in Nepal, la vita invece è molto diversa. La sua casa sorge in un villaggio sparso sulle pendici di una montagna, circondata da piccoli campi terrazzati e da altre casette. È un luogo incredibilmente bello. Le vette frastagliate danno un senso di protezione e fungono da cuscinetto con il mondo esterno.

All'ombra di questa roccia scoscesa, è facile dimenticare che al di là delle montagne esiste un altro mondo. Eppure, nonostante tutta questa bellezza, per Passang e per la sua famiglia [...] ogni azione è una reazione alle montagne. Non esistono strade che colleghino il villaggio con il mondo e ogni spostamento viene effettuato a piedi. Per recarsi in visita da un vicino può essere necessario salire di varie centinaia di metri: gli abitanti di questi posti sono sempre in ottima forma fisica fino a quando sono in punto di morte. Sono in gran parte alimentarmente autosufficienti ma si nutrono quasi esclusivamente di patate, orzo e verdura, oltre che della carne di pecora, manzo e yak.

Che siano percorsi dai piedi dei portatori o dalle zampe degli onnipresenti yak, i tortuosi sentieri di montagna (tanto amati dagli escursionisti occidentali) rendono possibili i commerci in Himalaya, così come gli autocarri e le navi mercantili fanno in Occidente. Gli yak e i portatori attraversano le montagne trasportando merci quali sapone, zucchero, sigarette, sale e stoffa. Passang contratterà con uno di loro, magari offrendogli vitto e alloggio in cambio di uno sconto.

Anche in tempo di guerra le montagne sono la forza dominante in questa parte del mondo. Senza gli elicotteri, la lunghezza e la lentezza degli spostamenti hanno per anni giocato a favore dei ribelli maoisti, che probabilmente amano la protezione naturale offerta dal territorio con la stessa forza con cui odiano le privazioni che sono costretti a sopportare durante l'inverno himalayano. [...]

Mai come nella stagione dei monsoni è evidente quanto in questi luoghi la vita sia indissolubilmente legata alla morte. Con le piogge, migliaia di affluenti portano acqua ai grandi fi umi. Se queste sono le arterie dell'Asia, verso la fine dei monsoni la pressione sanguigna del continente aumenta pericolosamente. Nel delta del Brahmaputra, in Bangladesh, la questione non è se il fiume ucciderà, ma quante persone moriranno. È una tragedia che si ripete anno dopo anno in una parte del mondo nota alla maggioranza dell'umanità soltanto per la sua alluvione annuale. Le vite e le risorse che vanno perdute nel Golfo del Bengala vengono rese note al resto del mondo con brevi comunicati televisivi, eppure, dopo che l'acqua è rientrata negli argini, i corpi sono stati recuperati e le barche di salvataggio sono rientrate in porto, i bengalesi tornano al delta del Brahmaputra in cerca della vita che il fi ume porta con sé.

Fra le sorgenti dei fiumi e il mare si estendono vaste terre coltivate, migliaia di città grandi e piccole, frenetiche (come Shànghǎi, Dhaka, Karachi e Ho Chi Minh City) e tranquille (Leh, Luang Prabang, Vientiane e Phnom Penh). Da non dimenticare la giungla, particolarmente bella lungo il Mekong, in Laos. Proprio in Laos, Kanchana vive vicino alla città di Xieng Kok. È un luogo di straordinaria bellezza, in un'ansa del Mekong proprio sotto il confine con la Cina, nel cosiddetto Triangolo d'Oro, con alte colline ammantate del tipo di giungla che piacerebbe a Tarzan: vecchi alberi giganteschi coperti di liane, con una chioma così fitta che la luce riesce a malapena a penetrare fi n nell'umido e caldo sottobosco.

Qui, nella penombra del mattino e del tardo pomeriggio, Kanchana e gli altri abitanti del villaggio cercano quelli che vengono genericamente chiamati 'prodotti della giungla': radici medicinali, funghi, cortecce, erbe e una quantità incredibile di rane e rospi. Basterebbe cambiare i nomi delle popolazioni, degli insetti e delle piante e si potrebbe essere in qualunque posto del Borneo, di Sumatra, del Myanmar, delle Filippine, del Vietnam o della Thailandia. Ma anche in questo remoto luogo dell'Asia, la pressione demografica (con la conseguente pratica, sempre più diffusa, dell'agricoltura 'taglia e brucia') e l'avidità stanno imponendo un pesante tributo. [...]