Mediterraneo, un mare di storia

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Siete alla ricerca dell'ispirazione? Vi proponiamo un vero concentrato di suggestioni: 500 esperienze e luoghi nel Mediterraneo da visitare almeno una volta nella vita.

I temi sono tanti, il Mediterraneo è una tavolozza vivente di panorami, suoni, colori, habitat tra i più vari e ricchi del pianeta. Si può parlare, per esempio, di riti millenari, come il caffè, il cui aroma aleggia su tutti i paesi del bacino, pur se caratterizzato da diverse modalità di preparazione, da diversi modi di berlo e da diverse leggende. Oppure, ovviamente, di spiagge. Quelle libere ci stanno particolarmente a cuore, perché il mare è di tutti e perché vanno preservate. Ma anche di avventure, perché per millenni il Mediterraneo è stato il centro del mondo, chiuso da confini precisi oltre i quali si celava il mistero che solo i più coraggiosi osarono sfidare. Per scoprire tutte le sfumature delle esperienze possibili, Mediterraneo è il libro che stavate aspettando.

Come mille anni fa: dal Kahve al caffè

Scuro, aromatico e misterioso, il caffè unisce – con innumerevoli varianti – tutti i popoli mediterranei: un inno nazionale gastronomico.

Il rito del caffè da Napoli a Istanbul

Partiamo dal caffè alla napoletana che, come il caffè turco (Türk Kahvesi), prevede di venire macinato sul momento e la sua preparazione è un vero e proprio rito. Già Domenico Modugno sapeva ciò che cantava: “Ah che bellu ’o ccafé, sulo a Napule 'o ssanno fa”. O meglio, nessuno come chi vive sotto il Vesuvio sa dire con una tazzina ospitalità, amicizia, famiglia, anche grazie alla calma che impone la ‘cuccumella’, con quel suo lasciar giocare l’acqua con il serbatoio e il filtro, il suo portar via più tempo di quello cui siamo abituati: tutto concorre a rendere il caffè alla napoletana un evento memorabile. Per provarlo in grande stile andate all’ottocentesco Caffè Gambrinus di Via Chiaia. A Istanbul, poi, si dice che in passato, quando la famiglia del giovane scapolo andava a trovare quella della prescelta da chiedere in sposa, alla ragazza non fosse permesso parlare, ma che potesse esprimersi preparando il caffè: molto dolce era un convinto sì, molto amaro un secco no. E una volta finito, c’è spazio per un momento di caffeomanzia. Pensando attentamente all’interrogativo per cui si cerca risposta, si capovolge la tazza e si aspetta che i fondi si posino sul piattino. La forma di un anello sarà simbolo di amore duraturo, un arco significa cattive notizie, la falce una possibile fine o una delusione. Provateci anche voi al Fazil Bey, nel quartiere di Kadiköy dal 1923.

Delicato alla francese, corretto alla spagnola o di gusto greco

Caffè di carattere, quelli francese, spagnolo e greco. L’infuso di caffè si prepara a Marsiglia con una caraffa a stantuffo chiamata French Press. Era il 1644 quando per la prima volta si scaricarono al porto di Marsiglia balle di caffè proveniente da Costantinopoli: forse da qui deriva l’amore per la versione più delicata del caffè lungo, il caffè infuso. Cercate la piccola caffetteria Cup of Tea, nel quartiere “dove bolle il più sorprendente concentrato di esistenza”, il Panier, e ricordate che andrebbe sorseggiato lentamente, e non zuccherato. Ma de gustibus
Il carajillo spagnolo vuole infondere coraggio. La preparazione è complessa: non si deve semplicemente aggiungere un dito di liquore a un café solo, ma prendere due misure di rum invecchiato (oppure brandy, prediletto dalle signore; liquore all’anice, anch’esso un classico; Licor 43, preferito dai messicani…) e una di zucchero, riscaldare il tutto in modo che quest’ultimo si sciolga, e poi… flambé! Accendere la mistura e dire addio a qualche grado di tasso alcolico. Ecco, il vero coraggio – anzi coraje – durante una pausa caffè come questa, è avere fretta. A Casa Morales, in Calle Garcìa de Vinuesa, la varietà di rum in mostra promette già bene.
Com’è nata l'idea del caffè freddo? Un dipendente della Nestlé aveva una gran voglia di caffè ma niente acqua calda, così provò a shakerare la miscela istantanea con acqua fredda, zucchero e ghiaccio: siamo a Thessaloníki nel 1957 e così nacque il caffè frappé poi commercializzato nel mondo. Sappiate che berlo a Rodi è tutta un’altra cosa, in spiaggia o in una taverna, con il tipico bicchiere largo e profondo, tanta schiuma e  l’immancabile cannuccia senza far caso al risucchio, che a tutti gli effetti fa parte del rito. Pure la versione serba (Nes Hladan) con gelato e panna non è niente male.

La dolce vita: spiagge libere

Preparate la borsa frigo, radiolina e ombrellone, o limitatevi al costume da bagno: il mare è di tutti, a ciascuno il suo stile. 

L'essenza della spiaggia libera a est

A Cipro, c’è chi risale in macchina tutta la Penisola di Karpas (Kırpaşa in turco) solo per passare un giorno sulla Spiaggia Dorata, considerata una delle migliori dell’isola. L’accezione di ‘spiaggia libera’ si spinge a livelli cui non siamo davvero più abituati: in quanti posti del Mediterraneo può capitare di stendere un telo sulla sabbia bianca e fine, sdraiarsi e sfogliare un giornale mentre pochi metri più indietro un asino selvatico sta brucando tra gli arbusti in mezzo alle dune? Tra fine luglio e settembre la spiaggia diventa un sito di nidificazione delle tartarughe: uno spettacolo emozionante.

Olympos (Turchia) è l’ideale di spiaggia naturale: un semicerchio di ciottoli levigati, incorniciato da due contrafforti rocciosi che salgono sempre di più, fino alla vetta dell’Olimpo di Licia (2000 m). Al centro scorre un fiumiciattolo limpido in cui sciacquare via il sale dalla pelle; alle spalle, una fitta boscaglia nasconde le rovine di un’antica città licia, poi romana, bizantina, veneziana e genovese. Niente infrastrutture a contaminare l’ideale: i primi servizi sorgono un paio di chilometri nell’entroterra. 

Litorali da percorrere, dal Marocco all'Istria

Un’ampia spiaggia a misura d’uomo e mare pulito sono a portata di mano per chi sta a Tetouan, grazie alla nuovissima strada costiera da Martil a Fnideq (35 km): decine di barche di pescatori in secca sulla sabbia chiara a Martil, mare di cristallo a Cabo Negro, fondali da esplorare con maschera e boccaglio e un po’ di Florida a M’Diq.
Al vertice del triangolo capovolto che sulla carta geografica rappresenta l’Istria si estende Capo Promontore (Rt Kamenjak in croato), una penisola lunga pochi chilometri che racchiude un luogo di selvaggia bellezza nonché un tesoro di biodiversità. A piedi, in bicicletta o, con un piccolo pedaggio, pure in automobile si possono raggiungere numerose spiagge di sabbia o di ghiaia e nuotare in un mare cristallino verde-azzurro. Tuffatevi dalle scogliere verticali in cima alla penisola sfiorando fondali incontaminati che fanno la gioia dei sub e dei pescatori, o esplorate le grotte che costellano il litorale. E per finire, i dinosauri: impronte fossilizzate sono visibili sia nella Valle di Pinesole sia, più numerose, sull’isola di Fenoliga al largo della costa.

Libertà a rischio: Sardegna

Budelli e la sua Spiaggia Rosa hanno di recente attirato l’attenzione dei media per ragioni solo indirettamente legate alla loro bellezza, quando fu acquistata all’asta nel 2013 da un miliardario neozelandese per farne un ‘museo a cielo aperto’ (proposito sfumato anche per le forti resistenze dell’Ente Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena). La spiaggia non è calpestabile, ma esiste un percorso che permette di vederla bene e da vicino (non è invece possibile fare il bagno). L’irriproducibile colorazione della sabbia è legata a un delicatissimo equilibrio tra l’acqua e i piccoli invertebrati marini detti briozoi che vi vivono e vedevano la loro esistenza minacciata dal viavai di barche. In questo caso l’espressione ‘spiaggia libera’ assume quindi un significato nuovo, diventa libera di continuare a esistere com’è.

Sulle rotte dei pirati: ai confini del Mare Nostrum

Il Mediterraneo è stato per secoli un mondo chiuso e autosufficiente: al di là solo terre incognite e abissi popolati da mostri mitologici. E ancora oggi i luoghi di confine conservano il loro fascino…

I confini del mondo: da Gibilterra ai Dardanelli

Nec plus ultra. Non più oltre. La scritta, secondo il mito, venne incisa da Eracle sulle rocce dello stretto di Gibilterra. Gli antichi lo consideravano il limite estremo del mondo, e se Platone pensava che al di là vi fosse Atlantide, Dante collocò oltre quell’orizzonte il Monte del Purgatorio. Gibilterra, antica roccaforte di pirati barbareschi, appartenente alla Corona britannica dal 1713 e fino all’Ottocento inoltrato infestata da filibustieri attratti dall’intenso traffico mercantile nella sola porta occidentale del Mediterraneo. L’attrazione più curiosa di oggi sono le bertucce, le sole scimmie selvatiche presenti in Europa e attentamente salvaguardate; non solo per sensibilità ambientalista, ma anche per una certa dose di superstizione. Una vecchia leggenda dice infatti che, quando l’ultima bertuccia avrà lasciato la rocca, gli inglesi perderanno Gibilterra.

Sul lato opposto, circa 8000 anni fa c’era una diga naturale che teneva a freno il Mediterraneo, finché un giorno si sfondò. Per mesi le acque precipitarono da un’enorme cascata, inondando il piccolo Lago Nero fino a trasformarlo nell’omonimo grande mare. Da sempre i Dardanelli, l’Ellesponto dell’antichità, sono stati un crocevia di due rotte: via mare, per transitare dal Mediterraneo al Mar Nero, e via terra, per passare dall’Europa all’Asia. Qui, dove il mare si restringe fino a somigliare a un fiume (1350 m il punto più stretto), sbarcarono i greci che assediarono Troia, passò il re persiano Serse su un ponte di barche e transitò Alessandro Magno lanciato alla conquista dell’Asia. E poi via così, in secoli di scontri e agguati di corsari, in uno scenario di incessanti lotte fra repubbliche marinare e impero bizantino, e poi ottomano. Un ricco passato di cui rimangono fortezze e testimonianze, in un paesaggio di aspra bellezza, perlopiù intatto.

La rivoluzione del Canale di Suez

Non sempre vedere una nave che attraversa il deserto deve far pensare a un miraggio o a un colpo di sole. Perché è questo che può succedere se ci si ferma sulla cima di una duna nei dintorni di Ismailia, in Egitto. Qui passa il Canale di Suez, costruito nel 1869 dal francese Ferdinand de Lesseps su progetto di un italiano, Luigi Negrelli. Lungo 193 km e largo oltre 200 m, il canale è una faraonica opera d’ingegneria che consente alle navi di viaggiare da una parte all’altra del mondo in meno di un mese, senza dover circumnavigare l’Africa con un pericoloso viaggio che passava per il leggendario Capo di Buona Speranza, lungo una rotta battuta dai corsari europei che avevano i loro porti, e i loro nascondigli, in Madagascar. Oggi assistere al passaggio delle navi nel canale emoziona ancora come 150 anni fa: e non è un miraggio.

L'equilibrismo delle isole di frontiera

Guardando una carta geografica è difficile credere che Kastellórizo appartenga alla Grecia. La costa turca è a 3 km appena, mentre Rodi ne dista più di 70. Isola di frontiera per collocazione e per vocazione, contesa per secoli tra cristiani e ottomani, venne assegnata all’Italia nel 1920 e infine alla Grecia dopo la seconda guerra mondiale. Oggi i 200 abitanti si concentrano nella baia a ferro di cavallo in cui sorge il minuscolo capoluogo, con il mare color acquamarina che riflette i toni vivaci delle case in stile neoclassico con i balconi di ferro battuto. Dal castello dei Cavalieri di San Giovanni la costa turca pare davvero a un tiro di schioppo, e infatti è piuttosto comune andare a fare la spesa a Kaş (o una gita in giornata).  

Lampedusa fluttua al confine fra Africa ed Europa, più vicina alla Tunisia e a Malta che alla Sicilia, sospesa fra oblio e attualità. Sottovalutare questo braccio di mare non è mai stata una buona idea: le cronache riportano numerosi naufragi, tra cui quello della flotta di Antonio Doria che, impegnata contro i corsari turchi, si infranse sugli scogli in una notte di tempesta. In questo episodio si potrebbe leggere una sinistra premonizione di quanto accade oggi: Lampedusa infatti è diventata la frontiera dei disperati che affrontano la traversata dalle coste del Nordafrica a bordo di battelli stracarichi che a malapena tengono il mare. I risultati, spesso tragici, sono quasi ogni giorno su quotidiani e tv. Il contrasto che balza fuori dalle immagini è lacerante: i migranti e i soccorritori si muovono in uno scenario di disarmante bellezza, su una zattera di terra in cui ‘andare in vacanza’ sembra quasi fuori luogo.