Taiwan, i due volti dell'isola "formosa"

Longshan Temple © Jacopo Tomatis

Longshan Temple © Jacopo Tomatis

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Modernità e tradizione, Longshan Temple e Night Market, Oriente e Occidente: tutto questo sembra convivere alla perfezione nella capitale Taipei. Nel racconto di Jacopo Tomatis i diversi volti di Taiwan, l'altra Cina, l'isola bellissima ("formosa" in portoghese) capace di ipnotizzare il viaggiatore.

Taiwan, i due volti dell'isola "formosa"

Articolo di Jacopo Tomatis [redattore del giornale della musica]



Un'isoletta grande come l'Olanda, comunemente associata con elettronica a basso costo e borse contraffatte, non è probabilmente fra le mete più attraenti per il viaggiatore italiano. Ci sono altre Asie, sulla carta più appetibili: la modernità tutta originale del Giappone, o la millenaria Cina, o le culture indocinesi. Perché Taiwan? Intanto, per il gentile invito ricevuto dalla WASBE (la World Association for Symphonic Ensembles and Bands), in occasione del meeting internazionale a Chiayi, città di duecentosettantamila abitanti nella parte centro-sud dell'Isola. E poi, insomma, perché darsi alle scelte scontate? Quanti dei vostri amici sono stati a Taiwan?

Un buon punto di partenza, usciti dal sontuoso Longshan Temple, potrebbe essere il mercato notturno, soprattutto se siete appena arrivati a Taipei con i bioritmi ancora incasinati dal jet lag. Solo così, non avendo ben chiaro se avete voglia di far colazione, pranzo o cena, potrete apprezzare lo shock olfattivo di calamari essiccati, frutti di mare pastellati, pastella frittellata e rifritta, uova nere galleggianti in liquidi neri, salsicciotti, maiale, pollo e altre carni meno interpretabili.

Se siete coraggiosi, potete provare a farvi vendere un pezzo di serpente nella Snake Alley: il cibo - o il batterio intestinale - che vi cambierà la vita potrebbe essere qui. In un paese in cui un pranzo completo in ristorante medio costa l'equivalente di quattro-cinque euro (quanto una birra in un bar, o dieci minuti di taxi), la gente mangia a tutte le ore. Con ritmi rilassati, inattesi in una metroli formicolante di vita.

D'altra parte, la modernità dell'isola convive con la cultura della tradizione in maniera serena: i due mondi - quello tradizionale/orientale e quello moderno/occidentale - sono tangenti. È modernità opaca, invecchiata, sporca di smog; vicina in qualcosa a quella più recente, e già decadente, delle metropoli mediorientali, ma qui sono le montagne - verdissime - ad apparire improvvisamente quando si dirada la foschia. Le case si susseguono con stili architettonici di non chiara provenienza, tra fregi di cani benaugurali e improbabili colonne doriche; i neon sporchi dei 7Eleven aperti tutta la notte ronzano intorno ai templi, e la musica rituale si mescola con i suoni dei flipper e dei camioncini di dolciumi. Ragazzini vestiti all'occidentale consultano gli dèi lasciando in offerta Taiwan Beer (una chiara niente male, non piace solo agli dèi).

Talvolta l'incontro est-ovest materializza momenti di puro surrealismo. Ad esempio, è inutile chiedersi perché il music pub consigliato dall'albergo, dove cinque ragazzi suonano pop locale e classici anni settanta-ottanta, abbia come logo una bandiera tricolore e la sagoma dell'Italia e si chiami "Calgary" (non "Cagliari", proprio "Calgary": la Sardegna non compare neanche). O perché un ristorante Thailandese (ottimo, peraltro) dovrebbe trasmettere solo canzoni degli Abba. O perché, tornando al mercato, un banco di colorati giocattoli dovrebbe convivere con un banco di altrettanto colorate tazze di noodles e con uno di coloratissimi vibratori...