Barack Obama: «Il viaggio ha alimentato la mia speranza nel futuro»

Il presidente Obama a Cartagena, Colombia ©Pete Souza/Official White House Photo

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Lonely Planet sostiene con convinzione l’idea che viaggiare responsabilmente sia un modo di esercitare una forza positiva nel mondo. È un’idea condivisa anche da Barack Obama, il primo Presidente degli Stati Uniti ad aver visitato, nel corso del suo mandato, la Cambogia, l’Etiopia, il Kenya, il Myanmar e il Laos. Nel suo ultimo viaggio all’estero ci ha parlato di come i giovani ottimisti, tolleranti e impegnati che ha incontrato in giro per il mondo hanno alimentato la sua speranza per il futuro.

Oggi sta per concludersi quello che, con tutta probabilità, è il mio ultimo viaggio presidenziale all’estero. Si è trattato di un incontro in Perù tra leader dei Paesi asiatici che si affacciano sul Pacifico. Ma ho avuto modo di partecipare, in questa occasione come sempre nel corso dei miei viaggi da Presidente, anche a una riunione meno formale con i giovani della città. Nel corso del mio mandato, ho percorso ben oltre un milione di miglia, visitando ogni angolo del pianeta. Viaggi all’estero organizzati in occasione di summit internazionali o incontri bilaterali che sono stati fondamentali per i progressi che abbiamo conseguito – rafforzare antiche alleanze o stringerne di nuove, rinnovare l’economia globale, stipulare accordi per combattere il cambiamento climatico, per fermare la proliferazione di armi nucleari, per espandere il commercio, per combattere la povertà e la malattia. Lascio il mio incarico più convinto che mai che la cooperazione internazionale sia indispensabile. Senza consultazioni regolari con i leader degli altri Paesi, e senza coordinamento istituzionale tra gli Stati Uniti e i nostri alleati e partner, non saremmo in grado di affrontare sfide che non tengono conto di alcun confine. Ci sono volute dozzine di Paesi che hanno lavorato insieme per fermare la diffusione del virus Ebola. È stato necessario esercitare una pressione comune e un’assidua attività diplomatica per raggiungere un accordo pacifico sulla sospensione del programma iraniano sul nucleare. Quasi 200 Paesi hanno svolto per anni una delicatissima attività di negoziazione per giungere agli Accordi di Parigi che proteggeranno il nostro pianeta. Ogni singolo giorno, gli Stati Uniti lavorano insieme ad altri Paesi per condividere informazioni che ci aiutano a prevenire attacchi terroristici, a fermare il traffico di esseri umani, a distruggere i cartelli della droga, o a combattere la corruzione.

Barack Obama in Alaska ©Pete Souza/Official White House Photo

Ma sebbene la cooperazione sia essenziale, ho sempre creduto che il nostro impegno nei confronti degli altri Paesi non debba limitarsi ai contatti a livello governativo – dobbiamo necessariamente chiamare in causa i popoli di tutto il mondo. In particolare, dobbiamo sostenere il nostro impegno nei confronti dei giovani, che daranno forma al futuro molto tempo dopo che quelli di noi che oggi occupano posizioni di potere avranno lasciato il palcoscenico del mondo. Considerate i dati demografici. Più di metà degli esseri umani hanno meno di trent’anni. Questo fenomeno è ancora più evidente nei Paesi in via di sviluppo – in cui vive il 90% della popolazione globale sotto ai trent’anni. Questi giovani vivono in un’epoca in cui le rivoluzioni tecnologiche stanno rimodellando la vita nell’intero pianeta, permettendo un accesso prima impensato all’informazione e alla connessione, pur causando, allo stesso tempo, grandi squilibri nell’economia mondiale. E mentre i leader di tutte le nazioni discutono le questioni del giorno, saranno i giovani a decidere se la loro voce riuscirà a dirigere il cambiamento che sta sconvolgendo il mondo in direzione di un miglioramento della giustizia, delle opportunità, della tolleranza, e del rispetto reciproco.

Obama in visita a Dar es Salaam, Tanzania, ©Pete Souza/ Official White House Photo

Questo è il motivo per cui ho promosso le Young Leaders Initiatives in Africa, nel Sud-est asiatico e in America latina, allo scopo di fornire ai giovani strumenti che li aiutino a connettersi gli uni agli altri e che forniscano loro risorse grazie alle quali costituire organizzazioni non-governative, avviare aziende, o intraprendere una carriera nelle istituzioni pubbliche. Queste iniziative comprendono reti informatiche, incontri presso le nostre sedi diplomatiche, e accesso a borse di studio e internati, come anche l’opportunità di frequentare corsi nei college e nelle università americane. Mezzo milione di persone al di sotto dei 35 anni fanno oggi parte di questa struttura. Oltre 3000 di questi giovani hanno visitato gli Stati Uniti. Ogni giorno, queste persone lavorano per migliorare le condizioni di vita delle loro comunità. Un rapper proveniente dall’Uganda promuove la partecipazione civica attraverso la sua musica. Un imprenditore ruandese usa le nuove tecnologie per rifornire di energia elettrica i villaggi che ne sono sprovvisti. Un medico in Myanmar cura e opera gratuitamente i bambini. Un attivista tailandese ha messo in piedi un’organizzazione che contrasta il traffico di esseri umani in tutto il Sud-est asiatico. Un giovane del Laos sta mobilitando le comunità del suo Paese per fermare l’abbattimento illegale di foreste che danneggia l’ambiente. Una city manager nelle Filippine ha lanciato nuove iniziative per promuovere la salute femminile e combattere il fenomento delle gravidanze minorili; per farlo, ha messo in opera le conoscenze sviluppate grazie a una borsa di studio universitaria in Montana. Riflettendo sulla strada percorsa dai suoi umili inizi in un piccolo villaggio, ha detto: “Il Young Southeast Asian Leaders Initiative è stato il punto di svolta della mia vita”.

Con la First Lady a Mumbai, India ©Pete Souza/Official White House Photo

Nessuna di queste iniziative trasformerà il nostro mondo. Ma ciascuna di esse è una piccola onda di progresso che insieme alle altre porterà gradualmente nel mondo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Parlando con questi giovani, un elemento ricorre continuamente, e cioè il valore che si genera dal semplice fatto di entrare in connessione gli uni con gli altri. Un ragazzo della Guinea che ha partecipato al nostro programma di borse di studio l’ha spiegato con precisione: “Nel corso del mio viaggio negli Stati Uniti e dopo aver incontrato tutti questi straordinari giovani provenienti da ogni parte dell’Africa, mi sono reso conto di quanto io sia fortunato a poter vedere e imparare come si possa effettivamente esercitare un impatto sulla vita degli altri. Ho appreso anche la tolleranza e il multiculturalismo. Sebbene abbia avuto molte esperienze in altre parti del mondo, questo incontro è stato decisivo nel farmi prendere la decisione di fare qualcosa che abbia un’influenza reale sulla vita di milioni di persone intorno a me”. Questo tipo di sforzi non ottiene le prime pagine sui giornali. Ma riflette l’ottimismo che ho visto nei giovani di tutte le etnie, le religioni e le nazionalità, in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. Proprio mentre a livello di politica globale affrontiamo così tante divisioni e fratture, i giovani sono spesso più tolleranti, più compassionevoli, e più impegnati a realizzare un cambiamento che apporti benefici reali alle loro comunità, a partire dal basso.

Il Presidente Obama a San Jose, Costa Rica ©Pete Souza/Official White House Photo

Spesso mi vengono rivolte domande a proposito dell’eredità che mi piacerebbe lasciare su questa o quella particolare questione politica. Le questioni politiche sono importanti. Ma credo anche che il progresso, alla fine, sarà valutato sul metro del lavoro che svolgeranno i giovani che abbiamo coinvolto. Sono loro i futuri presidenti e primi ministri, gli attivisti e gli imprenditori. Sono loro che mi danno speranza, e spero davvero di poter essere testimone del cambiamento straordinario che potranno realizzare non appena diverranno i leader che si stanno preparando a essere.