Nella terra del Dragone Tuonante

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Il racconto in prima persona di un grande viaggio. Ecco il Bhutan del nostro autore Luigi Farrauto.    

L'arrivo

Dall’altoparlante sento dire che oltre il finestrino si vede l’Everest. Il pilota inclina persino l’aereo per farcelo ammirare, è una sorta di inchino alla vetta più alta del mondo, che buca le nuvole come a voler sottolineare il suo primato. Me lo ritrovo a 50 miglia di distanza. Sono tanto carico di aspettative per il viaggio in Bhutan da non sapere come incassare questa sorpresa. Resto senza parole. Poi l’aereo si prepara all’atterraggio, uno spettacolare slalom tra le montagne mi sfila il fiato dal corpo. Dai boschi spunta una minuscola lingua di asfalto, ritorna la voce del pilota e ci dice Benvenuti nella terra del Dragone Tuonante. Alla dogana un agente timbra il mio passaporto e mi regala una cartolina già affrancata, “Così puoi spedirla ai tuoi cari”. Mi sento già felice di essere qui. 

La felicità, le prime esperienze

La felicità. È uno dei motivi che mi ha spinto a visitare questo costosissimo paese, dove il benessere non si misura in Prodotto Interno Lordo ma in Gross National Happiness. La mia guida - obbligatoria per tutti i viaggiatori - mi accoglie sorridendo. Si chiama Tandin e si presenta in abiti tradizionalli. Veste il gho, una tunica variopinta che per essere indossata richiede un’abilità da giocatore di scacchi. Calze lunghe fino alle ginocchia, scarpe da tennis ai piedi. Mi porta in un ristorante per il mio battesimo di fuoco con l’ema datse. È una salsa al formaggio che straborda di peperoncino piccante. Mi spiega che i bhutanesi lo adorano, e lo consumano come una qualunque verdura. Mangio con gusto ostentando un animo impavido, ma in pochi minuti mi ritrovo col palato in fiamme e gli occhi gonfi di lacrime come mai prima. Provo a spegnere l’incendio bevendo in un sorso una Druk 11000, la birra locale. Benvenuto in Bhutan!, mi dice Tandin divertito. Che il viaggio abbia inizio. Saliti sul 4x4 lo bombardo di domande. Voglio saperne di più sul loro rapporto con la felicità. “È semplice. Qui il buddhismo regola l’esistenza di tutti, e ci insegna che essere felici è la cosa più importante”, mi spiega Tandin. “Il governo misura il nostro benessere in base a quanto siamo contenti. Ad esempio la natura ci fa stare bene, dunque per legge almeno il 60% del paese deve essere ricoperto da foreste. Questo ci rende ricchi”. Secondo le statistiche il Bhutan è il paese più felice d’Asia, ma anche quello più povero, economicamente parlando. Però mi restano dubbi su come si possa calcolare, la felicità. “La qualità dell’aria, la nostra salute, il livello di istruzione. È tutto quantificabile. Voi misurate solo i vostri consumi per stabilire se siate ricchi o meno. Noi persino le ore di sonno giornaliere”. 

Thimphu e il datse

Guardo fuori dal finestrino pensieroso. Lungo le strade che strisciano sui fianchi delle montagne il panorama mi assale. La precarietà dei ponti sospesi, il fascino delle bandiere di preghiera, i monasteri che sbucano tra i pini dell’Himalaya, i monaci in pellegrinaggio a piedi. Il cielo è gonfio di nuvole, e ci volano dentro una miriade di uccelli. Perdo il controllo sull'entusiasmo, imposto la soglia di curiosità su livelli massimi. Arriviamo a Thimphu, la capitale. L’unica al mondo senza semafori. Nella strada principale un vigile si sbraccia e dirige il traffico come un direttore d’orchestra. Ma è un’orchestra muta, non c’è l’ombra del suono di un clacson. Chiunque incontri ha un sorriso da regalarmi. In effetti sembrano tutti felici. O quantomeno lo danno a vedere. Andiamo ad assistere allo sport nazionale, che in Bhutan è il datse, il tiro con l’arco, come per aggiungere del pittoresco a un paese che del preservare la tradizione ha fatto il suo genius loci. Gli archi in fibra di carbonio stanno sostituendo quelli in legno di tasso, e i dardi sintetici quelli fatti con penne di gallina, ma la sostanza è la stessa. Assistere a un torneo lascia disorientati, tra balli e canti che seguono ogni buon tiro, gli sfottò tra le diverse squadre, il tifo sfegatato delle donne a bordo campo. Il bersaglio dista 140 metri e si vede a malapena. Che voglia di provare a scagliare una freccia. Il caposquadra mi domanda se ho esperienza con l’arco, poi spegne i miei sogni. Troppo pericoloso. In effetti un mio tiro maldestro potrebbe di colpo mettere fine alla loro felicità, dunque non insisto. Mi limito a scattare decine di foto, impressionato dall’abilità dei giocatori, ma evito una goffa strage. 

 

Punakha

Il giorno seguente lasciamo la capitale e ci dirigiamo verso Punakha. Sulla strada ci fermiamo al Chimi Lakhang, il tempio della fertilità. Lungo il percorso, che taglia in due le risaie, sono distratto da un particolare che avevo notato su molte case: enormi falli dipinti sulle pareti. “Tengono lontane le forze del male”, mi spiega la guida notando il mio stupore. Arrivati al tempio, fondato nel 1499, mi racconta che le coppie in cerca di un nome per il loro figlio vengono qui a trovare l’ispirazione. “Ma alla fine scelgono tutti Chimi, come il tempio. E se desideri un figlio, questo è il posto giusto”. Dopo avermi benedetto facendomi toccare un fallo sacro in legno, di 40 centimetri, Tandin mi spiazza: “Non ti senti più fertile, ora?”. Ritorno verso la jeep con qualche dubbio. A Punakha ci attende un meraviglioso dzong, un monastero-fortezza. È un’incredibile costruzione lunga 170 metri, del XVII secolo, sorta alla confluenza tra due fiumi. È la residenza invernale del re, ma è la quiete a regnare sovrana tutto l’anno. Al suo interno enormi cortili e sale ricche di statue dorate, intagli, dipinti sbiaditi. Seguo con lo sguardo il viavai dei monaci. Molti di loro hanno la testa china sui propri smartphone, digitano messaggi senza sosta. La modernità prende piede anche in Bhutan, sebbene qui strida un po’ con l’atmosfera medievale. Rientriamo verso Paro affrontando tornanti, strade sterrate e improvvise frane. L’indomani mi aspetta il monastero della “Tana della Tigre”, la destinazione più famosa del paese, meta di pellegrinaggio di migliaia di bhutanesi.Spero solo non piova. La guida mi incita a pregare prima di andare a dormire: “Vedrai che il Buddha porterà il sole”. Lo spero, eppure nella notte sogno i monsoni, una fabbrica di ombrelli, un fiume in piena e una cascata. Mi sveglio nel cuore della notte temendo una premonizione e perdo il sonno.

Il trekking e la Tana della Tigre

Mi preparo psicologicamente al trekking. Poi un’ora di macchina e il sole sorge come fosse sotto al finestrino. Lentamente il panorama prende forma e intensità. Si apre il sipario sulle montagne. Siamo a duemila metri di altitudine e già respiro a fatica. Raggiungiamo il campo base. “Il belvedere è a quota 3.140”, mi dice Tandin, così iniziamo a salire. Il cielo è limpido, ma le cime dei monti sono ricoperte da nuvole basse che non promettono niente di buono. Il sentiero è molto ripido ma cerco di farmi forza. Il terreno è scivoloso, perdo l’equilibrio più volte, inciampo in radici sporgenti. Ansimo. La guida mi racconta che il Guru Rinpoche è salito in cima a questa montagna a bordo di una tigre volante, per sottomettere i demoni. Quando mi parla di lui gli brillano gli occhi. Poi gonfio di entusiasmo fa uno scatto che mi lascia qualche metro più a valle. Ingoio il cuore e ostento agilità per guadagnare la sua fiducia. Dopo due ore che mi sembrano un secolo sono in cima, sano e salvo e senza alcuna intercessione divina. Il cielo si apre e si tinge di un blu che non dimenticherò mai. Il Taktshang Goemba, la “Tana della Tigre”, è davanti a me in tutta la sua armonia. È un monastero costruito nella fine del Seicento, in vertiginoso equilibrio sul fianco della montagna. Vederlo apparire è una sorta di miraggio ad alta quota. Possiede un magnetismo strano. Resto immobile ad osservarlo come in preda a un sortilegio. Spreco le mie ultime riserve di ossigeno cercando l’aggettivo che meglio potrebbe descrivere ciò che vedo, ma mi trovo a corto di fiato e di superlativi. Mi sembrano tutti inappropriati. Scatto qualche foto. L'emozione di questo istante si misura in profondità di cuore e non di campo. Immagini che sfuggono alle lenti ottiche ma imprimono per sempre la carta fotosensibile dei ricordi.

La visita al complesso

Varco il portale dorato del complesso e Tandin mi sfida a compiere un rito tradizionale. Superarlo comporterebbe guadagnare karma. Chiudo gli occhi. Devo infilare il pollice in un piccolo foro posto in una roccia sacra. Manco visibilmente il bersaglio e perdo per sempre il bonus. Riprendo fiato leggermente deluso. Dentro il monastero l’atmosfera è d’altri tempi. Statue e dipinti di divinità demoniache sfidano la penombra. Nell’aria si fondono cori e mormorii, odore d’incenso e di lampade a olio. Le ruote di preghiera cigolano. Un monaco mi invita a lanciare due dadi per divinare sul mio futuro. Faccio tre più uno. Lui sostiene che dodici sarebbe stato meglio, ma mi accontento. Penso alla motivazione necessaria a realizzare un monastero tanto inaccessibile. Tandin mi spiega che non sarebbe stato possibile costruirlo senza l’apporto delle khandroma. Ho quasi paura a domandargli chi siano, ma mi anticipa: “Sono delle entità celestiali, come i vostri angeli, hanno aiutato i lavoratori a portare fin quassù i materiali”. Lo dice con una tale serietà che me ne convinco. “Altrimenti non ce l’avrebbero mai fatta”. Annuisco. La storia del Bhutan metterebbe in crisi qualunque storico: qui tutto è ammantato di leggenda, verità scientifiche e mitologia si mischiano, è difficile non restarne affascinati. Tandin si congratula con me. Mi spiega che avendo compiuto questo pellegrinaggio, una volta morto mi sarà più chiara la strada verso il paradiso. Mi immagino stecchito ma con una mappa in mano, e la paura della morte si permea di un nonsoché di leggiadro. Poi un monaco si fa un selfie davanti a me che mi riporta alla realtà e interrompo il mio fantasticare.

Di nuovo a valle

Sceso a valle faccio fatica a contenere l’eccitazione. Non sento le gambe, sono emotivamente provato, ma ho una certezza. Viaggiare rende decisamente felici. Mi sento arricchito. Poi il cielo mi riversa addosso un acquazzone da Guinness dei Primati, che assorbo dalla prima all’ultima goccia per prepararmi alla cena. “Mangi con me?”, chiedo a Tandin, ma mi risponde che il cibo servito nei ristoranti agli occidentali non è abbastanza piccante per i suoi gusti. Ripenso al fuoco in gola e ai miei pianti quotidiani e mi sento un pivello. Al tramonto corono la mia giornata con un epico bagno in una vasca di legno, colma d’acqua e pietre roventi. Dopo un’ora a mollo con le erbe balsamiche come un bollito di manzo mi sento rinato; quando mi alzo un calo di pressione mi abbatte e quasi svengo. Esco a prendere una boccata d’aria. Sono in una fattoria sperduta, tutto attorno chilometri di risaie, chili di peperoncino steso a essiccare e centinaia di bandiere di preghiera mosse dal vento. Sullo sfondo l’infinità delle montagne. Da qui riesco anche a intravedere lo dzong di Paro. In bhutanese ha un nome impronunciabile, ma che significa "fortezza su un cumulo di gioielli". Mi fa sorridere la tenerezza di questo paese. Poi una notte fonda e strapiena di stelle va in scena sopra di me, ma sono troppo stanco per godermela.