
Lungo la Great North Highway - fotografia di Carlo Chierotti
[ 9 aprile 2009 ]
Articolo di: Carlo Chierotti
Cercate Moyale sulla cartina stradale del Kenya. Da lì parte una linea che punta prima a sud, poi volta a ovest per tornare a indirizzarsi definitamente a sud verso il monte Kenya: è la Great North Highway. Gran bel nome, se lo leggete seduti comodamente in poltrona, magari a casa vostra, lontani qualche migliaio di chilometri. Se invece avete l'avventura di essere su uno dei tre o quattro fuoristrada che la percorrono ogni giorno, il nome suona come una presa in giro.
Carlo Chierotti sfida sole e deserto
Moyale si trova a cavallo del confine fra Etiopia e Kenya: conta 25.000 abitanti sul versante etiope e poco meno di diecimila su quello kenyano.
Partiti da Addis Abeba, noi del Tour d'Afrique l'abbiamo raggiunta in otto tappe, un'infinità di rolling hills, alcune salite interminabili e qualche esaltante discesa per un totale di circa 880 km prevalentemente asfaltati.Per noi è stata una lenta tortura, uno scherzo crudele, una highway to hell, come strillava una mattina Marilyn Manson alla radio del camion di supporto
Da Moyale la Great North Highway scende nella Shinil Plain, attraversa il Dida Galgalu Desert, si inerpica sui fianchi di un vulcano spento per raggiungere Marsabit, immersa nella foresta tropicale grazie a un microclima umido, quindi scende verso il Kaisut Desert per poi raggiungere luoghi meno ostili e un poco più civilizzati e arrivare infine a Isiolo, dove sono entrato sotto una pioggia battente, con la strada inondata da fiumi d'acqua e i ragazzini delle scuole che ridevano di questi pazzi muzungu (uomini bianchi) in sella a una bici.

Orizzonti di gloria
Nel deserto non si sente il caldo: l'avevo sentito dire e mi era sembrato molto strano. Invece è proprio vero: a causa della scarsa umidità non si avverte il caldo e inoltre non si suda, nel senso che la pelle e gli abiti sono sempre asciutti, anche se ovviamente ci si disidrata molto in fretta. Al mattino partivo con due litri di acqua nel camelback, due borracce da mezzo litro sulla bici e una bottiglia da un litro nello zainetto. Per l'ora di pranzo avevo finito tutto: rifornivo e all'arrivo ero di nuovo a secco. Riempivo una borraccia e continuavo a bere. L'acqua era stata attinta in chissà quale pozzo e veniva disinfettata con il cloro. Immaginate di bere acqua di piscina MOLTO calda.
A metà del secondo giorno la vegetazione si è ridotta a minuscoli cespugli spinosi. Rocce laviche nere grosse come meloni disseminavano il terreno, il cui colore per tutto il giorno ha alternato il rosso vivo e il bianco accecante.
La strada è andata peggiorando semper più, diventando una pista in ghiaia in cui però il sasso più piccolo è grosso come un pugno. Velocità media attorno 10 km all'ora: nove ore per coprire 86 km. Ci siamo accampati in quella desolazione e verso sera è arrivato, improvviso, un furioso temporale.Un paio di minuti e le tende galleggiavano in un palmo d'acqua, i piedi affondavano nel fango. Nessuno aveva più tanta voglia di ridere

Doccia sotto l'acqua scrosciante
Sulla strada il fango prima e la sabbia poi hanno preso il posto dei sassi. Sabbia di pomice, che rendeva faticosa ogni pedalata. Nel pomeriggio una salita di almeno venti chilometri ci ha fatto salire di oltre mille metri sulle pendici di un vulcano spento fino a Marsabit. Un giorno di riposo e poi venti chilometri di discesa e via di nuovo nel deserto. Altra roccia, altra sabbia. Sembrava di rivedere al contrario il film dei primi tre giorni. Poi lo sterrato è finito e siamo ripiombati nel traffico. Dopo un momento di comprensibile sollievo è iniziata, fortissima, la nostalgia per quei bellissimi, faticosissimi giorni nel deserto del Kenya settentrionale.
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